Salvini attacca l’euro:"Crimine contro l’umanità"

Gravi parole di Matteo Salvini al congresso federale straordinario della Lega, nel quale l’attuale segretario, che alle primarie del Carroccio con oltre l’82% delle preferenze aveva battuto Bossi, è stato confermato nel suo ruolo. “Stiamo assistendo a un attacco mediatico senza precedenti contro la Lega da parte dei giornalisti italiani e romani. Dal prossimo congresso sarà ammesso in sala stampa solo chi mostra obiettività” – sostiene Salvini – “perché noi non ci arrendiamo fino all’indipendenza, la Padania è pronta a mobilitarsi con migliaia di sezioni pronte alla lotta. Chi attacca il Nord e arresta i nostri sindaci deve iniziare a tremare”.
Sull’euro Salvini non risparmia critiche:”Non lo accettiamo, è un crimine contro l’umanità. Dobbiamo far saltare l’euro e poi potremo riprendere la nostra lotta per l’indipendenza. La Lega ha salvato questo stato ladro dal tracollo” – dice il segretario – “e fanno pure le indagini sui rimborsi facili. Non dobbiamo giustificarci di nulla, con la Lega si risparmia.” – sostiene rivolgendosi a Cota, al centro di un’inchiesta della Procura di Torino -. “Gli altri Stati, uscendo dall’euro, recupereranno la sovranità nazionale ma a noi l’Italia non interessa, vogliamo la Padania libera e sovrana” -conclude un invasato Salvini. Parole di rara gravità che non mancheranno di scatenare polemiche nelle prossime ore. 
Roberto Saglimbeni
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Ucraina: un migliaio di manifestanti blocca l’accesso della sede del governo a Kiev

Stoyan Nenov, Reuters
Questa mattina alle 9:30 (orario ucraino) circa mille persone si sono radunate nelle strade attorno all’edificio del governo con lo scopo di impedire l’accesso ai membri dell’esecutivo. Proprio ieri altri manifestanti avevano occupato la sede del municipio di Kiev, la capitale dell’Ucraina. 
Questi due atti di protesta sono solo gli ultimi di una settimana caldissima per il governo di Viktor Janukovyc che sta per dichiarare lo stato di emergenza. L’esecutivo ha dovuto affrontare le manifestazioni pacifiche dell’opposizione e la più agguerrita ribellione di quasi 200mila persone che si sono riunite spontaneamente nel centro di Kiev, precisamente in Piazza Indipendenza. 
I motivi di queste ampie forme di dissenso sono dati dalla decisione dell’esecutivo filo-russo di Janukovyc di rinunciare alla firma di accordi economici e di inserimento completo nell’Unione Europea. L’incontro tra il governo di Kiev e i vertici dell’Ue si doveva tenere il 29 novembre a Vilnius, in Lituania, ma è saltato perché il presidente Janukovyc pretendeva la partecipazione di alcuni esponenti del governo di Mosca al summit. 
La risposta negativa dei leader Ue, che avevano stabilito che l’incontro fosse bilaterale, ha scatenato la furia della gente comune contro il governo. Infatti secondo gli oppositori non è più accettabile che la Russia possa esercitare questo tipo di intromissioni. 
Al grido di “l’Ucraina è l’Europa”, i manifestanti stanno invadendo le strade di Kiev dal 22 novembre. Soprattutto negli ultimi giorni ci sono stati scontri con le teste di cuoio mandate dal governo e si è arrivati ad un totale di quasi 200 feriti. 
Julija Tymoshenko
Le proteste europeiste si sono unite alle richieste di scarcerazione dell’ex premier Julija Tymoshenko, in carcere dal 2011 per abuso di potere. I suoi gravi problemi di salute non sono stati sufficienti a convincere il parlamento ucraino a votare a favore della liberazione. A determinare l’esito negativo della votazione è stata la decisiva astensione del partito di Janukovyc ed è per questa ragione che l’opposizione ha rinforzato le critiche verso il suo governo. 
La battaglia sociale che si sta verificando ultimamente in Ucraina deriva dalla fondamentale divisione tra i sostenitori di un totale inserimento nell’Unione europea e chi invece si ritiene legato alla Russia. Quest’ultima ha sempre avuto un importante partenariato economico con l’Ucraina, soprattutto dal punto di vista della fornitura di gas. 
Arrivare ad un compromesso tra queste due componenti sociali appare più che necessario, in questo modo si può ritornare alla pacificazione politica che è scomparsa insieme all’arresto della Tymoshenko. La Rivoluzione arancione del 2004 non è stata dimenticata dagli ucraini, i quali sembrano pronti a riprendersi il potere come avevano fatto quasi dieci anni fa. 

Emanuele Pinna

Si infiammano le proteste in Bulgaria: migliaia di studenti manifestano nelle strade di Sofia

I manifestanti a Sofia (Stoyan Nenov, Reuters/Contrasto)
Da cinque mesi a questa parte non cessano le proteste in Bulgaria, studenti e lavoratori si trovano uniti nel chiedere le dimissioni del governo. Circa 500 università del paese balcanico sono state occupate in quest’ultimo mese, i lavoratori si sono riversati nelle strade protestando contro le politiche di austerità che dal 2007, anno di ingresso nella Ue, il governo di Sofia sta portando avanti. Inoltre negli ultimi anni gli scandali di corruzione sono diventati abitudine e conoscenza comune tra i cittadini bulgari, per questo motivo le giovani generazioni, unite ai sindacati e alle élite culturali, si stanno ribellando. 
La manifestazione più eclatante è avvenuta mercoledì mattina quando un centinaio di studenti ha marciato verso il parlamento. Indossando armature di carta e imbracciando fucili giocattolo, gli universitari hanno inscenato un vero e proprio assalto all’assemblea legislativa. Subito fermati dalle forze dell’ordine in tenuta anti-sommossa, i ragazzi al grido di “Ostavka” (dimissioni) hanno ancora una volta cercato di far pressione sull’esecutivo di Plamen Oresharski. Fortunatamente fino a questo momento si sono susseguite solo proteste non violente e questo rende onore ai manifestanti. 
Secondo alcuni sondaggi più di tre quarti dei cittadini bulgari supportano queste proteste. La popolazione non ha sicuramente ottenuto benefici dall’ingresso nell’Unione Europea, anzi ha dovuto adeguarsi alle politiche di austerità che, seppur mettendo in ordine i conti pubblici, hanno causato una crescita della disoccupazione e un innalzamento della soglia di povertà, sotto la quale vive un quinto dei cittadini. Inoltre la gente comune è stanca della diffusione della criminalità organizzata, la cui influenza si è espansa anche ai settori pubblici. 
Plamen Oresharski
La pressione dei manifestanti è stata sempre più forte dal maggio di quest’anno quando al governo si è insediato Plamen Oresharski, leader del Partito Socialista bulgaro, che è sostenuto da una maggioranza parlamentare che conta sul decisivo appoggio del partito della comunità turca e dall’Ataka, un movimento xenofobo. Questa maggioranza risicata dà poca legittimazione politica ad Oresharski che attualmente si trova nell’occhio del ciclone e viene accusato dall’ex premier Borisov di sostenere politiche comuniste e di repressione delle critiche. Infatti anche se le proteste infiammano le due principali città bulgare, Sofia e Plovdiv, pochi media internazionali riportano la notizia delle numerose manifestazioni di questi ultimi mesi.
La situazione in Bulgaria sta per precipitare, il clima di tensione e di aperto scontro tra manifestanti e polizia è davvero dietro l’angolo. A questo punto è necessario che il governo di Sofia prenda una decisione fra le due possibili scelte: dare la parola ai cittadini attraverso nuove elezioni oppure cambiare radicalmente le politiche pubbliche accontentando le richieste dei cittadini in protesta. 

Emanuele Pinna

USA, gettate la maschera! Barack Obama non può più difendere lo spionaggio orwelliano dell’NSA – L’ANALISI

Gli americani spiavano il cellulare di Angela Merkel: è questa la scioccante notizia riportata stamattina dai principali mezzi di informazione del mondo. Berlino ha il fortissimo sospetto (alcuni parlano addirittura di certezza) che l’NSA tenesse sotto controllo il telefono del cancelliere tedesco, registrando ogni sua conversazione: dalle chiamate di interesse nazionale a quelle private, dai giudizi sui leader alle discussioni sull’UE.
Gli USA, che a causa dello shutdown e del parziale insuccesso dell’Obamacare stanno vivendo un periodo nero, hanno cercato di dribblare le richieste di spiegazioni dei tedeschi. “Non spiamo e non spieremo mai Angela Merkel”: la frase non utilizza il passato, lasciando intendere che i dubbi di Berlino siano fondati. La difesa americana traballa, il bluff è ormai smascherato.
Le pesanti accuse tedesche rischiano di far crollare l’edificio di scusanti costruito dal presidente Obama a seguito dello scoppio del Datagate: la Casa Bianca si è sempre giustificata affermando che Prism, l’elaborato sistema d’intercettazioni gestito dall’NSA, servisse a sventare attacchi terroristici in tutto il mondo. “Abbiamo protetto anche il suolo tedesco”, aveva detto Barack Obama ad un’infastidita Merkel in giugno, pochi giorni dopo le scottanti rivelazioni di Snowden. Le scuse, adesso, non reggono più.
D’altro canto sarebbe ingenuo credere che gli Stati Uniti siano stati soli in questa “corsa allo spionaggio”: il gioco americano è stato certamente emulato dalle grandi potenze europee (Italia inclusa), il cui stupore post-datagate sembra quantomeno fuori luogo. Importanti, in questo senso, sono le dichiarazioni dell’ex capo del controspionaggio francese Bernard Squarcini, che ieri ha dichiarato che “i servizi sono ben consapevoli del fatto che tutti i paesi, anche se collaborano in materia di antiterrorismo, monitorano gli alleati”. Tuttavia il monitoraggio di cui parla Squarcini riguarda i piani industriali, il commercio e l’economia; di certo non la vita privata dei leader alleati.
La vera notizia sta tutta qui. Lo spionaggio americano non conosceva (e forse non conosce ancora) linee rosse invalicabili: i servizi segreti hanno raccolto informazioni di qualsiasi tipo, e hanno poi cercato di sfruttarle a fini politici e diplomatici. Non c’era nessun bene comune da proteggere, nessuno standard di sicurezza da perseguire: l’America ha agito senza alcuno scrupolo, sfruttando i dati sensibili a proprio vantaggio. Gettando al contempo alle ortiche i trattati internazionali e ogni forma di rispetto per i propri alleati.
Ancora più incredibile pare la disattenzione e la svogliatezza dei media americani nel trattare la questione Datagate. In questi giorni di caos e scandali i principali quotidiani stanno dedicando all’argomento piccoli spazi, preferendo concentrarsi sulle vicende casalinghe. Forse nel tentativo di proteggere la pace interna, gli americani si dimenticano ancora una volta di non essere soli al mondo, e di dover fare i conti con la furia dell’intera comunità internazionale.
Il prestigio dell’America obamiana si è ormai definitivamente sfaldato. La credibilità strategica è perduta, e negli alleati europei cresce una voglia di “vendetta” che certo non gioverà ai rapporti futuri. Ma il problema riguarda anche l’assetto interno, con i cittadini americani sul piede di guerra ed un numero sempre maggiore di “whistleblowers”, ovvero ex dipendenti dell’NSA che hanno deciso di rivelare le atrocità commesse dalla propria azienda.
Se Bruxelles vuole ottenere risultati concreti, il torto di Angela Merkel deve diventare il torto di tutti i leader dell’UE: la protesta del Vecchio Continente deve essere coesa e non ammettere rinvii. L’Europa stessa ha il dovere di fare chiarezza sui suoi metodi di spionaggio, e non cascare in nuove ipocrisie di sorta. Se l’assurda opera di raccolta indiscriminata di informazioni continuerà, la credibilità della classe politica mondiale scenderà ancora, provocando un’ulteriore e gravissima scollatura del popolo dalla classe dirigente. Le (disastrose) conseguenze sono facilmente immaginabili.
Giovanni Zagarella

La Turchia nell’Unione Europea: riprendono i negoziati

Le trattative per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea riprendono dopo una pausa durata tre anni. Proprio quando parevano essersi dissolte le ultime speranze da parte del popolo turco, dopo le recenti tensioni sociali manifestatesi in tutto il paese, da Lussemburgo arrivano notizie senz’altro favorevoli: le contrattazioni dovrebbero riprendere questa settimana. In ogni caso, la Commissione europea si preserva dall’annunciare esiti positivi o negativi dopo questo inaspettato riavvicinamento della Turchia all’Unione dei 28 membri.
Iniziate nel 2005, le trattative vanno molto a rilento, segnate dai molti dubbi di alcuni governi membri. Il desiderio di permettere l’adesione della Turchia nell’Unione per ragioni di strategia geopolitica convive con la reticenza sull’accoglimento di un paese particolarmente popoloso, di religione musulmana, che vive oltretutto un contesto sociale già difficile. Alcuni paesi, come la Francia, rimangono dubbiosi per paura di una nuova ondata di immigrazione islamica, in Austria, invece, sussistono ancora antichi dissapori addirittura risalenti all’assedio ottomano di Vienna. Il cambio di rotta decisivo degli ultimi giorni è arrivato da parte della Germania, che dopo aver suggerito di rinviare il rilancio dei negoziati dinanzi alla violenta reazione della polizia contro gruppi di manifestanti a Istanbul, ha riaperto un dibattito con la Turchia.
Manifestanti in marcia durante le proteste dello scorso maggio
Ma facendo un passo indietro nel tempo, le trattative tra la comunità e i governi turchi iniziarono già dagli anni Sessanta quando con l’Accordo di Ankara si stilavano numerosi patti commerciali e la creazione di un Unione Doganale, la quale non ha attualmente la totalità dei poteri socio-economici. Dal 1987, quando la Turchia presentò ufficialmente la sua candidatura alla CEE, al 1999, quando la Ue la accettò come paese candidato, le istituzioni turche si sono fortemente modernizzate. Ma la maggiore spinta riformista è attribuibile al premier moderato Recep Tayyip Erdoğan che dal 2002 ha messo in atto diverse misure per accrescere le libertà civili. Tra queste si ricorda l’abolizione della pena di morte e il progressivo riconoscimento della minoranza curda. Oltre a questi tipi di provvedimenti, la liberalizzazione dell’economia ha portato ad una graduale crescita del tasso di crescita del PIL, che tra il 2002 e il 2011 si è attestato al 5,2%. 
Tuttavia, solamente la settimana scorsa la Commissione europea ha presentato una relazione in cui critica il governo del premier Tayyip Erdogan e riferendosi alle dimostrazioni della primavera chiarisce: “La repressione delle manifestazioni nate in Piazza Taksim e nell’adiacente Parco Gezi e poi diffusesi in tutto il paese e l’assenza di dialogo durante le proteste di maggio-giugno hanno provocato serie preoccupazioni”. In aggiunta ci sono ancora dei nodi irrisolti riguardo al genocidio degli armeni e dei cristiano assiri che in Turchia non solo non vengono riconosciuti, ma tramite l’articolo 301 del codice penale turco si persegue chi pubblicamente ne parla come è accaduto anche nei confronti del premio Nobel Orhan Pamuk.
La situazione è piuttosto intricata e le negoziazioni, appena ricominciate, sembrano presagire che bisognerà attendere ancora molto tempo prima di un ingresso ufficiale della Turchia nell’Unione Europea. Sarà necessario, comunque, che anche l’Italia esprima un parere al riguardo, dato che le sue decisioni potrebbero risultare molto influenti a partire dal 1 luglio 2014, quando arriverà il turno italiano di presidenza del Consiglio europeo. 

Emanuele Pinna

La Croazia entra nell’UE: Bruxelles diventa più grande, ma ha ancora tanti dilemmi da risolvere

(Ansa)

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Ora è ufficiale: la Croazia è diventata il ventottesimo membro dell’Unione Europea, dopo lunghissime trattative (durate dal 2005 al 2011) condotte con Bruxelles. L’ingresso era stato già deciso tempo fa, ma è diventato operativo solo oggi, 1 luglio 2013.

L’ammissione della Croazia riveste una grande importanza simbolica. È innanzitutto la certificazione della compiuta democratizzazione del Paese, processo travagliato e durato quasi 20 anni dopo la conquista dell’indipendenza; rappresenta una garanzia importante di tutela delle minoranze e della non modificabilità dei confini, due dogmi tutt’altro che scontati in un’area turbolenta e instabile come quella balcanica; infine, spiana la strada per gli ingressi futuri di altri Stati della medesima regione, come la Serbia, il Montenegro e la Macedonia.
Tuttavia, l’adesione croata non rappresenta un grande passo avanti dal punto di vista economico e geopolitico per l’Unione Europea: la prolungata crisi economica che ha sfiancato Zagabria ha spinto alcune ambasciate europee, prima fra tutte quella francese, ad osteggiare l’ingresso dello Stato balcanico nell’UE. Altri Stati hanno invece appoggiato la candidatura, come la Germania, che nella Croazia ha uno storico alleato politico-economico.
Permangono alcuni dubbi sulla reazione non entusiastica del popolo croato all’entrata nell’UE: è stata registrata un’astensione del 79% alle elezioni europee, e del 57% al referendum interno sull’adesione. I cittadini sono in larga parte convinti che questo passo non rappresenterà un miglioramento delle condizioni economiche, condividendo così – pur stando dall’altra parte della barricata – le stesse preoccupazioni francesi. Come se non bastasse, si dice che Bruxelles abbia già avviato un procedimento a carico di Zagabria per deficit eccessivo: non il miglior biglietto da visita, specialmente per un popolo che sta attraversando un momento durissimo.
(Lapresse)
L’area balcanica – un tempo dispregiativamente definita la “polveriera d’Europa”, a causa della sua grande instabilità – si appresta dunque ad entrare nell’Unione. Ma restano tanti dubbi sul futuro e sull’identità stessa dell’UE: i recenti avvenimenti, specie quelli ungheresi e turchi, pongono seri dilemmi sulle effettive capacità europee di controllare politicamente la regione, e di arginare le possibili derive estremistiche. Dal punto di vista economico, inoltre, l’eurozona sta vivendo la peggiore crisi della sua storia, e le fila dei suoi detrattori, così come quelle dei sostenitori del ritorno alle monete nazionali, si ingrossano. Urge un cambio di rotta, l’Europa è ad un bivio: da una parte c’è la prospettiva di una politica monetaria e fiscale più unita, assieme ad una banca centrale con poteri di intervento maggiori; dall’altra, c’è la dissoluzione della moneta unica e degli sforzi compiuti nell’ultimo decennio, con un sostanziale passo indietro nel graduale processo di unificazione tra le potenze nazionali. 
È di vitale importanza che gli interessi nazionali interni all’Unione imparino a mettersi da parte: il governo di Bruxelles deve incarnare una vera autorità sovranazionale, dotata di un potere capace di mettere in secondo piano le volontà individuali dei singoli Stati. Di fondamentale importanza è anche il rafforzamento della “periferia” europea (di cui adesso fa parte anche la Croazia), che da sempre paga la presenza di un nucleo centrale robusto, guidato dalla Germania. “La gente si illude che l’Unione europea sia grande, super e che l’erba sia più verde laggiù. Ma in realtà, credo che l’erba sia gialla così come qui” dice Mane Valovic, abitante di Zagabria: è compito dell’Unione Europea trasformarsi e rafforzarsi affinché lui, come tanti altri, si ricreda e torni a sperare nel sogno europeo.

Giovanni Zagarella