Alan Moore contro i supereroi e i loro fan

Alan Moore, vecchietto dei fumetti dall’aria un po’ scontrosa, non è certo uno che “te le manda a dire”. I suoi recenti commenti hanno scatenato il putiferio su Twitter, dove i fan hanno sollevato un rumoroso cinguettio intorno alle ultime affermazioni dello scrittore-creatore-mago di fumetti (V for Vendetta, Watchmen, The League Of Extraordinary Gentlemen, tra gli altri). Moore non si è mai mostrato timido o reticente nell’esternare la propria opinione (molto spesso un disappunto!). Ha detto e ribadito che la maggior parte dei suoi racconti sono stati progettati per essere “unfilmable” e, quando ne sono stati fatti degli adattamenti, ne ha sempre preso le distanze, addirittura chiedendo che il suo nome fosse tolto da eventuali crediti. Questa volta le sue parole hanno creato davvero un gran scompiglio ma, a onor del vero, hanno anche sollevato alcune (legittime) domande e perplessità, ponendo interessanti argomenti di dibattito.

Primissimo piano di Alan Moore
Senza freni e senza filtri, in un’intervista rilasciata al The guardian, parlando del suo ultimo fumetto Fashion Beast, ha esordito affermando: “Odio i supereroi. Penso che siano abomini“. Il dopo, un crescendo di critiche, giudizi e disapprovazione. Anche se non avete mai letto un fumetto o guardato un cartone animato nella vostra vita, negli ultimi cinque anni non vi sarà stato facile sfuggire all’invasione di supereroi che, dalla Trilogia del Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan ai film degli X-Men della 20th Century Fox, passando per gli altri successi della Sony Pictures o della Marvel, hanno affollato le sale cinematografiche e gli scaffali di mezzo mondo, declinati in forma di giocattoli, giochi, t-shirt e altri capi di vestiario e gadget di tutti i tipi. Negli anni ’80 Alan Moore ha scritto alcuni dei fumetti di supereroi più acclamati di tutti i tempi – The Killing Joke , Whatever Happened to the Man of Tomorrow e, naturalmente, Watchmen – , creando personaggi e storie più mature, soverchiando i canoni classici del genere e permettendo ad un pubblico anche di adulti di entusiasmarsi ad esso.

Supereroi Marvel
L’ultima uscita dello scrittore “spara a zero” proprio su quest’industria, quella che lui stesso ha contribuito a far crescere e a rendere un fiorente business – ed a cui Moore deve la sua popolarità e fama. La sua ragione? Beh, è una risposta un po’ complessa. Il concetto principale sembra essere il seguente: i fan dei supereroi sono ormai troppo vecchi. “Non ho letto fumetti di supereroi da quando ho finito Watchmen“, ha detto Moore al The Guardian e la cosa, francamente, suona come un paradosso, considerati i numerosi fumetti giunti dopo: Batman, The Killing Joke, Tom Strong,Promethea e molti molti altri. “Oggi il pubblico dei fumetti di supereroi non è certamente di ragazzi dai nove ai tredici anni, non ha niente a che fare con loro”. Il pubblico di oggi è fatto in gran parte di adulti, spesso uomini, e per lo più dai trenta ai sessant’anni. Sono loro i nuovi supereroi-addicted. “Qualcuno se ne uscì con il termine graphic novel. Questi lettori…erano semplicemente interessati a un modo che potesse convalidare il loro eterno amore per Green Lantern o Spider-Man senza apparire in qualche modo emotivamente subnormali“.
Watchmen, il film
Secondo Moore di fatto i fumetti hanno perso il loro significato più autentico e originale, quello per cui sono nati: aprire e stimolare la fantasia di ragazzini, di un pubblico fatto di 9-13enni! “Che era esattamente quello che dovevano fare e che si stava facendo in modo eccellente”. Quindi, a quanto pare, se siete amanti dei supereroi e non siete più bambini, siete “emotivamente subnormali”? Questo è quello che sembra essere il pensiero di Moore. Il genere è andato oltre il suo scopo presunto, ed i risultati cui sta giungendo sono davvero “allarmanti”? “Non credo che il supereroe sia sinonimo di qualcosa di buono”. “Penso che sia un segno piuttosto allarmante se abbiamo un pubblico di adulti che va a vedere i film dei Vendicatori” e si lascia coinvolgere ed appassionare da personaggi e storie “pensati ed elaborati per intrattenere i 12enni degli anni ‘50”. 
Whatever Happened to the Man of Tomorrow
Moore ha notoriamente costruito la sua carriera sovvertendo le aspettative di storie di supereroi, ma dalle sue parole emerge addirittura un disprezzo del genere. Beh, visto che questa intervista sta per lanciare scintille, vi chiediamo, cosa ne pensate? Moore ha ragione, o sta sputando nel piatto dove mangia? Ovviamente la questione potrebbe essere ulteriormente sviscerata e indagata. I fumetti di supereroi nascono per ragazzi ed a loro sono rivolti. Ora non è più così. O meglio, il pubblico di riferimento è più ampio e i fumetti non sono più “solo per ragazzi”. E’ questo il risultato di una evoluzione del genere (educativo-popolare) in una forma d’Arte trasversale? O, al contrario, lo si sta trasformando in una forma di mero intrattenimento, decretandone la morte? Gli adulti supereroi-addicted sono davvero da considerare “casi patologici”?
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La scienza conferma che videogiochi e violenza non sono affini

Sebbene da anni la critica mediatica starnazzi senza sosta a riguardo, mai nessuno è riuscito a provare scientificamente che i videogiochi suscitino e stimolino comportamenti violenti o pericolosi nei bambini.
Al contrario, uno studio condotto dall’Università di Glasgow conferma l’assoluta inesattezza delle suddette congetture.
L’esposizione ai videogiochi non provoca alcuna alterazione nel comportamento, nell’attenzione e nella sfera emozionale.
Di contro, guardare 3 ore di televisione ad un’età di 5 anni potrebbe condurre a un piccolo aumento di problemi comportamentali in soggetti dai 5 ai 7 anni.
Né la televisione né i videogiochi causano disturbi recettivi o caratteriali.
Nei risultati non è stata riscontrata nessuna differenza tra soggetti maschili e femminili.
Si tratta di uno tra i più vasti ed accurati studi mai intrapresi nel settore e lascia poco spazio ai detrattori che a mio parere non valutano l’aspetto migliore dell’intrattenimento videoludico, ovvero l’influsso benefico e stimolante che ha verso l’immaginazione di grandi e piccini.
Al di là di tutto, comunque, il buon senso dovrebbe guidare ogni mente umana nella scelta di ciò che è giusto e sbagliato per il singolo, senza esser schiavi di pregiudizi e dogmi di alcun tipo e senza deresponsabilizzarsi affibbiando la colpa delle proprie azioni a terzi (animati o inanimati che siano).
E, in fin dei conti, questo studio non racconta proprio nulla che non sapessimo già.