Le Fotostorie – John Fitzgerald Kennedy

John Fitzgerald Kennedy nasce a Brookline, Massachusetts, il 29 maggio 1917. Secondo di nove figli, suo padre è Joseph “Joe” Kennedy, ricchissimo imprenditore di origini irlandesi impegnato anche in politica. I Kennedy furono una delle famiglie più potenti d’America, potendo contare su un vastissimo patrimonio economico e su una forte influenza sulla politica nazionale. 
JFK da bambino (Getty Images)
JFK riceve un’istruzione di primo livello: frequenta prima la Dexter School, poi la Choate Rosemary Hall ed infine Harvard, dove si laurea in Scienze Politiche. Il giovane Kennedy, descritto come un autentico ribelle, ai tempi della Rosemary è fondatore del “Muckers Club”, una confraternita che causa più di un guaio al giovane studente.
Kennedy durante la Seconda Guerra Mondiale (JFK Library)
Dopo aver completato gli studi il ventiquattrenne Kennedy si arruola nell’esercito, ma viene respinto a causa di problemi di osteoporosi alla spina dorsale. Decide dunque di ripiegare sulla Marina, con la quale partecipa a diverse missioni nel teatro del Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale. La sua carriera militare viene ricordata principalmente per l’eroico salvataggio di Patrick McMahon, un marine trascinato a nuoto per tre miglia da Kennedy, nonostante i problemi cronici alla schiena. Per quest’azione il giovane verrà ricompensato con la Navy and Marine Corps Medal. 

John coi fratelli Robert e Ted (Bettman/Corbis)
La carriera politica inizia subito dopo la fine della guerra. La morte in battaglia del fratello maggiore Joseph Jr. lascia un vuoto nelle ambizioni politiche della famiglia Kennedy: il prescelto per prendere il suo posto e diventare il “political standard-bearer” della famiglia è proprio John, che nel 1946 inizia la carriera venendo eletto alla Camera dei Rappresentanti. Sei anni più tardi, nel 1952, Kennedy vince a sorpresa la corsa ad un seggio in Senato battendo di misura in Massachusetts il repubblicano Henry Cabot Lodge. 
John con la moglie Jacqueline ed i due figli
Durante la sua permanenza in Senato, Kennedy viene bersagliato dalle critiche dei suoi oppositori a causa delle frequenti assenze, dovute ai tanti interventi chirurgici alla schiena. Durante la convalescenza scrive la sua biografia, “Ritratti del Coraggio”: grazie ad essa vince il prestigioso premio Pulitzer, anche se nel 2009 si scopre che la paternità di ampie parti del libro è da ricondurre all’assistente Ted Sorensen, mai citato fra gli autori. 
Nel 1956, in vista delle elezioni presidenziali, il senatore Kennedy entra in ballottaggio con Estes Kefauver per diventare il candidato vicepresidente dei democratici, ma viene sconfitto. L’evento gli dà comunque grande visibilità. L’anno successivo, Kennedy torna alla ribalta per le controversie dovute al suo appoggio ad alcuni emendamenti proposti dai repubblicani al Civil Rights Act: il senatore irlandese vota infatti a favore del Jury Trial Amendment, un emendamento che indebolisce l’efficacia dell’atto, salvo poi riallinearsi ai democratici e raggiungere un compromesso coi rivali. 
Manifesto elettorale dell’epoca
Il 1960 è l’anno della consacrazione politica: alla convention dei democratici, l’appena quarantenne Kennedy sbaraglia i suoi avversari e diventa il candidato ufficiale del Partito dell’Asino, scegliendo come suo vice l’ex rivale alle primarie Lyndon Johnson. In occasione della sua designazione come candidato, Kennedy pronuncia il famoso “New Frontier Speech”. 
Il dibattito televisivo tra Nixon e Kennedy
Le elezioni di novembre, che vedono Kennedy contrapposto a Richard Nixon, si preannunciano tiratissime. Il senatore irlandese, inizialmente dato in svantaggio rispetto al rivale, consolida la sua posizione grazie ad una serie di discorsi storici che mirano a mettere in secondo piano la sua appartenenza alla regione cattolica, caratteristica inusuale per un candidato presidente; Kennedy viene inoltre fortemente avvantaggiato dal primo dibattito televisivo della storia americana, che segna una netta vittoria del contendente democratico ed un sorpasso nei consensi. 
Kennedy giura come Presidente (Bettmann/Corbis)
Con una maggioranza di voti risicatissima (49,7% contro il 49,3% di Nixon), John F. Kennedy diventa il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti. La sua elezione arriva in un momento delicatissimo dal punto di vista geopolitico: il neo-presidente deve infatti fare i conti con il colpo di Stato cubano, avvenuto nel 1959, e con la presa di potere da parte del comunista Fidel Castro. Il neonato regime cubano si allea da subito con l’URSS, costituendo così un avamposto sovietico strategicamente pericolosissimo per gli Stati Uniti. 
Nel 1961 è proprio Kennedy a decidere l’embargo totale ai danni di Cuba, gravissimo provvedimento economico che sopravvive ancora oggi, a distanza di più di 60 anni. Kennedy si fa anche promotore dello sbarco nella Baia dei Porci, un’operazione militare condotta dalla CIA, basata sull’addestramento segreto di un gruppo di esuli cubani e sulla conseguente invasione dell’isola. L’operazione è un completo fallimento, anche a causa delle indecisioni del presidente, ed è un disastro di immagine per gli Stati Uniti. Nei mesi successivi Kennedy ordina anche l’Operazione Mongoose, una vasta opera di sabotaggi all’economia cubana mediante l’utilizzo di organizzazioni terroriste. 
Kennedy e Kruscev (Bettmann/Corbis)
L’atteggiamento aggressivo dell’amministrazione Kennedy suscita l’inevitabile reazione russa: il 1962 è l’anno della Crisi dei Missili di Cuba, uno dei frangenti più delicati e pericolosi della Guerra Fredda. Solo grazie al buonsenso dei due interlocutori, John Kennedy e Nikita Kruscev, è possibile porre fine alla crisi, sventando il pericolo di una guerra termonucleare e dando al contempo una svolta positiva ai rapporti fra le due superpotenze. 
Durante il discorso a Berlino (Bettmann/Corbis)
Il 26 giugno 1963 Kennedy si reca a Berlino, in occasione della costruzione del Muro divisorio simbolo della Guerra Fredda: qui pronuncia uno dei suoi discorsi più famosi, subito rinominato “Ich Bin Ein Berliner”, un durissimo attacco al comunismo e alla Russia. Nonostante l’eco che ebbe tale discorso, l’atteggiamento di Kennedy nei confronti del Muro di Berlino viene oggi giudicato dagli storici piuttosto lascivo, a causa del poco impegno profuso dalla sua amministrazione per contrastarne la costruzione.
JFK assieme a John Glenn, leggendario astronauta americano
In ambito interno, Kennedy si fa promotore di una serie di riforme volte ad includere le minoranze sociali ed etniche nel processo politico ed economico, con particolare attenzione a quella afroamericana: è la cosiddetta politica della “New Frontier”, che avvantaggia anche l’educazione e la sanità americana attraverso una serie di rimodulazioni fiscali. Il Presidente decide inoltre di finanziare cospicuamente il Programma Apollo, con l’obiettivo di raggiungere la luna entro la fine del decennio.
Durante la visita ufficiale a Dallas
John F. Kennedy viene assassinato il 22 novembre 1963 a Dallas, in Texas, durante una visita ufficiale alla città. Il Presidente viene raggiunto da tre colpi di arma da fuoco, nel corso di un attentato che ancora oggi resta fra i momenti più controversi della storia americana: le conclusioni raggiunte dalla Commissione Warren, messa insieme dalla Casa Bianca per far luce sull’accaduto, presentano infatti molti punti oscuri ancora oggi mai chiariti. Per l’assassinio del presidente viene reputato colpevole un impiegato di una biblioteca, Lee Harvey Oswald, ucciso dal criminale Jack Ruby prima di poter essere processato. 
Il piccolo John Kennedy Jr. ai funerali del padre
La morte di Kennedy è considerata uno degli eventi più scioccanti della storia americana, capace di influenzare in maniera massiccia la storia politica successiva, così come il cinema e la letteratura del Paese a stelle e strisce. Pur fra luci e ombre, Kennedy resta uno dei presidenti più amati della storia del Paese e la sua figura, resa mitica ed irraggiungibile dalla morte violenta, resta ancora oggi un punto di riferimento per le giovani leve politiche statunitensi.
Giovanni Zagarella
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9 novembre 1989, cade il Muro di Berlino: le foto

9 novembre 1989: la Repubblica Democratica Tedesca dichiara aperte le frontiere per la prima volta da più di 40 anni. A Berlino la gente si riversa nelle strade, e con pietre ed attrezzi domestici inizia ad abbattere l’odioso muro che per decenni ha diviso la capitale, tenendo lontani famiglie ed amici e divenendo il simbolo per eccellenza della Cortina di Ferro. 
I giovani arrivano da tutta Europa, la stampa accorre: la caduta del muro simboleggia la fine della Guerra Fredda e la riunificazione della Germania sotto un’unica bandiera. La sconfitta del blocco sovietico si concretizzerà, due anni più tardi, con la dissoluzione dell’URSS e la scomparsa dei governi comunisti in tutta l’Europa dell’Est.

Un giovanissimo Nicolas Sarkozy in mezzo alla folla che “assalta” il muro
Gli abitanti di Berlino Est espongono uno striscione: “Grazie Berlinesi dell’Ovest!”

Ad oggi, alcuni tratti del Muro sono stati conservati per fini turistici.

Altri frammenti, più o meno grandi, sono conservati nei musei. Quelli nella foto
sono stati esposti oggi a Teltow (Markus Schreiber, Ap/Lapresse)

La CIA ammette di aver pilotato il colpo di Stato in Iran: a 60 anni di distanza tornano i fantasmi della Guerra Fredda

Mohammad Mossadeq (al centro) in visita al governo degli Stati Uniti
Agosto 1953, Iran: il Primo Ministro Mohammad Mossadeq, capo del Paese da due anni ed impegnato in un tentativo di profonda riforma politica ed economica del Paese, viene abbattuto da un colpo di Stato militare. Tornato in patria, lo scià (il re) Mohammad Reza Pahlavi prende il controllo del potere e installa un’autocrazia destinata a perdurare per più di 25 anni, e a segnare in modo irreversibile la storia del Paese mediorientale.
Che l’Occidente avesse avuto un ruolo nelle vicende iraniane, era cosa certa già allora: prima l’Inghilterra e poi gli Stati Uniti avevano avuto il compito di fare da “guardiani” nell’area, al fine di mantenere il controllo politico dei Paesi mediorientali ed evitare derive filosovietiche. La presenza di alcune delle riserve di petrolio più grandi del mondo, e la vicinanza di alcuni di questi Stati al confine russo, non facevano che aumentare l’interesse dei gabinetti occidentali per l’Iran e per i Paesi limitrofi.
Eletto nel 1951, Mossadeq aveva più volte espresso la sua lontananza dalla Russia e dalle idee socialiste: tuttavia egli agì sfidando apertamente la Gran Bretagna, cercando di strappare il controllo delle riserve petrolifere del Paese alla Anglo-Iranian Oil Company, per nazionalizzarle e portare indipendenza economica all’Iran. Questo tentativo allarmò l’allora premier britannico Winston Churchill, che chiese aiuto e consulto agli USA. Il neo-eletto Dwight Eisenhower, repubblicano ed ex generale dell’esercito, condivise il punto di vista del primo ministro britannico e incaricò i suoi servizi segreti di occuparsi della faccenda. Era stato dato il via all’operazione Ajax.
Dopo un iniziale fallimento, dovuto alll’appoggio di cui Mossadeq godeva in patria, gli agenti riuscirono ad insediare Pahlavi e condannare a morte con un processo-farsa l’ex premier iraniano.

La prima pagina del documento rilasciato dalla CIA pochi giorni fa, dove si ammette
l’esistenza dell’operazione AJAX
60 anni dopo, nell’Agosto del 2013, la CIA ammette finalmente le sue responsabilità ed il suo coinvolgimento nei fatti del 1953: una delle tante operazioni condotte dai servizi segreti americani durante la Guerra Fredda, una delle pochissime il cui colpevole ha adesso un’identità pubblica. La “confessione” cambia poco o nulla della sostanza dei fatti: si sapeva tutto dell’operazione Ajax, ma i suoi fautori avevano negato per più di mezzo secolo ogni coinvolgimento nei fatti. 
L’ammissione di colpevolezza aumenta di valore se si analizza la situazione odierna in Iran, figlia di quel colpo di Stato orchestrato dagli occidentali: dopo 26 anni di dittatura, lo scià Pahlavi fu abbattuto dalla Rivoluzione iraniana (1979), che trasformò la millenaria monarchia in una repubblica ispirata alla legge coranica. Di fatto una teocrazia mandata avanti dall’ayatollah, quello stesso personaggio che negli anni della dittatura rappresentò l’unico oppositore politico del regime, diventando così punto di riferimento per moltissimi iraniani. Il governo di Ahmadinejad, il nucleare, le guerre coi Paesi limitrofi: tutta la storia iraniana del secondo novecento dipende da quella singola operazione, e dalle velleità anglo-americane di controllo delle riserve petrolifere. E la stessa storia di reazioni a catena potrebbe essere ricostruita per gli altri Paesi della regione, in primis l’Iraq e l’Afghanistan. 
Ammettere le proprie responsabilità in Iran è un primo (seppur tardivo) passo, ma gli Stati Uniti hanno il dovere di chiarire gli altri punti interrogativi della loro storia recente: che dire del golpe cileno del ’73, della Notte delle matite spezzate, o dell’Operazione Mongoose? Pagine di storia già scritte e di cui si sa tutto, ma che mancano ancora di un responsabile “ufficiale”. 

Giovanni Zagarella