Una stanza trasformata in 14 diversi paesaggi fantasy davvero surreali

Jee Young Lee è una giovane artista Sud-Coreana capace di ricreare scenari surreali e fantastici senza la manipolazione digitale di Photoshop.
Prendendo ispirazione da fiabe coreane, ricordi d’infanzia o da esperienze di vita personale, questa straordinaria fotografa ricrea, nel suo piccolo studio, immaginari fantastici e inquietanti. 

Birthday”

Broken Heart”
L’artista impiega settimane o, addirittura, dei mesi per esprimere e ricreare scenograficamente le atmosfere che ha in mente: con una minuzia infinita e straordinaria pazienza ogni particolare è curato nei minimi dettagli, in modo da escludere qualsiasi alterazione fotografica.

“Black Birds”

Food Chain”
Soggetto di questi mondi immaginari è l’artista stessa,presente in tutte le scenografie, ma senza mai guardare verso l’obiettivo della macchina fotografica, in quanto assorta in una ricerca di se stessa e della propria identità, dei suoi desideri e dei suoi stati d’animo. Il suo immaginario è una catarsi che le permette di accettare la repressione sociale e le frustrazioni. I periodi richiesti per ricreare i set le danno il tempo necessario per riflettere sulle cause dei suoi conflitti interiori e, quindi, di esorcizzarli; una volta sperimenti questi pensieri, diventano essi stessi presagi di speranza.

“Stage of Mind” è il risultato mozzafiato nato dalle sue riflessioni e visioni. 

Panic Room”

“Last Supper”

“I’ll Be Back”

“Maiden Voyage”

My Chemical Romance”

“Resurrection”
Nightscape”

Nightmare”

The Little Match Girl”

Treasure Hunt”

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug – Recensione Film

Arriva il periodo natalizio e Peter Jackson ci offre il nuovo capitolo di Lo Hobbit. Solo trecento pagine di libro e siamo già a un totale di sei ore di film. Inutile dirvi quel che vi hanno già detto: Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien è liberamente interpretato dal disadattato australiano con tanto di aggiunta di elfo femmina dai rossi capelli che non solo vanta la corte di Legolas figlio di Thranduil (che è già un’eresia punibile con la pena capitale), ma addirittura ha una love story con un nano. Roba da far morire sul colpo intere generazioni di lettori fantasy, giocatori di ruolo e nerd convinti. Aldilà delle aberrazioni di trama, anche la regia di Jackson perde un po’ di colpi rispetto al mastodontico “il Signore degli Anelli”, così come la scelta dei collaboratori.

Si fa notare, e non in positivo, il nuovo tocco di Ann Maskery; con le buone intenzioni di rendere il vestiario di Gandalf più fedele alla descrizione del libro, ha liberamente interpretato la ‘sciarpa argentea’ per donare allo stregone un’adorabile pashmina con pailettes.
Peter! Richiama Ngila Dickson e Richard Taylor, ti prego! Offrigli più soldi, alloggi più comodi, la virtù di Orlando Bloom, ma falli tornare!

Nonostante tutto la Terra di Mezzo rimane la Terra di Mezzo, così come la colonna sonora del divino Howard Shore. Il main theme finale, da sempre interpretato da voci femminili, ne Lo Hobbit è interpretato da un uomo: Neil Finn. Altro punto a favore è Thranduil, sulla cui corona di rami e bacche rosse soprassiederò (Ann, stupida Ann, dove sono le bacche rosse?), interpretato da Lee Pace che si nobilita dopo alcuni scivoloni cinematografici (come prendere parte alla saga di Twilight) e regala un’interpretazione misurata e profonda del Re. Così, con una mano sul cuore, ci si da l’arrivederci alla terza e ultima (speriamo) puntata di Lo Hobbit, incatenati alla fidelis a Jackson ma tramortiti dall’infedeltà al libro e alle emozioni e atmosfere più giocose di quella che è una favola per ragazzi.

Lo Hobbit: La desolazione di Smaug – film in uscita il 12 dicembre 2013

Oggi è uscito il trailer ufficiale del nuovo capitolo dell’ultima trilogia cinematografica di Peter Jackson: Lo Hobbit – la desolazione di Smaug. Continua la saga epica e serissima di quello che era un libro dai connotati scherzosi e chiaramente rivolto a un pubblico di ragazzi e non di adulti, profonda differenza rispetto ad “Il Signore degli anelli” che invece aveva sia il carattere epico sia i contenuti per un pubblico adulto. La delusione di noi amanti di Tolkien è profonda, ma la vera domanda è: com’è possibile creare TRE film da TRE ore ciascuno da TRECENTO pagine di libro? Non si tratta solo di zelo o di un’ossessione numerica legata alla negromanzia o alla massoneria. Peter, accecato da quella che io chiamo la malattia della serialità, ha unito al libro su Bilbo Baggins ogni genere di racconti, appendici e appunti di Tolkien scritti sul bagno dopo una cena piuttosto pesante. Per cavalcare il successo mondiale ottenuto con “il Signore degli anelli” ha impostato questa nuova trilogia sulla medesima struttura della vecchia a costo di distorcerne il senso e mood. 

Ma come si è ammalato il buon vecchio Peter?
Ricostruirò cinefilamente e piuttosto grossolanamente (onde evitare che anch’io scriva una trilogia) la vita cinematografica di Jackson e, per non scontentarlo, la dividerò in TRE atti.
La salute
Jackson è giovane e mostra subito tutto il suo talento alla regia, sempre fluida, con un gusto per la fotografia spiccato, tanto da accompagnarsi con migliori direttori alla fotografia. Ci troviamo dinanzi un regista molto diverso dall’eroico e dal fantasy. Jackson è famoso in una ristretta cerchia per i suoi film splatter demenziali. L’ho amato per “Splatters – Gli schizzacervelli”, quelle pellicole di serie B autoprodotte e sgangherate così trash da essere un culto. Ben presto però abbandona il genere e lo troviamo con un film molto bello, “Creature del cielo”, un po’ perverso nella sua logica dell’amore e del crimine nell’innocenza. Vincitore del Leone d’argento a Venezia, si tratta di un film che mi ha molto colpito per trama, regia e una giovanissima Kate Winslet. Cerca successivamente di replicare il successo con “Sospesi nel tempo”, ma si tratta di un film piuttosto mediocre non privo di momenti di genialità soprattutto nelle trame secondarie e in personaggi non principali estremamente curati.
I primi sintomi
Jackson sbarca ad Hollywood. Quella Hollywood che gli permette di realizzare la trilogia de “Il Signore degli Anelli” che al regista è molto cara. Anche su questo punto mi concederete che stiamo parlando di un prodotto veramente ben fatto, di cui non si possono non riconoscere i meriti per gli effetti speciali innovativi, le ambientazioni e la fotografia grazie anche a grandi interpreti come Viggo Mortensen e Ian McKellen. Dopo aver realizzato l’adattamento Tolkeniano Jackson non è più stato lo stesso.
La degenerazione
Aprendo e tralasciando in una parentesi “King Kong”, con “Amabili Resti” è chiaro che il regista non riesce proprio più a starci in un SOLO film e per giunta di due ore. La regia è sempre ben curata e la fotografia magistrale. La storia è delicata e potente eppure si poteva fare di più. Jackson si perde in milioni si sottostorie e personaggi secondari a tratti perdendo i fili di un film incredibilmente promettente. Divaga, si dilunga, si smarrisce nella storia dimenticando quello che è davvero importante della storia tratta dal libro omonimo e che aveva affascinato milioni di lettori: il racconto in prima persona dello stupro, dell’avvicinamento. Peter lo mortifica in in una sola breve scena preso dal carattere “fantastico” della vicenda e dalla potenzialità degli effetti speciali per raccontare questo aspetto. Peter Jackson è ormai un uomo che ha perso il dono della sintesi, perdita che lo porta a dimenticare cosa è importante. In un film quanto in una storia.

Isabella Borrelli