Joey Jordison non è più negli Slipknot

Ora è ufficiale, Joey Jordison, storico batterista degli Slipknot, non è più nella band.
Gli Slipknot hanno pubblicato, sul loro sito, questo annuncio:
Ai nostri Maggot e fan nel mondo è con grande dolore ma con profondo rispetto che gli Slipknot e Joey Jordison annunciano ufficialmente di dividere le loro strade artistiche. Noi tutti (la band) auguriamo a Joey tutto il meglio possibile per il futuro. Capiamo che molti di voi vorranno sapere come siamo arrivati a questo punto e faremo del nostro meglio per rispondere a queste domande nel prossimo futuro. E’ l’amore che abbiamo per tutti voi e per la musica che creiamo che ci spinge ad andare avanti nei nostri progetti, che sono in calendario per il prossimo anno. Speriamo che tutti possiate apprezzare e capire questa scelta mentre noi lavoriamo per costruire un nuovo futuro per la band.
Thank you,
The ‘Knot
È quindi, per ora, poco chiaro cosa sia accaduto realmente tra gli Slipknot e Joey Jordison, ma sicuramente la band perde un membro fondamentale della sua formazione.

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Viaggi musicali: narrare con il rock

Sono davvero finiti i tempi in cui bardi narravano racconti epici musicandoli?
Cosa significa narrare attraverso la musica rock?
Ci sono svariati modi per raccontare qualcosa attraverso questo tipo di musica.

In particolare, una considerazione interessante riguarda la creazione orizzontale o verticale del tipo di racconto.
Narrare verticalmente significa creare una storia che si sussegue classicamente brano per brano: ad essere un emblema di questo tipo di  narrazione sono i Queensrÿche di Operation: Mindcrime. (1988)

In questo album il gruppo racconta, in chiave distopica, l’evolversi di una rivoluzione negli USA sotto il punto di vista di un uomo senza speranze.

Brano per brano la storia procede e si configura tra le emozioni del personaggio principale e degli altri protagonisti, tra accadimenti e sconvolgimenti sociali e dolori personali e intimi.
Il susseguirsi è, in effetti, ad ordine puramente cronologico. L’immaginazione è spinta ad evolversi “verticalmente” piuttosto che a concepire luoghi o ambienti.
D’altro canto, la narrazione orizzontale tende più a descrivere attraverso sensazioni musicali luoghi e realtà. L’immaginazione è spinta a creare mondi in un piano orizzontale e a visualizzare città e regioni.
Un esempio di questo tipo di racconto musicale si può trovare negli Ulver di Perdition City. (2000)

La prerogativa particolare dell’album si trova senza dubbio nel fatto che la band richieda specificatamente di ascoltare questo cd di notte, con le cuffie e in pieno silenzio e intimità.
In questo caso, ad ogni brano ci si addentra sempre di più in una realtà diversa e la nostra mente è spinta a muoversi in una dimensione “orizzontale”, a camminare in un universo differente.
Narrare con la musica è senza dubbio un’impresa complicata che riesce bene in pochissimi casi, ma differenziare la scelta artistica che prende forma in queste occasioni è sicuramente un passo avanti verso la maturazione critica che permette di apprezzare veri e propri capolavori (come i due citati in precedenza) in maniera completa.

Marilyn Manson: icona o ciarlatano?

Marilyn Manson è a mio dire uno degli artisti più sopravalutati e, al contempo, sottovalutati del panorama musicale dell’ultimo ventennio.
Sopravalutato dall’enorme schiera di fan, perlopiù ragazzini acritici e vuotamente ribelli che pendono dalle labbra truccate di nero del cantate e sottovalutato dai sedicenti puristi del metallo cresciuti a pane e Slayers, per i quali il Reverendo Manson è solo un un “poser” ovvero un musicista che sfrutta il look tipico di una determinata sottocultura senza comprenderne la vera essenza.
Come spesso accade, la verità risiede nel mezzo.
Manson, all’epoca Brian Hugh Warner, classe 1969, ha senza dubbio puntato molto sulla sua immagine “maledetta” furbescamente costruita attingendo da artisti come Alice Cooper, Black Sabbath e KISS, ma snobbare a priori la sua produzione musicale sarebbe insensato, alla stregua di considerare stupida una donna solo perché di bell’aspetto.
Marilyn Manson And The Spooky Kids (nome originale della band, in seguito indicata solo col nome del leader) dopo anni di gavetta passati a suonare in giro per la Florida, pubblicano nel 1994 “Portait of an american family” prodotto da Trent Reznor, storica figura dei Nine Inch Nail. Un album senza dubbio primitivo ma interessante, arricchito da invettive sull’ipocrisia e la falsità della società “bianca” americana la cosiddetta “white trash” (“Cake and Sodomy”) , da feroci critiche al fanatismo religioso (“Get Your Gunn”) e da angoscianti spaccati sul dramma della tossicodipendenza (“Dope Hat”). Da segnalare è anche “My Monkey” ispirata a “Mechanical Man” poesia scritta dal noto omicida Charles Manson, focolaio che darà inizio ad una lunga serie di polemiche che accompagneranno la band per molti anni a venire.
Ad un anno di distanza, viene pubblicato “Smells Like Children” un album delirante che riflette lo stato mentale della band, in quegli anni offuscato da ogni tipo di droga. E’ un disco contenente frammenti strumentali, remix, cover (fra le quali la sublime “Sweet Dreams” originariamente degli Eurythmics resa qui cupa e claustrofobica in conformità col testo decisamente inquietante) e spoken word. Mentre l’album diviene doppio disco di platino la band viene accusata di essere promotrice di violenza, stupro, droga e satanismo a causa dei testi controversi e di performance dal vivo non esattamente ortodosse collezionando un buon numero di denuncie.
Fra il 1996 e il 2000 Manson pubblica tre concept album strettamente legati fra loro: “Antichrist Superstar”, “Mechanical Animals” e “Holy Wood”. Questo ciclo, che a parere di chi scrive è quanto di più valido abbia prodotto la band, risente delle influenze più disparate: dalla filosofia di Friedrich Nitetzsche in “Antichrist Superstar” che narra della genesi di una sorta di Superuomo che si trova a diventare un angelo dopo aver passata la sua vita ad essere un verme (“Kinderfeld”), alle atmosfere decadenti e post-apocalittiche stile “Diamond Dogs” di David Bowie in “Mechanical Animals” in cui un mondo freddo e svuotato da ogni sentimento positivo e valore (“Great Big White World”) viene descritto dalla voce disillusa dell’alieno Omega, alter-ego di Manson, per poi passare al sound abrasivo di “Holy Wood” che descrive come un’icona pubblica – prendendo a riferimento personaggi come Gesù Cristo (“Cruci-fiction in space”), Kennedy (“GodeatGod”, “President Dead”) e John Lennon ( “Lamb Of God”) – può venire distrutta dalle pressioni della società, sempre più malata ed opportunista. Costante in questi tre album rimane l’invettiva sociale che ha caratterizzato la produzione di Manson fino a questo momento, scagliandosi contro un’America che ha sempre celebrato la violenza per poi, nel caso di tragedie (ad esempio la strage alla Columbine, la quale ha ispirato “The Nobodies” contenuta in “Holy Wood”) addossare la colpa a terzi, fra i quali spesso appare lo stesso Manson.

Ciò per cui è bene ricordare Marilyn Manson, a parer mio, è la sua produzione fino a “Holy Wood”.
Segue nel 2003 “The Golden Age Of Grotesque” che risente fortemente dell’assenza di Twiggy Ramirez, lo storico bassista; un album piatto e dal sound pacchiano, concettualmente ispirato al clima della Berlino anni 30’: non c’è più spazio per la riflessione critica e lo stesso Manson in “This is the news shit” dice che “tutto è già stato detto” (“everything has been said before”).
Il punto più basso è raggiunto da “Eat me, drink me” del 2007, un disco che sembra la trasposizione musicale del diario di un adolescente piuttosto macabro alle prese con la prima sbandata (è difatti dedicato a Evan Rachel Wood, all’epoca era la compagna del cantante).
Il tragico romanticismo di “Coma White” e “Tourniquet” rispettivamente contenute in “Mechanical Animals” e “Antichrist Superstar” lascia spazio a canzonette come “Heart Shaped Glasses” e “You, me and the Devil makes 3” caratterizzate da sound blando e da immagini prive di mordente.
Senza dubbio più godibili sono gli ultimi due album “The high end of low” (2009) e “Born Villain” (2012), che vedono il ritorno di Twiggy Ramirez in veste di chitarrista. Niente di innovativo ahimè, ma pezzi come “Four rousted horses” (resa vagamente country dalla chitarra acustica) e “Breaking the same old ground” (che ricorda la canzone chiusura di “Holy wood”, “Count to six and die”) valgono la pena di essere ascoltati.
Nel frattempo il Reverendo passa la vita cimentandosi in occupazioni altamente produttive quali pubblicare selfies sui social network, andare per feste con ragazze sempre più giovani e collaborare con Avril Lavigne in duetti di valore artistico assai discutibile.
Riallacciandomi alla premessa, Marilyn Manson e la sua esperienza musicale sono stati sicuramente fondamentali nel panorama industrial degli anni ’90, ma per lui è da tempo arrivato il momento di tirarsi indietro, onde evitare di esasperare ulteriormente i suoi fans dotati di spirito critico e di attirare su di sé il disprezzo dei metallari più intransigenti ed ortodossi.
Da fan decennale di Manson mi inalbero se quest’ultimo viene bollato aprioristicamente come un buffone, ma dinnanzi a chi lo incolpa di “essere diventato un buffone” chino la testa e purtroppo mi vedo costretta a convenire col mio interlocutore.

Decapitated: Nihilty – Recensione disco

I Decapitated di Nihility, nel 2002, sono riusciti a scolpire in un rinnovato, freddo, tecnico e disturbante death metal la realtà nichilista più disumanizzata degli anni ’00.
Per la prima volta nell’ambito di un genere da testi adolescenziali e splatter un gruppo riuscì a convogliare la mostruosa disumanizzazione musicale del brutal (già fondata in passato) ad un concept filosofico dai mille volti che la rispecchiasse tra momenti di folle lucidità e rigetti zarathustriani.
L’album inizia con la tetra “Perfect Dehumanisation (The Answer?)” che mette bene in chiaro quanto i ritmi sincopati della batteria di “Vitek” possano fondersi ai riff dissonanti, tecnici e freddi del brano in un intento di massacro sentimentale. I Decapitated cominciano ad erigere la bandiera del nulla dal primo secondo.
Il ritmo incalzante di “Eternity too short” si fonde alla poesia del brano, che a tratti assomiglia ad un delirio di Charles Manson nei suoi momenti di più lucido odio verso il mondo.
La produzione dal sound perfetta, l’utilizzo della tecnica in una maniera anti-banale e la ricerca della tradizione si trasformano (involontariamente) in una meteora che scardina l’immaturità di un movimento così di nicchia. “Mother war” è una lettera alla realtà divina: la madre guerra non è altro che la concubina di Dio, figlio dello zero e del nulla nichilista. Slancianti e taglienti martellate alternanti fungono da ponti in un brano che, come la struttura di tutto il cd, non possiede momenti cardine. L’intera architettura musicale dell’album si potrebbe descrivere, in poche parole, come sprazzi di 0 ( n.d.r. inteso come il nulla più neutro) fusi da ponti ossessionanti di odio.
Nihility (Anti-Human Manifesto)” è uno dei momenti musicali più ricercati dell’album. Riff alla Necrophagist e impostazione alla Suffocation si fondono alla sincope omogenea delle ritmiche scritte dal chitarrista “Vogg”, mente, insieme al giovane e compianto batterista “Vitek” (all’epoca del cd solo 17enne, morì a 23 anni in un tragico incidente d’auto), del lavoro intero della band. Nihility è la chiave di comprensione dell’intera opera. Segue “Names” che sottolinea la poca importanza delle convenzioni umane nell’universo e la paura della conoscenza dell’inconscio altrui. Si conclude con la tetra frase “Voglio vedere la mia stessa morte”.
Spheres Of Madness è il più grande momento di pazzia mai concepito nella storia del Death metal.
Riff angustiosi, funzionali, arsi dal fuoco dell’assenza. Il testo è il dipinto delirante del volto di un mondo fallito, l’urlo di uno Zarathustra moderno e senza pretese intellettualoidi che si esprime attraverso un genere posto all’esatto estremo contrario dei movimenti che più spesso sono stati vettori di cultura filosofica nella storia del rock
La pazzia è l’unico metodo di conoscenza nella poetica disturbante del gruppo. “Babylon’s pride” è un altro profetico morso sanguinante nei confronti della perfezione cristiana e della vita in quanto tale. “Symmetry of Zero”, l’ultima fatica dell’album, è il coronamento stilistico: la simmetria del nulla si fonde ad un tapping Necrophagistiano e gotico, uno dei pochi momenti con chiaro riferimento emotivo nell’album, altalenato da scale dal sapore sintetico e freddo. 
Il risultato finale della band è inaspettatamente ed incredibilmente rivoluzionario nel suo fondere aspetti così profondi della filosofia moderna ad un genere puramente estremo che, in tendenza, è privo di valore concettuale ed intellettuale. La grandezza della formazione e del lavoro di per sé, tuttavia, appaiono in maniera evidente quando questo intellettualismo prende la forma di un esperimento unico ed omogeneo che non vuole risultare una supponente dichiarazione dandy, come accade spesso nei gruppi che cercano di elevarsi a livello letterario, ma una vera e propria trasposizione delle note in testi. I Decapitated hanno dato un senso concettuale e artistico ad un genere che ne aveva solo in ambito strettamente musicale.

Carcass: Surgical Steel – Recensione disco

Il 13 Settembre 2013, dopo ben 17 anni di attesa, è uscito Surgical Steel, il nuovo album dei Carcass.
Ciò che è chiaro fin dal primo brano, “1985”, è che i Carcass non si sono scordati di loro stessi e della loro carriera ma, anzi, se ne ricordano dal primo all’ultimo secondo. L’intro è, infatti, una citazione all’anno in cui iniziarono a suonare per la prima volta heavy metal (prima della svolta estrema).
Con un ritmo calzante e una rabbia tutt’altro che appiattita, i nuovi Carcass percorrono brano per brano i passi della loro storia: pezzi come “Thrasher’s Abattoir” e “Noncompliance to ASTM F 899-12 Standard” si rifanno alle vene puramente grindcore dei primi lavori (Reek of Putrefaction, Symphonies of Sickness), invece brani come “316L Grade Surgical Steel” e “The Master Butcher’s Apron” vogliono riprodurre il melodic death metal degli anni d’oro e dei capolavori (Heartwork).
Da molti definito come un album solo di fan service e poco sentito, Surgical Steel è in realtà un lavoro dal sapore nostalgico che riesce, mantenendosi su un buonissimo livello, a fondere le varie tradizioni di un gruppo molto eclettico.

Non ci troviamo di fronte a un capolavoro, le pecche del cd sono chiare: troppi riferimenti al passato e troppi pochi al futuro, quasi nessuna canzone definibile come punta di diamante e troppo spesso composizioni dimenticabili. Tuttavia, Surgical Steel merita assolutamente l’ascolto da parte dei fan della band e del genere.

La perla che i Carcass ci lasciano con questo disco è senza dubbi il brano finale: melodic death metal condito da riff dal sapore heavy e tradizionale, “Mount of Execution” in 8:25 minuti si evolve tra malinconia e rabbia con un’esecuzione perfetta e molta ispirazione.
Surgical Steel è senza dubbio una promozione per una delle più importanti e influenti band della scena.

Ricordo agli amanti del gruppo che si esibiranno, assieme agli Amon Amarth, il 24 Novembre 2013 a Trezzo sull’Adda(MI).

"Walk Through Exits Only", nuovo album di Phil Anselmo, si posiziona nella top 40 di Billboard

Walk Through Exits Only“, il primo album solista di Philip Anselmo, leggendario frontman dei Pantera, ha venduto circa 8700 copie negli Stati Uniti alla sua prima settimana di rilascio, debuttando alla posizione No. 35 di Billboard.

Prodotto da Anselmo e Michael Thompson, e registrato durante gli scorsi due anni nello studio di Philip a New Orleans, con la sua band The Illegals – formata da Marzi Montazeri alla chitarra, Josè Manuel Gonzales alla batteira e Bennett Bartley al basso – “Walk Through Exits Only” è abrasivo, aggressivo, incazzatissimo e 100% Anselmo. Chitarre taglienti e selvagge percussioni, accompagnano le urla di Anselmo, nella sua inflessibile forocia e incontenibile fuoco.
Le 8 traccie dell’album sono:
01. Music Media Is My Whore
02. Battalion Of Zero
03. Betrayed
04. Usurper Bastard’s Rant
05. Walk Through Exits Only
06. Bedroom Destroyer
07. Bedridden
08. Irrelevant Walls And Computer Screens
Anche se “Walk Through Exits Only” è stato appena rilasciato, Anselmo ha affermato di voler scrivere nuova musica che sarà disponibile prima dell’anno nuovo.
Ho altre due canzoni che rilascerò solo per il prossimo Housecore Horror (film) festival  alla fine di Ottobre ad Austin, Texas” dice Anselmo. “queste due canzoni, penso si intreccino fottutamente bene. Sono molto sarcastiche, sottili. Fa tutto parte dello sfasciato mondo del vecchio Philip Anselmo – e non indendo ubriaco e devastato. Intendo solo fotuttamente pazzo.
Anselmo dice di aver lavorato su una stima di 15/17 canzoni per “Walk Through Exits Only“.
Avrei potuto inserire quante canzoni volevo, ma per me , queste otto tutte insieme, circa 40 minuti in totale, sono la mia idea di perfetta lunghezza di un album. Quando comincia a diventare più lungo diventa un po’ rindondante e noioso, e non volevo annoiare nessuno.
L’introduzione al mondo di Phil Anselmo & The Illegals avvenne con l’EP “War of the Gargantuas” all’inizio del 2013. Le due canzoni inserite nell’ep – “Conflict” e “Family, Friends and Associates” – sono state solo un separato assaggio di quello che sarebbe stato l’album finale.
Non era una questione di fare un colorato disco trash o heavy metal” Anselmo spiega sul progetto. “E’ un album incazzato come solo io potevo farlo. Non vedo nessun altro lì fuori a urlare sulla stessa merda per la quale urlo io. Su questo album non c’è alcun gioco di parole, nessun messaggio nascosto, è tutto lì di fronte a voi
A seguire il nuovo video ufficiale del singolo “Bedridden” :

Mike Portnoy lascia gli ADRENALINE MOB

Mike Portnoy, famosissimo per aver militato in band come i Dream Theater e gli Avenged Sevenfold, ha deciso di chiudere definitivamente con il progetto degli Adrenaline Mob. Ecco la dichiarazione rilasciata da Portnoy.
Mi rattrista annunciare che le quattro prossime date di questo mese in america latina come supporto agli  Halestorm saranno le mie ultime insieme agli Adrenaline Mob. Sfortunatamente, ho dei conflitti di programmazione che mi impediscono, in questo momento, di dedicarmi completamente alle future attività della band. Non potendo essere in due posti allo stesso tempo, non voglio frenarli, ne farli aspettare in base a quando miei programmi mi permetteranno di riprendere l’attività. Sono molto orgoglioso di ciò a cui abbiamo dato inizio insieme e della musica fatta nei due anni trascorsi, e auguro ai ragazzi il meglio per il futuro.
Da quanto abbiamo appreso successivamente, pare che Portnoy abbia abbandonato gli Adrenaline Mob per focalizzarsi maggiormente sul nuovo progetto avviato con Billy Sheehan e Ritchie Kotzen, i The Winery Dogs.