Le 31 cose che non sai di Giulio Cesare

Chi non conosce Giulio Cesare? Il generale romano non richiede presentazioni: la sua vita fu costellata di vittorie folgoranti e imprese eroiche. Egli sancì la fine della Repubblica e l’inizio dell’Età Imperiale, cambiando per sempre il corso di Roma. Ma non tutti conoscono i vari retroscena della sua biografia, alcuni esilaranti, altri sconcertanti, altri, invece, ci fanno capire il perché quest’uomo divenne una delle figure più famose e conosciute del mondo intero. La fonte come sempre è il caro Svetonio: cosa, dunque, non sapete di Giulio Cesare?
Partiamo dalle prime imprese del generale:
1. “Si trattenne presso Nicomede, non senza far nascere il sospetto di essersi prostituito a quel re. Questa voce si rafforzò, perché pochi giorni dopo tornò in Bitinia, con la scusa di dover incassare una somma dovuta a un liberto suo cliente”.
2. “Durante quel viaggio venne catturato dai pirati vicino all’isola di Farmacusa, e rimase con loro per quasi quaranta giorni. Pagato il riscatto e sbarcato a riva, non prese riposo fino a quando, armata una flotta e seguite le tracce dei pirati in fuga, non li ebbe catturati e fatti giustiziare, come spesso, quasi per scherzo, li aveva minacciati di fare”.
3. “Arrivato a Cadice e vista una statua di Alessandro Magno, si mise a piangere, quasi vergognoso della propria ignavia, al pensiero di non avere fatto ancora niente che fosse degno di memoria a un’età in un cui Alessandro aveva già soggiogato il mondo intero”.
4. “Scacciò con le armi dal Foro il collega Bibulo che si opponeva a una sua proposta di legge agraria. Questi, essendosene lagnato in Senato e non avendo trovato nessuno che osasse farsi relatore di un fatto così grave, fu preso da un tale scoramento che si chiuse in casa fino al termine del suo mandato. Nel popolo corsero ben presto questi versi: «Nulla è accaduto sotto Bibulo, ma sotto Cesare; nulla ricordo che sia accaduto sotto Bibulo»”.

La disavventura poco prima di varcare il Rubicone (giorno sbagliato per perdersi): 
5. “Dopo il tramonto, fatti aggiogare a un carretto i muli di un mulino vicino, si avviò in massimo segreto e con debole scorta. Ma, al buio, perdette la strada ed errò a lungo, fino a quando, all’alba, trovata una guida, riprese a piedi il cammino attraverso angusti sentieri”.
Sapeva come umiliare i suoi nemici…
6. “Da Alessandria passò in Siria, e quindi nel Ponto, richiamatovi dalle inquietanti notizie su Farnace, che aveva colto il momento opportuno per iniziare le ostilità e si era imbaldanzito per i molteplici successi: quattro giorni dopo il suo arrivo Cesare lo distrusse in una sola battaglia durata meno di quattro ore”.
Cesare generoso per il felice esito della guerra civile:
7. “Non solo fece distribuire al popolo dieci moggi di grano e altrettante libbre d’olio a testa, ma ai trecento nummi che aveva promesso a suo tempo ne aggiunse altri cento quale interesse per il ritardato pagamento”.
8. “Dopo la vittoria di Spagna offrì due banchetti al popolo perché, essendogli sembrato il primo modesto e poco degno della sua generosità, ne fece allestire un secondo, veramente magnifico, cinque giorni dopo”.
9. “A questi spettacoli assistettero folle immense, venute da ogni parte, tanto che molti forestieri alloggiarono sotto le tende alzate nelle strade e nei crocicchi, e molti, tra cui due senatori, rimasero schiacciati e soffocati nella ressa”.
Un astronomo preciso:
10. “Regolò l’anno sul corso del sole e lo fissò di trecentosessantacinque giorni, sopprimendo il mese intercalare e inserendo invece un giorno ogni quattro anni”.
Rubens – Cesare riceve la testa di Pompeo 
Adesso passiamo alle curiosità più divertenti:
11. “Era tanto meticoloso nel curare il corpo che, non contento di farsi tagliare i capelli e radere la barba con estrema cura, si faceva persino depilare, come qualcuno gli rinfacciò”.
12. “Godeva di ottima salute, ma negli ultimi tempi soffriva di svenimenti e di incubi notturni: due volte, mentre svolgeva la sua attività, fu anche colto da attacchi epilettici”.
13. “Non riuscì mai a consolarsi di essere calvo, angustiandosi eccessivamente per gli scherzi dei suoi detrattori, e per nascondere la calvizie si pettinava portando avanti i radi capelli”.
14. “Molti testimoni ce lo dicono estremamente desideroso di lusso e di eleganza; poiché non corrispondeva al suo gusto, distrusse fin dalle fondamenta, quando già era finita, una villa che aveva fatto costruire con grandi spese nel quartiere Nemorense, benché in quell’epoca fosse in modeste condizioni finanziarie e oberato dai debiti”.
15. “Si procurava anche degli schiavi belli e colti, pagandoli a così alto prezzo che se ne vergognava e dava ordine di non segnarlo nei suoi registri di spese”.
16. A proposito del suo legame con Nicomede, re della Bitinia: “Tralascio anche i discorsi di Dolabella e di Curione, in cui Dolabella lo chiama «rivale della regina» e «sponda interna della lettiga reale» e Curione «postribolo di Nicomede» e «bordello di Bitinia»; tralascio anche gli editti con cui Bibulo insultava il suo collega: «La regina di Bitinia prima volle il re, e ora il regno».
17. “Anche un certo Ottavio che, essendo pazzo, diceva tutto quel che gli saltava per la mente, avendo salutato Pompeo col titolo di re, chiamò Cesare «regina»”.
18. “Cicerone scrisse in certe lettere: «in Bitinia il discendente di Venere si era coricato con il re con una veste di porpora nell’aureo letto, dove aveva perduto il fiore della sua gioventù»”.
19. Ecco che abbiamo spiegato perché Marco Bruto lo uccise: “Ma più di ogni altra amò Servilia, madre di Marco Bruto, per la quale aveva acquistato una perla del valore di sei milioni di sesterzi”.
20. “Che non rispettasse le donne sposate, nemmeno nelle province, risulta da questi versi che parimenti i soldati cantavano durante il trionfo gallico: «Cittadini, chiudete le vostre donne! Portiamo con noi un calvo scostumato»”.
21. “E, perché non vi possa essere nessun dubbio sul fatto che Cesare ebbe la peggior fama di sodomita e di adultero, Curione in un suo discorso lo chiama «marito di tutte le mogli, moglie di tutti i mariti»”.
Playboy anche con Cleopatra:
22. “Ma amò soprattutto Cleopatra, con la quale si intrattenne spesso a banchetto fino all’alba, e su una nave fornita di stanze si addentrò con lei in Egitto. In seguito, fattala venire a Roma, la rimandò in patria solo dopo averla colmata di onori e di regali splendidi, e consentì che il figlio nato dalla loro unione portasse il suo nome”.
Ma ora tessiamo un po’ di lodi:
23. “Abilissimo nelle armi e nel cavalcare, sopportava le fatiche oltre ogni credere. Nelle marce precedeva le schiere, talvolta a cavallo, ma più spesso a piedi, a capo scoperto, sia con il sole che con la pioggia. Percorreva distanze immense con rapidità incredibile, senza bagaglio, su un carretto da noleggio, facendo persino cento miglia in un giorno. Se veniva ritardato da qualche corso d’acqua, lo attraversava a nuoto, tanto che spesso precedeva coloro che aveva mandato ad annunciare il suo arrivo”.
24. “In inverno passò da Brindisi a Durazzo attraverso le flotte nemiche, e poiché le sue truppe tardavano a giungere, alla fine si imbarcò di nascosto, di notte, da solo, col viso coperto dal mantello e su di una piccola barca; né si fece riconoscere né permise al barcaiolo di arrendersi al tempo avverso se non quando fu quasi travolto dai flutti”.
25. “Mentre stava attraversando l’Ellesponto su di una piccola imbarcazione da trasporto, Lucio Cassio, della parte avversa gli piombò addosso con una flotta di dieci navi da guerra. Cesare non soltanto non fece nessun tentativo per fuggire, ma anzi governandogli incontro, lo accostò e, convintolo alla resa, lo ricevette supplice a bordo”.
26. “Ad Alessandria, durante l’assalto di un ponte, costretto a gettarsi dentro una barca per un’improvvisa sortita, poiché molti si precipitavano nello stesso scafo, si buttò in mare, e nuotando per duecento passi si salvò a bordo della nave più vicina, tenendo alzata la mano sinistra per non bagnare alcune carte, e trascinandosi dietro, stretto tra i denti, il mantello, per non lasciare quel trofeo in mano al nemico”.
27. “A provare il valore con cui combattevano i suoi soldati sta il fatto che dopo l’unico infelice scontro presso Durazzo, gli chiesero spontaneamente di essere puniti, tanto che egli dovette piuttosto confortarli che castigarli”.
28. “Trattò sempre gli amici con tanta cortesia e tanta bontà che una volta, essendosi improvvisamente ammalato Caio Oppio, che lo accompagnava in un viaggio per regioni boscose, gli cedette il solo piccolo alloggio che c’era in quel luogo, e se ne rimase a dormire sulla nuda terra, sotto le stelle”.
29. “Anche nel vendicarsi era mitissimo per natura. Quando catturò i pirati dai quali era stato fatto prigioniero, poiché ormai aveva giurato di farli crocifiggere, diede ordine di strangolarli prima di appenderli alla croce”.
Camuccini – Morte di Giulio Cesare
E dopo la tragica morte…
30. “La curia in cui Cesare era stato ucciso venne murata e le idi di marzo presero il nome di «giorno del parricidio’ e non fu mai più lecito convocare il Senato in quel giorno”.
31. “Quasi nessuno dei suoi assassini gli sopravvisse più di tre anni, e nessuno morì di morte naturale. Furono condannati tutti e perirono in circostanze diverse, parte in naufragio, parte in battaglia; alcuni si tolsero la vita con lo stesso pugnale con cui avevano violato il corpo di Cesare”.
Giulia Bitto
Annunci

Se fuori imperversa l’inverno: la soluzione di Orazio

Cosa fare quando, in questo periodo, fuori piove e il termometro segna cifre poco rassicuranti? Nei tempi in cui non esistevano GTA V e Facebook, ci si radunava attorno a un fuoco con un bicchiere di vino e molta poesia. Abbiamo visto l’importanza che il simposio rivestiva per Alceo, poeta dal quale partì il latino Orazio per poi proseguire per una direzione personalissima. 

Vides ut alta stet nive candidum
Soracte, nec iam sustineant onus
silvae laborantes, geluque
flumina constiterint acuto.
Dissolve frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum Sabina,
o Thaliarche, merum diota:
permitte divis cetera. Qui simul
stravere ventos aequore fervido
deproeliantis, nec cupressi
nec veteres agitantur orni.
Q uid sit futurum cras fuge quaerere et
quem Fors dierum cumque dahit lucro
appone, nec dulcis amores
sperne puer neque tu choreas,
donec virenti canities abest
morosa. Nunc et campus et areae
lenesque sub noctem susurri
composita repetantur hora,
nunc et latentis proditor intimo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci. 

Vedi come si elevi candido di neve abbondante
il Soratte, e come non reggano più il peso della neve
i boschi affaticati, e come per il gelo
acuto si siano fermati i fiumi.
Sciogli il freddo aggiungendo legna sul fuoco
in abbondanza, e con più generosità
versa dall’anfora sabina,
o Taliarco, il vino di quattro anni.
Lascia il resto agli dèi: appena essi
hanno fermato i venti che sul mare in tempesta
s’azzuffano, né i cipressi
né gli orni vetusti si agitano più.
Che cosa accadrà domani, non chiedertelo,
ed ogni giorno che la sorte ti darà,
ascrivilo a guadagno, e i dolci amori
e le danze non disprezzarle, tu, ragazzo,
finché da te che sei nel fiore degli anni è lontana la vecchiaia
noiosa. Ora devi cercare il Campo Marzio e le piazze
e i dolci sussurri sul far della sera
all’ora dell’appuntamento stabilita,
ora (devi cercare) il riso gradito della ragazza nascosta,
che tradisce la sua presenza dall’angolo appartato,
e il pegno strappato ai suoi polsi
o al dito che resiste invano.

Allo spettacolo invernale, per il poeta augusteo, non si può far altro che sottomettersi: se fuori fa freddo bisogna solo tentare di riscaldarsi col fuoco e col vino, senza cercare di capire le leggi necessarie della natura. Ma la riflessione sul clima e su come contrastarlo conduce presto a temi sviluppati in modo del tutto originale: l’invito a gioire del presente, della giovinezza, dell’amore, della quotidianità, senza arrovellarsi su questioni intangibili che riguardano il futuro. Orazio come sempre lascia da parte il semplice edonismo, accostando al lieto bere e scaldarsi una riflessione più profonda.
Tornano i temi dominanti della poesia oraziana, come il carpe diem (leggi qui) e l’aurea mediocritas, alla ricerca di quell’equilibrio e di quella misura che possono rendere la vita al tempo stesso godibile e saggia. Ma ciò che sorprende del nostro poeta è la capacità di non stancare, di non annoiare: i temi sono sì gli stessi, ma la vividezza delle immagini e l’elaborazione sempre nuova finiscono per farci amare il poeta di Venosa. 
È come se, leggendo, anche noi volessimo prendere parte alla discussione tra Orazio e il dedicatario Taliarco, osservando dalla finestra gli alberi agitati e la tempesta, riflettendo sullo scorrere del tempo e su ciò di cui possiamo godere: la vita del resto ci riserva tante piccole gioie delle quali spesso ci dimentichiamo per approdare a pensieri complessi, come la morte, l’infelicità, la disperazione. Lasciamo il resto agli dei, e usufruiamo del presente.
Giulia Bitto

Fedro: tra favola e protesta sociale

Ora in breve ti spiegherò perché sia nato il genere della favola. La schiavitù, ai padroni soggetta, non osando dire ciò che avrebbe voluto, traspose le sue opinioni nelle favole, ricorrendo, per schivare le accuse di calunnia, a scherzose invenzioni“.

Primo rappresentante latino del genere della favola, Fedro nacque in Macedonia e giunse a Roma come schiavo. Affrancato da Augusto, si dedicò all’insegnamento, sperando di ottenere la fama dalla sua poesia: ma così non fu. A causa della sua umile posizione sociale non fu apprezzato dai contemporanei, tanto che Seneca giunse a ignorarlo totalmente quando affermò che nessuno a Roma aveva intrapreso il genere della favola. Ma quello che Seneca non sa (e purtroppo nemmeno Fedro) è che oggi il favolista ha una fama universale: la semplicità, la chiarezza, l’incisività delle sue favole e soprattutto la carica di protesta sociale insita in esse lo hanno fatto apprezzare e stimare.

Il lupo e l’agnello erano giunti allo stesso rivo
spinti dalla sete. Il lupo stava più in alto,
l’agnello molto più in basso. Ed ecco che quel brigante,
eccitato dalla gola insaziabile, mise in campo un pretesto di lite.
-Perché- disse- hai reso torbida l’acqua a me che 
che bevo?-. Replicò l’agnellino, spaventato:
-Come potrei, di grazia, fare ciò di cui ti lagni, o lupo?
L’acqua parte da te e poi scende alla mia bocca-.
Sconfitto dalla forza della verità,
-Sei mesi fa- disse- hai sparlato di me-.
Rispose l’agnello:- Veramente non ero ancora nato-.
-Allora fu tuo padre, per Ercole, a sparlare di me-.
E così lo afferra e lo sbrana, dandogli ingiusta morte.
Questa favola è scritta per gli uomini
che con pretesti opprimono gli innocenti.”

Chi non conosce la favola del lupo e dell’agnello? O della volpe e l’uva (tanto famosa da essere divenuta proverbiale)? Sebbene l’autore del genere sia stato Esopo, che già aveva sviluppato i temi caratteristici della favola, Fedro riesce a dare significato e a trasporre nella Roma dell’età giulio-claudia le ingiustizie e i soprusi compiuti dal più forte verso il debole, dal potente verso lo schiavo, in modo nuovo e vivo. Il favolista vuole divertire il lettore lanciando però un monito, una morale: in poche righe, con linguaggio colloquiale e scorrevole, Fedro ci fa capire come vivano i deboli, coloro che, senza mezzi, devono approcciarsi al mondo e avere a che fare con il potere.

Dell’alleanza con il potente non ci si può mai fidare:
questo dimostra la favola che segue.
La mucca, la capretta e la pecora rassegnate ai torti 
si allearono nei boschi con il leone.
Avendo esse preso un cervo di gran mole,
il leone fece le parti e così disse:
-Io mi prendo la prima perché mi chiamo leone;
la seconda me la darete perché sono forte;
la terza sarà mia perché sono più potente;
quanto alla quarta, guai a chi la tocca-.
Così l’intera preda si portò via da solo quel furfante.

Il risultato? L’amara quanto vera constatazione che la legge del più forte domina incontrastata. Il debole deve sottostare al potente, asservirsi ad esso. E come avrebbe potuto pensare diversamente uno schiavo affrancato? La bellezza di Fedro sta proprio nel trasporre nelle favole la sua autobiografia, la vicenda di un uomo che, seppure di grande levatura morale e intellettuale, è ignorato ed emarginato dai contemporanei. E menomale che Seneca aveva dettoNon giudicherò gli uomini in base al loro mestiere, ma in base alla loro condotta; della propria condotta ciascuno è responsabile, il mestiere, invece, lo assegna il caso“.

Giulia Bitto

DOVE ACQUISTARE LE FAVOLE DI FEDRO AL MIGLIOR PREZZO


SE VUOI ACQUISTARE ALTRI LIBRI CERCALI SU AMAZON!

Lucano: Romanticismo ante litteram

Al di là della polemica che infuria tra gli strenui difensori di Virgilio e i suoi detrattori, che vedono in Lucano il loro faro in quanto l’anti-Virgilio per eccellenza, è bene anzitutto analizzare i pregi letterari del Bellum Civile prescindendo dal modello del poeta mantovano. La novità che caratterizza il poema epico di Lucano infatti non va cercata solo nell’antifrasi e nel rovesciamento degli schemi topici dell’epos: piuttosto, a mio giudizio, nei temi e nei gusti che anticipano di più di 1800 anni il movimento del Romanticismo.
Rimango perplessa constatando che da nessuna parte se ne faccia cenno: per la critica Lucano è solo l’anti-Virgilio, colui che, guardando con disprezzo a un messaggio così filo-romano, filo-monarchico e salvifico, ha voluto distruggere e fare luce sul momento storico che Roma stava effettivamente traversando da un secolo. Gli elementi romantici di cui ho fatto cenno possono riassumersi in poche parole chiave: sublime, grandiosità, eccesso, morte, pessimismo, impeto, gusto del macabro e dell’orrido, magia, furore, passione, scelleratezza. Seppure inseriti in un contesto come quello epico, i temi citati fanno del nostro poeta un unicum nella letteratura latina, precursore del gusto che dominò la cultura del XIX secolo.
Il tema del furore e dell’impeto si può ravvisare nella dinamica similitudine che descrive Cesare: “Simile a un fulmine che, sprigionato dai venti tra le nubi, balena tra lo schianto dell’etere squassato e il rimbombo dell’universo, squarcia il giorno e atterrisce la gente sgomenta, abbagliando gli occhi con la sua fiamma obliqua; infuria nei suoi spazi e, non essendoci materia che impedisca la sua uscita, grande rovina provoca cadendo“. E che dire della figura di Catone, che, con estremo pathos, difende fino all’eroico suicidio i valori della libertà, opponendosi al tiranno? Anche se dell’Uticense emerge il ritratto di un uomo retto e misurato, Lucano lo imprime di un eroismo tutto romantico, soprattutto per il contrasto intellettuale-tiranno. 
La predilezione per le atmosfere lugubri, per gli episodi macabri, per la morte e per la magia emerge nel libro VI, quando Sesto Pompeo consulta la maga Eritto. In un passo, la vecchia fruga all’interno di un cadavere e ne scompone le parti: il tutto è narrato con estrema precisione. Anche la descrizione del corpo di un soldato che risuscita momentaneamente per predire la fine di Roma è curato nei più piccoli dettagli: il corpo, straziato ed esanime, lentamente riprende vita, e davanti ai nostri occhi pare concretizzarsi la lugubre figura. Infine, dopo la narrazione della battaglia di Farsalo, il poeta, con una soggettività esasperata, condanna le guerre civili con tono solenne, patetico ed enfatico, elevando il conflitto a una dimensione cosmica. Il sangue versato in quella battaglia fratricida rappresenta il funerale del mondo e dell’umanità.
Questi elementi originalissimi e difficilmente riscontrabili altrove non bastano tuttavia alla critica moderna per non rimpicciolire Lucano in una sfera che ruota tutta attorno a Virgilio. Sicuramente la ripresa del modello c’è, ma non va vista solo in chiave antifrastica e polemica: Lucano si distacca da Virgilio perché esso rappresenta il servilismo della poesia al potere, l’intellettuale che al posto di contrastare titanicamente il tiranno china il capo ai suoi ordini. Lucano, dopo una breve esperienza a fianco di Nerone, capisce l’errore e si allontana. In un estremo tentativo di ripristinare la res publica della quale ha cantato la fine, si toglie la vita dopo il fallimento della congiura di Pisone, a fianco dello zio Seneca.

Giulia Bitto

La stravagante passione canora di Nerone

Sono in molti a non conoscere il lato canterino e lirico dell’imperatore romano a detta di molti più discusso e stravagante: Nerone. Il testo di riferimento è come sempre il caro vecchio Svetonio, inesauribile fonte di aneddoti divertenti e stranezze che è un piacere leggere. Ma andiamo alle origini del fenomeno: 
(Nerone) per migliorare la voce arrivò perfino a sopportare sul suo petto lastre di piombo, standosene supino, a liberarsi lo stomaco con purganti e vomitivi, a non mangiare frutta e cibi che potessero recargli danno, finché, allettato dai progressi, anche se la sua voce era sottile e rauca, gli venne l’ambizione di esibirsi sulla scena. Debuttò a Napoli e, quantunque un terremoto improvviso avesse diroccato il teatro, non smise di cantare se non dopo aver terminato il suo pezzo.”

Credete che questo sia assurdo? Le notizie pervenuteci sulla scalata al successo del giovane imperatore non finiscono qua:

In realtà non solo diede ordine di raggruppare in un solo anno quei concorsi che avevano luogo in date differenti, facendone perfino ripetere alcuni, ma, contrariamente alla consuetudine, ne organizzò uno di musica anche ad Olimpia. E per non essere disturbato o distratto da qualcosa nel bel mezzo di queste occupazioni, quando fu avvertito dal suo liberto Elio che gli affari di Roma esigevano la sua presenza, gli rispose in questi termini: «Sebbene tu sia dell’avviso ed esprima il desiderio che io mi affretti a tornare, tuttavia avresti dovuto consigliarmi ed esortarmi a ritornare degno di Nerone.» Quando cantava non era permesso uscire dal teatro, nemmeno per necessità. E così, stando a quanto si dice, alcune donne partorirono durante lo spettacolo, e molti, stanchi di ascoltare e di applaudire, sapendo che le porte erano sbarrate, saltarono furtivamente oltre il muro o si fecero portar fuori fingendosi morti.

Per fingersi morti pur di non ascoltare lo spettacolo possiamo immaginare la bravura del povero Nerone, che, sotto il punto di vista agonistico, credeva di essere come uno dei tanti contendenti di una gara canora:

D’altra parte è appena immaginabile con quanta ansia e con quanta emozione gareggiasse, quale gelosia provasse per gli avversari, quale timore mostrasse per i giudici. Si comportava nei confronti dei suoi avversari come se fossero stati in tutto e per tutto suoi pari, li spiava, tendeva loro agguati, segretamente li screditava, qualche volta li ricopriva di ingiurie se li incontrava, e, se erano molto bravi, cercava perfino di corromperli. Durante il concorso era così ossequiente al regolamento, che non osò mai sputare e nemmeno detergersi con il braccio il sudore della fronte. Per di più, poiché, nel corso di una scena tragica, si era affrettato a raccogliere il bastone che gli era sfuggito di mano, fu colto da paura e temette che quello sbaglio lo facesse escludere dal concorso, e si riprese soltanto quando un mimo lo assicurò che, tra l’entusiasmo e le acclamazioni del popolo, la cosa era passata inosservata. Era lui stesso che si proclamava vincitore; per questo, dappertutto, gareggiò, anche come banditore. E perché non restasse da nessuna parte il ricordo o la traccia dei vincitori dei giochi sacri, ordinò di abbattere, trascinare con un uncino e gettare nelle latrine tutte le loro statue e i loro ritratti.”

Sappiamo che Svetonio non fu una fonte affidabile e che si affidava ai pettegolezzi uditi qua e là: il suo metodo di indagine storica avrebbe fatto svenire Tucidide. Ma è innegabile che questi particolari, anche se gonfiati ed esasperati, facciano sorridere e ci delineino le personalità degli uomini più importanti esistiti a quel tempo. Per riportare tutte le curiosità su Nerone non basterebbero forse dieci articoli: in questo mi sono limitata a uno degli aspetti più divertenti del bizzarro imperatore. A voi consiglio vivamente di leggere tutte le Vite dei Cesari, un po’ per acculturarsi, un po’ per ridere.

Giulia Bitto

Immigrazione: cosa ne pensava Seneca?

Il tema dell’immigrazione, a seguito degli innumerevoli sbarchi a Lampedusa, è ampiamente discusso e dibattuto: in televisione vediamo agitarsi diversi esperti, politici, opinionisti e altra fauna che popola i talk show. Ognuno chiaramente si sforza di dire la sua, sostenendo le più disparate tesi. Ma se il filosofo latino Seneca potesse ancora dire la sua, zittirebbe immediatamente i chiassosi diatribanti con una lucidità e una chiarezza sconcertante. 
Ph. G. Lotti
Seneca, nel 41 d.C., si trova in Corsica, costretto all’esilio dall’imperatore Claudio. Per consolare la madre Elvia deve convincerla del fatto che l’esilio è un semplice spostamento di luogo: mentre i corpi celesti rimangono immobili nel cielo, gli uomini per natura errano e si spostano, come dimostrano i Cartaginesi che vivono in Spagna, i Galli che vivono in Grecia ecc. Svariati sono i motivi per cui la gente migra da una parte all’altra, indagati con chiarezza, e non ci si deve sorprendere di questi spostamenti. La sede dell’uomo, riprendendo la dottrina stoica, è il mondo intero, non una città o una nazione in particolare. 
Come al solito, al posto di vociare frasi piene di retorica, dovremmo apprendere dagli antichi lezioni importanti: in poche righe Seneca annulla i boriosi discorsi di chi si ostina a non capire che l’immigrazione, prima di tutto, è un fenomeno storico e naturale radicato da sempre nell’uomo.
Si trassero dietro i figli e le mogli e i genitori carichi di vecchiaia. Alcuni, sbattuti qua e là da un lungo errare, non scelsero un luogo a ragion veduta, ma occuparono per stanchezza il più vicino, altri con le armi fecero valere il proprio diritto in terra altrui; certe genti, in cerca dell’ignoto, fu il mare a inghiottirle, certe si fermarono là dove le lasciò la mancanza di ogni cosa. E il motivo di abbandonare la patria e di cercarne un’altra non fu lo stesso per tutti: alcuni, fu la distruzione delle loro città a cacciarli in terre altrui, spogliati delle proprie, in fuga dalle armi nemiche; altri, fu un conflitto civile ad esiliarli; altri, un eccesso di sovrappopolazione a farli emigrare in gran numero; altri ancora, li fece andar via una pestilenza o il frequente aprirsi della loro terra in voragini o qualche guaio intollerabile dovuto a un suolo infecondo; certi, li sedusse la fama di una regione fertile, esageratamente magnificata. Chi è stato indotto ad emigrare da un motivo, chi da un altro: è chiaro, in ogni caso, che nulla è rimasto nello stesso luogo in cui è nato. Incessante è l’andirivieni del genere umano; ogni giorno c’è qualche cambiamento in un mondo così grande: vengono gettate nuove fondamenta di città, nuove genti hanno inizio, con l’estinguersi delle precedenti o il loro andarsi ad aggiungere ad altre più potenti. Ma tutti codesti spostamenti di popoli, che altro sono se non esili pubblici?
Giulia Bitto

Seneca e il valore del tempo: ogni giorno moriamo

Quante volte sprechiamo del tempo prezioso, oziando sul divano, tamburellando con un oggetto al posto di adempiere ai nostri doveri, o semplicemente stando sdraiati senza far nulla. Molti non credono nemmeno che esista il tempo perso: siamo noi i padroni delle nostre azioni e diamo noi il valore alle nostre giornate. Per Seneca, pensatore latino che non avrebbe bisogno di presentazioni, non è affatto così: il tempo è il bene più prezioso, è l’unico dono propriamente nostro. Non se ne deve sprecare nemmeno un attimo, poiché non conosciamo quanto ancora a lungo potremo vivere.

Morte di Seneca – David
Cotidie mori dice Seneca: ogni giorno moriamo. Il passato, anche quello più immediato, è morto: e mentre Orazio con il suo carpe diem vedeva la morte davanti l’uomo, incerta e inconoscibile, Seneca la vede dietro ciascuno. Il tempo che l’uomo ha a disposizione va vissuto per arricchirsi interiormente, per acquisire saggezza, e mai si dovrebbe gettare in attività inutili e improduttive. Nella prima epistola a Lucilio Seneca espone magistralmente questa teoria:

Comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell’agire diversamente dal dovuto. Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo, e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata. Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l’altro la vita se ne va. Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene. Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l’unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire.

Ogni tanto bisognerebbe fermarsi: fermarsi e riflettere su come impieghiamo la nostra vita, il nostro tempo, e sapere discernere cosa è fruttuoso e cosa non lo è affatto. E non per un bene istantaneo o un piacere volubile (cosa che più si avvicina all’epicureismo), bensì per sconfiggere la paura più grande: il futuro. Seneca non fu certo un esempio di coerenza, ma i suoi scritti dovrebbero comunque insegnarci che il bene più grande sta a noi scoprirlo.

Giulia Bitto