Il perduto piacere del silenzio

Abbiamo parlato di tutto, anche di troppo. La nostra capacità di discutere di ogni cosa fino alla nausea intellettiva e mediatica è contesa tra la mirabilità e la psicosi. Abbiamo veramente così tanto bisogno di commentare tutto più e più volte, disossando ogni argomento con la minuzia chirurgica dell’omicida? Stiamo assassinando il piacere del silenzio?

In passato si diceva che il silenzio prendesse la forma del pensiero e questo, a sua volta, della parola. Conoscevamo un procedimento infallibile, collaudato nel corso dei secoli e tramandatoci dai nostri genitori come un sapere generazionale che non doveva essere perduto: l’arte della comunicazione. Regola principe era, appunto, quella di riflettere prima di dire una qualsiasi cosa, ma vi erano anche accenni all’entrare in empatia con il proprio interlocutore e sfruttare il dialogo come un produttivo mezzo per affinare la propria opinione, ricercando miglioramento e maturazione anche laddove vi era solo il piacere di un passatempo. Tutti noi abbiamo ricevuto questo insegnamento, chi più chi meno, poi però, con l’imprevedibilità tipica della disgrazia, ci siamo dimenticati tutto. Improvvisamente ci siamo ritrovati incapaci di esprimere i nostri pensieri e di formularne, addirittura, di nostri.
Le persone attorno a noi hanno cominciato a perdere di vista l’essenziale, preferendo ad esso il generale se non persino il superficiale, e ben presto non solo la capacità di comunicazione ne ha risentito, ma persino quella di pensiero: perché ragionare se seguire i dictat comuni è tanto più semplice? Perché cercare il contatto con il prossimo se tanto nessuno sembra interessato a fare altrettanto? E così la società cadde in un pesante stato di analfabetismo emotivo Fine. Fine, o quasi, perché l’avvento di questa reale fine del mondo (culturale), non ci impedisce di alzarci tutti i giorni e continuare a svolgere le nostre vite in quell’apparente normalità che ovatta tiepidamente le nostre giornate. Non ce lo impedisce, ci permette di farlo, solo un po’ peggio del solito. E dunque, per cercare di risolvere questa afflizione comune, nascono corsi e scuole che si prefiggono l’obiettivo di insegnare di nuovo l’arte della parola e della riflessione, e che sembrano pronti a giurare di essere in grado di spiegare come sia possibile ascoltare gli altri proprio come vorremmo essere ascoltati noi.
Scienziati dei più disparati settori rivedono gli effetti di questa crisi in stragi scolastiche efferate da un fucile che imbraccia un ragazzo paranoico, o nei giovani di prima adolescenza che tagliano fuori dalla propria mente la realtà di tutti i giorni per vivere la propria vita in quella creata dalla fantasia. C’è chi si affida alla preghiera, e chi a santoni vestiti di verità bucate. Chi pensa solo che sia un periodo più scuro degli altri, e reagisce trattando la situazione secondo le regole dell’economia e della finanza, e chi, addirittura, si è arreso a quest’ennesima evoluzione darwiniana. E quindi? Siamo diventati polemici, capricciosi, sordi e in buona parte anche ciechi. Ci riempiamo le orecchie di un continuo “bla bla” mediatico (e non), sicuri che così facendo ci possiamo tenere al passo delle informazioni, dunque del pensiero comune, dunque del mondo… ma in tutto questo, noi, dove siamo? Quand’è stata l’ultima volta che avete pensato? Pensato in modo serio, intendo, non alla lista della spesa o al bel sedere di quella ragazza sul bus.
È proprio questo il problema di tutti noi, il non avere più tempo o voglia di pensare. Siamo così oberati da impegni e piaceri che abbiamo perso di vista cosa realmente fa di noi ciò che siamo: il pensiero. Il risultato è l’aver creato una società in cui si parla troppo ma che, alla verità degli effetti, non dice assolutamente niente. Perché? Perché ad essere oggetto di discussione sono sempre gli stessi argomenti, con gli stessi soggetti protagonisti e la stessa opinione espressa. Parliamo continuamente delle stesse cose, e ne parliamo così tanto non solo perché non abbiamo voglia di girarci attorno per vedere ciò che ci fa comodo ignorare, ma soprattutto perché non siamo più in grado di pensare per formulare un nostro personale punto di vista. Ci siamo disabituati a riflettere, e preferiamo perciò farlo seguendo la massa, così è più semplice essere accettati, è più semplice fare bella figura… è più semplice e basta.
Eppure, non si può fare a meno di pensare che se le “regole d’oro” della comunicazione non fossero andate perdute, molte cose come le conosciamo oggi sarebbero diverse: forse i paesi non sarebbero divisi da una striscia e forse, perché no, di fronte ad un sorriso offerto in mezzo di strada, ce ne vedremmo giungere incontro un altro. È impossibile non riflettere sull’idea che se tutti noi cercassimo di tendere una mano, anziché ritirarla con sdegno, il mondo oggi sarebbe diverso. Se di fronte a quel caffè preso al bar chiedessimo più spesso “come va” piuttosto che cominciare a discutere di politica, lamentandoci di quelle S, P e G che proprio non riescono a creare un alfabeto comprensibile… forse l’evoluzione di Darwin avrebbe torto: l’uomo compirebbe un passo indietro e smetterebbe di investire in borsa i propri sentimenti e le proprie idee, i fucili rimarrebbero oggetti privi di volontà e probabilmente io non sarei così coinvolta a scrivere questo articolo. Forse abbiamo semplicemente bisogno di un’opportunità. Diamola, e diamocela. Non abbiamo bisogno di scuole che ci insegnano a comunicare, abbiamo solo bisogno di riscoprire l’ormai perduto “piacere del silenzio”.
Federica Treggi
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