Detroit dichiara bancarotta, ottenendo un primato ben poco invidiabile

Come una qualsiasi S.P.A. la città di Detroit, cuore pulsante del Michigan, ha dichiarato bancarotta. La “Motor City”, casa di G.M., Ford e Chrysler, ha dovuto alzare bandiera bianca di fronte ad un debito che si aggira attorno ai 18-20 miliardi di dollari. Nonostante le lunghe contrattazioni dei giorni scorsi, i creditori non hanno voluto allentare la presa e i sindacati non hanno dato il via libera ai tagli agli impieghi nella pubblica amministrazione: sarebbero state tutte misure palliative, perché Detroit combatteva la sua lotta col debito già da due anni.
L’annuncio, dato ieri dal governatore del Michigan Rick Snyder, non lasciava spazio a dubbi: “Oggi ho autorizzato il commissariamento della città di Detroit. È stata una decisione dolorosa, ma sono convinto che non ci fossero altre strade percorribili”. Il default di Detroit avrà gravi conseguenze sui cittadini: il commissariamento provocherà quasi certamente il licenziamento di migliaia d’impiegati della PA e l’abbassamento delle pensioni municipali.
La città paga il suo progressivo declino, che l’ha trasformata dalla rampante megalopoli di 7 milioni di abitanti che era negli anni ’50, cuore dell’industria automobilistica americana, alla città di soli 700.000 cittadini di adesso, gravata da una disastrosa situazione finanziaria. La corruzione dilagante, la crisi economica internazionale e una scarsa capacità di porre un freno al deficit quando era ancora gestibile, hanno portato al più grande fallimento di una città nella storia USA.
Tuttavia l’America non si è fatta prendere dal panico: il fallimento era nell’aria già da tempo, e né le borse né la agenzie di rating hanno lanciato segnali di panico. Al contrario: l’agenzia Moody’s ha confermato la tripla A agli Stati Uniti, con un rialzo dell’outlook da “negativo” a “stabile”, motivando la decisione con la “buona gestione del debito” sulla strada del conseguimento degli obiettivi fissati nel 2011. Ancora una volta sorge più di un dubbio sui criteri utilizzati dalle agenzie di rating private per emettere i loro giudizi, e sulla gestione dell’influenza fin troppo grande che esercitano sulle borse di tutto il mondo.
Giovanni Zagarella
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