La Russia criminalizza l’omosessualità: Putin vieta ai cittadini persino di parlarne

Mentre l’Occidente si apre agli omosessuali, anche se a poco a poco e con immensa fatica, in altre parti del mondo c’è chi stringe la morsa e aumenta la repressione. Stiamo parlando della Russia di Vladimir Putin, vicina e al tempo stesso lontanissima geograficamente e culturalmente dall’Europa, che sta adottando nuove leggi anti-gay, contenenti inedite misure che potrebbero influenzare persino la politica estera di Mosca.
L’11 giugno la Duma (il Parlamento russo) ha approvato, con una schiacciante maggioranza, una legge che vieta la propaganda gay. Sarà infatti vietato parlare di omosessualità ai minori, e non si potranno organizzare manifestazioni in loro favore; queste misure vanno ad aggiungersi alla già consistente ghettizzazione degli omosessuali russi, a cui non è riconosciuto pressoché nessun diritto.
Che nessun parlamentare abbia votato contro tale aberrante riforma, fa ben capire quale clima si respiri in Russia: il consenso popolare a queste misure è altissimo, e mette d’accordo tanto i cittadini dell’entroterra, quanto quelli dei ceti colti delle metropoli. L’opposizione liberale non può combattere la legge neanche fuori dal Parlamento, perché incorre in una condanna netta e senza mezzi termini da parte del popolo.
Questa profonda avversione affonda le radici nella cultura russa. La discriminazione degli omosessuali inizia con l’ascesa al potere di Stalin: il dittatore infarcì le leggi civili di norme che discriminavano i gay, rendendoli veri e propri criminali, e arrivando a sancire la deportazione nei gulag per i “rei”. La situazione restò immutata fino al crollo dell’URSS, ma persino dopo il 1991 l’ordinamento non fu completamente ripulito da tali norme. Tutt’oggi quest’eredità pesa sulla politica e sul pensiero popolare, e l’argomento resta tabù.
Gli omicidi di persone gay, uccisi per il loro “orientamento sessuale non tradizionale”, sono tristemente comuni, e le loro dinamiche sono spesso agghiaccianti: in un bar di Volgograd un gruppo di uomini, dopo aver appreso per caso le tendenze sessuali di un avventore del locale, ha deciso di punirlo infilandogli più volte una bottiglia di birra nel retto, per poi picchiarlo fino ad ucciderlo. Il tutto nell’indifferenza di amici e passanti.
L’omosessualità rappresenta anche un’attenuante in sede di giudizio del colpevole, con cui spesso è la stessa popolazione a solidarizzare. Non si tratta, dunque, soltanto del riconoscimento dei diritti civili: essere gay significa aver commesso un crimine efferato, crimine che va punito con la morte. Il resto conta poco.
Ma la repressione potrebbe interessare anche i rapporti con gli altri Paesi: dopo aver vietato l’adozione di bambini russi alle coppie statunitensi, Mosca è pronta a fare lo stesso con la Francia, che ha da poco legalizzato i matrimoni tra omosessuali, e sostiene attivamente tutti i movimenti che si battono contro il riconoscimento dei diritti ai gay. La situazione russa è comune anche ad altri Paesi ex URSS, ad esempio la Georgia: lo scorso 17 maggio violente manifestazioni contro la giornata mondiale contro l’omofobia hanno scosso la capitale Tbilisi, e 17 persone sono rimaste ferite.
La situazione russa fa ben comprendere quanto lavoro ci sia ancora da fare per affermare i diritti degli omosessuali in tutto il mondo. L’Occidente sta imparando ad aprirsi, ottenendo importanti successi, grazie soprattutto ad un’opinione pubblica sempre più sensibile al problema; è dovere dei nostri governi condannare duramente queste violazioni, soprattutto quando esse si ripercuotono sulle relazioni internazionali, in un bieco ed arrogante tentativo di piegare tutto il mondo ad una sola opinione (quella sbagliata).
Giovanni Zagarella


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L’omosessualità: la storia millenaria, le falsità, la nascita dell’omofobia


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La nostra società è in continua evoluzione, e la velocità alla quale si evolve è maggiore che in qualsiasi altra epoca storica. Ciò significa confrontarsi con nuovi fenomeni, nuove espressioni dell’essere umani, del vivere. A volte ci si deve confrontare anche con faccende vecchie come il mondo, ma mai davvero risolte. L’omosessualità è una di queste: una questione di una portata culturale, storica e sociologica vastissima, che certo non può essere riassunta tutta in questa sede; è tuttavia mia intenzione cercare di ricostruirne il percorso nei secoli, e provare ad individuare “cosa è andato storto” nel suo processo di integrazione con la cultura dominante. Cosa, in definitiva, abbia provocato la nascita dell’omofobia.

Bisogna innanzitutto chiarire cosa sia l’omosessualità: è una malattia o no? La questione non è scontata, per tanti motivi. L’OMS ha depennato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali soltanto 23 anni fa, il 17 maggio 1990 (diventata la Giornata mondiale contro l’omofobia), riuscendo a sconfiggere le resistenze di numerose comunità scientifiche. Questione chiusa, dunque? No. Perché ancora oggi moltissime persone credono che l’omosessualità sia una malattia mentale in piena regola, una cosa “contro natura” dalla quale si possa guarire soltanto con un trattamento farmacologico o psichiatrico. Questo punto di vista è tutt’oggi sostenuto da numerosi politici, dalla Chiesa e persino da alcuni scienziati.
Ma che cos’è una malattia? La definizione, in realtà, non è così univoca come si potrebbe pensare. La malattia è “l’opposto della salute”, un’alterazione dello stato fisiologico dell’organismo che ne accelera il disfacimento. Dunque la malattia è dannosa per l’individuo perché altera il normale funzionamento del suo corpo: requisito essenziale di una malattia è che arrechi danno in qualche misura all’individuo. Inoltre è l’individuo stesso che deve dichiararsi e sentirsi malato, ad eccezione dei casi in cui sia la malattia ad impedire l’autoconsapevolezza. È palese come queste affermazioni stridano fortemente con la concezione di omosessualità che noi tutti abbiamo.
Cosa più importante di tutte, l’omosessualità non è una semplice alterazione biologica dell’orientamento sessuale: essa coinvolge un’amplissima gamma di sentimenti dell’individuo, che potrebbe essere “irreversibilmente danneggiato da un tentativo di conversione” (Australian Psychologichal Society). Nonostante i numerosi tentativi, nessuno è mai riuscito a modificare l’orientamento sessuale con un trattamento medico.
Possiamo dunque concludere, fuori da ogni ragionevole dubbio, che l’omosessualità non è una malattia: è qualcosa di molto più profondo, che interessa l’individuo nella sua totalità, trascendendo la semplice dimensione biologica.
Che l’omosessualità fosse un fenomeno naturale, in realtà, non è stato compreso per la prima volta nel 1990. Lo avevano intuito anche Khnumhotep e Niankhkhnum, due ragazzi egizi che vissero nel 2400 a.C. I due, che furono “confidenti del re”, formarono la più antica coppia gay documentata della storia.
L’omosessualità era largamente diffusa e, in una certa misura, riconosciuta anche nel mondo greco e in quello romano. Questa diffusione era dovuta principalmente alle strutture sociali delle due civiltà: gli uomini passavano la maggior parte della loro vita con persone dello stesso sesso, svolgendo assieme tutte le principali attività della vita associata (lo studio, la guerra, la politica, il lavoro). Ciò favoriva una forte comunanza emotiva, che spesso sfociava in relazioni sessuali vere e proprie. Il mondo romano era meno tollerante nei confronti dei rapporti omosessuali perché violavano il mos maiorum, la morale tradizionale; tuttavia, la conquista della Grecia e l’assorbimento della sua cultura ne favorì la diffusione anche in terra romana. In entrambe le civiltà erano largamente diffusi i rapporti sessuali tra precettori ed allievi, interpretati come vera e propria parte del processo di apprendimento.
Le fonti storiche indicano la presenza dell’omosessualità anche nella Antica Cina, nel Giappone, nelle civiltà precolombiane, nel Medio Oriente e nel Sud del Pacifico.
Nel frattempo, in Europa, l’atteggiamento verso l’omosessualità cambiava lentamente, in concomitanza col passaggio dal paganesimo al cristianesimo. Nel tardo impero romano, la pratica omosessuale venne vietata per evitare lo sfruttamento sessuale degli schiavi da parte dei padroni; in una seconda fase i pensatori cristiani allargarono la condanna alla pratica in tutte le sue sfaccettature, reinterpretando le accuse mosse dal filone letterario anti-omosessuale greco e romano, e coniugandole alla condanna contenuta nella Bibbia.
È in questa epoca che l’omofobia affonda le sue radici: il pensiero cristiano condanna un gran numero di pratiche sessuali (inclusa quella omosessuale), racchiudendole nel peccato della sodomia. Ogni caso di omosessualità maschile viene documentato e aspramente condannato, mentre la controparte femminile viene maggiormente tollerata. Le cose non cambiano nel Rinascimento: ci sono casi documentati di omosessualità in tutte le maggiori città italiane, ma l’imperante morale cristiana continua a condannare duramente il fenomeno. Solo nel 1800 vi è la prima depenalizzazione dell’omosessualità, grazie al Codice Napoleonico, che definisce la sodomia un “reato immaginario”. Sempre in questo secolo si formano i primi movimenti per i diritti gay, specie in Germania, dove nasce una vera e propria comunità omosessuale: il movimento riporta importanti successi (specialmente nella città di Berlino), ma viene spazzato via dalle leggi razziali e dalle deportazioni del nazismo. Dalla fine della Seconda guerra mondiale ha inizio il lento cammino del riconoscimento della parità di diritti, cammino che continua ancora oggi.

Siamo dunque giunti a due chiare conclusioni: l’omosessualità è perfettamente naturale e vi sono casi documentati della sua esistenza anche nelle civiltà più antiche. Inoltre, l’intolleranza ha una storia lunga “soltanto” 1600-1700 anni: per un tempo molto maggiore essa è stata accettata e riconosciuta all’interno di tutte le società, a prescindere dalla localizzazione geografica e dalla cultura locale. L’unica eccezione è rappresentata dalla cultura cristiana che, assommando numerosi elementi provenienti da diverse tradizioni, l’ha criminalizzata. L’enorme influenza della civiltà occidentale su tutte le altre ha reso il pensiero omofobo quello dominante, e i risultati di questa “vittoria” sono tutt’oggi sotto i nostri occhi.

L’evoluzione della nostra cultura e la secolarizzazione dell’influenza religiosa sulla società hanno permesso all’omosessualità di riacquistare una parte della sua dignità. Ma c’è ancora tantissimo lavoro da fare: nella società di oggi, essere omosessuali significa ancora dover sottostare ad una miriade di discriminazioni ed ingiustizie, e di dover sopportare una pressione psicologica estrema. Gli sforzi di rendere la vita degli omosessuali uguale a quella di qualsiasi altro essere umano sono contrastati dall’atteggiamento reazionario di ampie porzioni della società: se uno scrittore a Parigi si suicida per protestare contro la legalizzazione delle nozze gay, e viene addirittura santificato da alcune fazioni politiche; se ancora oggi alcuni scienziati si ostinano a trattare l’omosessualità come una malattia e, in mancanza di prove, cercano di giustificare scientificamente il divieto di adozione alle coppie gay; se in Georgia le manifestazioni anti-gay hanno superato in dimensioni quelle a favore nella Giornata mondiale contro l’omofobia, allora vuol dire che siamo lontani dalla completa integrazione e, prima di tutto, dalla vera comprensione di un fenomeno strettamente correlato all’umanità stessa. Informarsi, scoprire la verità dietro l’apparenza e comunicare col prossimo, sono le uniche armi che abbiamo per sconfiggere l’ignoranza. E riuscire a mettere nero su bianco diritti che dovrebbero essere sacrosanti, ma che tali non sono.
Giovanni Zagarella