Se fuori imperversa l’inverno: la soluzione di Orazio

Cosa fare quando, in questo periodo, fuori piove e il termometro segna cifre poco rassicuranti? Nei tempi in cui non esistevano GTA V e Facebook, ci si radunava attorno a un fuoco con un bicchiere di vino e molta poesia. Abbiamo visto l’importanza che il simposio rivestiva per Alceo, poeta dal quale partì il latino Orazio per poi proseguire per una direzione personalissima. 

Vides ut alta stet nive candidum
Soracte, nec iam sustineant onus
silvae laborantes, geluque
flumina constiterint acuto.
Dissolve frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum Sabina,
o Thaliarche, merum diota:
permitte divis cetera. Qui simul
stravere ventos aequore fervido
deproeliantis, nec cupressi
nec veteres agitantur orni.
Q uid sit futurum cras fuge quaerere et
quem Fors dierum cumque dahit lucro
appone, nec dulcis amores
sperne puer neque tu choreas,
donec virenti canities abest
morosa. Nunc et campus et areae
lenesque sub noctem susurri
composita repetantur hora,
nunc et latentis proditor intimo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci. 

Vedi come si elevi candido di neve abbondante
il Soratte, e come non reggano più il peso della neve
i boschi affaticati, e come per il gelo
acuto si siano fermati i fiumi.
Sciogli il freddo aggiungendo legna sul fuoco
in abbondanza, e con più generosità
versa dall’anfora sabina,
o Taliarco, il vino di quattro anni.
Lascia il resto agli dèi: appena essi
hanno fermato i venti che sul mare in tempesta
s’azzuffano, né i cipressi
né gli orni vetusti si agitano più.
Che cosa accadrà domani, non chiedertelo,
ed ogni giorno che la sorte ti darà,
ascrivilo a guadagno, e i dolci amori
e le danze non disprezzarle, tu, ragazzo,
finché da te che sei nel fiore degli anni è lontana la vecchiaia
noiosa. Ora devi cercare il Campo Marzio e le piazze
e i dolci sussurri sul far della sera
all’ora dell’appuntamento stabilita,
ora (devi cercare) il riso gradito della ragazza nascosta,
che tradisce la sua presenza dall’angolo appartato,
e il pegno strappato ai suoi polsi
o al dito che resiste invano.

Allo spettacolo invernale, per il poeta augusteo, non si può far altro che sottomettersi: se fuori fa freddo bisogna solo tentare di riscaldarsi col fuoco e col vino, senza cercare di capire le leggi necessarie della natura. Ma la riflessione sul clima e su come contrastarlo conduce presto a temi sviluppati in modo del tutto originale: l’invito a gioire del presente, della giovinezza, dell’amore, della quotidianità, senza arrovellarsi su questioni intangibili che riguardano il futuro. Orazio come sempre lascia da parte il semplice edonismo, accostando al lieto bere e scaldarsi una riflessione più profonda.
Tornano i temi dominanti della poesia oraziana, come il carpe diem (leggi qui) e l’aurea mediocritas, alla ricerca di quell’equilibrio e di quella misura che possono rendere la vita al tempo stesso godibile e saggia. Ma ciò che sorprende del nostro poeta è la capacità di non stancare, di non annoiare: i temi sono sì gli stessi, ma la vividezza delle immagini e l’elaborazione sempre nuova finiscono per farci amare il poeta di Venosa. 
È come se, leggendo, anche noi volessimo prendere parte alla discussione tra Orazio e il dedicatario Taliarco, osservando dalla finestra gli alberi agitati e la tempesta, riflettendo sullo scorrere del tempo e su ciò di cui possiamo godere: la vita del resto ci riserva tante piccole gioie delle quali spesso ci dimentichiamo per approdare a pensieri complessi, come la morte, l’infelicità, la disperazione. Lasciamo il resto agli dei, e usufruiamo del presente.
Giulia Bitto
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Alceo, il poeta del vino e dell’ebbrezza

Il vino è specchio dell’uomo.

Nel VII secolo a.C. Lesbo era travagliata da contese politiche che sfociarono in un regime assolutistico guidato da tre tiranni. Alceo, nato nel 630 a.C. nell’isola, si oppose attivamente ai governanti: insieme agli altri aristocratici si radunava nell’etèria (congregazione di àristhoi in cui avvenivano i simposi) per dibattere di argomenti politici e trovare soluzioni. Ma in queste riunioni grande spazio ero dato anche alla poesia e al vino: dimenticare gli affanni e ascoltare un buon componimento erano gli obiettivi secondari degli hetairoi. 


Gònfiati di vino: già l’astro 
che segna l’estate dal giro 
celeste ritorna, 
tutto è arso di sete, 
e l’aria fumica per la calura. 
Acuta tra le foglie degli alberi
la dolce cicala di sotto le ali 
fitto vibra il suo canto, quando 
il sole a picco sgretola la terra.
Solo il cardo è in fiore:
le femmine hanno avido il sesso,
i maschi poco vigore, ora che Sirio
il capo dissecca e le ginocchia.
(Trad. Salvatore Quasimodo)

Non devi ai mali conceder l’anima:
a nulla giova soffrire e piangere,
o Bucchi: far portare il vino
ed inebriarsi è il solo rimedio 

Il vino e l’ebrezza diventano così i temi dominanti di buona parte della produzione alcaica: lenire il dolore, esaltare le sensazioni, riscaldarsi dal freddo, ridere con pochi amici, dimenticare la propria condizione. Un modo di evadere dalla realtà che a distanza di 2600 anni si pratica ancora: l’ubriachezza come annebbiamento mentale e divertimento. Nel microcosmo del simposio, in cui gli uomini fuggivano dalle ansie e dalle ingiustizie, nasceva la poesia. Di certo oggi delle discoteche non si potrebbe dire altrettanto.

Beviamo. Perché aspettare le lucerne? Breve il tempo.
O amato fanciullo, prendi le grandi tazze variopinte,
perché il figlio di Zeus e di Semele
diede agli uomini il vino per dimenticare i dolori.
Versa due parti di acqua e una di vino;
e colma le tazze fino all’orlo:
e l’una segua subito l’altra.

Pioggia e tempesta dal cielo cadono
immense; le acque dei fiumi gelano.
Il freddo scaccia, la fiamma suscita,
il dolce vino con l’acqua tempera
nel cratere, senza risparmio;
morbida lana avvolga le tempie.

Giulia Bitto

Amore platonico: cos’è veramente?

Per amore platonico si definisce comunemente un amore che non comprende la dimensione sessuale e spesso nemmeno il contatto; un sentimento non manifesto, che si nutre delle qualità interiori dell’oggetto. Tuttavia, come spesso accade, questa definizione nel tempo è mutata; oggi è lontana da quella originale, e si tende ad abusare dell’espressione “amore platonico” per indicare una semplice cottarella non dichiarata o un rapporto che non prevede atto sessuale. Facciamo un po’ di chiarezza.

Sarebbe davvero bello poter parlare in modo approfondito dei due dialoghi in cui Platone parla di amore: il Simposio e il Fedro. Tuttavia sarò costretta a riassumere brevemente. Nel Simposio Socrate delinea la figura di Eros: figlio di Poros (Espediente) e Penìa (Miseria, Bisogno), a metà tra divino e umano (e perciò un demone), partecipa della natura di entrambi i genitori. A causa della madre è sempre alla ricerca di qualcosa, bisognoso e privo di risorse; ma grazie al padre riesce a cavarsela. Eros è un’entità di mezzo: “Innanzitutto è sempre povero, ed è molto lontano dall’essere delicato e bello, come pensano in molti, ma anzi è duro, squallido, scalzo, peregrino, uso a dormire nudo e frusto per terra, sulle soglie delle case e per le strade, le notti all’addiaccio; perché conforme alla natura della madre, ha sempre la miseria in casa. Ma da parte del padre è insidiatore dei belli e dei nobili, coraggioso, audace e risoluto, cacciatore tremendo, sempre a escogitar machiavelli d’ogni tipo e curiosissimo di intendere, ricco di trappole, intento tutta la vita a filosofare, e terribile ciurmatore, stregone e sofista. E sortí una natura né immortale né mortale, ma a volte, se gli va dritta, fiorisce e vive nello stesso giorno, a volte invece muore e poi risuscita, grazie alla natura del padre; ciò che acquista sempre gli scorre via dalle mani, cosí che Amore non è mai né povero né ricco.

Amore è un’entità imperfetta: non è un dio, non è bello, non è ricco, non ha grazia. Ciò che può fare, in quanto a metà strada tra divino e mortale, è mediare tra queste due sfere: attraverso Amore si può giungere al divino. Ma come? Un uomo, secondo Platone, per mezzo della bellezza e dell’amore verso qualcuno può trascendere la realtà e arrivare al mondo perfetto delle Idee, più precisamente all’Idea del Bello (l’Idea suprema). Questo processo non è immediato: attraverso una lenta “scalata”, che parte dalla bellezza esteriore (e questo si deve sottolineare) per poi arrivare ad apprezzare quella interiore, l’uomo trascende il mondo delle apparenze (e quindi l’apparenza stessa). Questo tipo di sentimento può anche non comprendere la sfera sessuale e il contatto per un motivo prettamente storico e sociale: ai tempi di Platone l’amore (tra le classi alte) era anche e soprattutto omosessuale, e questo era considerato più puro di quello eterosessuale in quanto non mirava alla procreazione e all’appagamento di istinti.

Quello che succede tra gli innamorati (ma che al momento non giova alla nostra definizione) è invece spiegato nel Fedro (leggi Fenomenologia d’amore-Platone). Amore platonico è quindi un amore che, attraverso la bellezza estetica, raggiunge le qualità interiori per innamorarsene: e, come si pensava in Grecia, era un amore univoco e unilaterale. Uno ama, l’altro è semplicemente amato. Ma non importa, se il fine ultimo è arrivare addirittura a ciò che è divino e perfetto! L’amore (omosessuale in primis) era visto a scopo paideutico (di insegnamento e trasmissione della cultura, ma anche di valori), oltre ad essere il sentimento che tutti conosciamo. Cosa che, purtroppo, oggi si è persa.

Giulia Bitto