La Cina si difende: ‘In Tibet grande sviluppo economico e democratico’. L’ONU oggi a Ginevra per discuterne

L’Ufficio Stampa del Consiglio di Stato cinese ha oggi diffuso un Libro Bianco intitolato “Sviluppo e progresso del Tibet”, un documento propagandistico che mira a sottolineare il “buon governo” cinese sul popolo tibetano. La Cina cerca così di rafforzare la sua posizione nella regione, a dispetto degli imponenti movimenti di protesta che da anni chiedono l’indipendenza del Tibet. 
Dopo un’introduzione storica, il Libro Bianco si concentra sugli “straordinari risultati economici” raggiunti dal Tibet negli ultimi anni. La regione, dopo aver sincronizzato il proprio sviluppo a quello del resto del Paese, può adesso godere del suo sviluppo economico anche in ambito sociale e culturale. La Cina evidenzia anche come la democrazia tibetana si stia perfezionando, arricchendosi di giorno in giorno di nuove forme democratiche. L’ufficio stampa conclude plaudendo alla trasformazione della società tibetana “da tradizionale a moderna” e lodando l’ottima qualità ambientale che si registra nella regione. 
La pubblicazione di questo documento non è stata casuale: proprio oggi, infatti, la Commissione per i Diritti Umani dell’ONU si riunirà a Ginevra per discutere la politica cinese in Tibet. Pechino è stata già richiamata in passato sulla questione: nel novembre dell’anno scorso era stata Navi Pillay, Alta Commissaria per i Diritti Umani, ad alzare la voce chiedendo alla Cina maggiore rispetto per i diritti della popolazione tibetana. All’epoca il governo di Pechino aveva risposto duramente, asserendo di non tollerare “ingerenze nei propri affari interni”. Ma persino il gigante cinese teme le possibili sanzioni dell’ONU, anche alla luce dell’importante ruolo che riveste all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’organizzazione. 
Nonostante i tentativi di occultamento, tutto il mondo è a conoscenza dei terribili crimini perpetrati ai danni del Tibet negli ultimi cinquant’anni. L’assoggettamento al regime comunista ha provocato, secondo diverse stime, un milione e duecentomila morti: circa un quinto della popolazione complessiva. La rivoluzione culturale degli anni ’60, il divieto di praticare il culto buddhista e il trapianto forzato di coloni cinesi nell’area hanno distrutto e stanno distruggendo ancora oggi la millenaria cultura tibetana. 
Pur avendo un potere d’azione limitato, l’ONU ha il dovere di farsi sentire e di cercare di arginare il fiume di sangue che da anni ha investito il Tibet: l’ennesima autoimmolazione di un cittadino tibetano, avvenuta solo poche settimane fa, ci ricorda quanto sia necessaria una condanna ufficiale e unanime da parte della comunità internazionale, che si unisca a quella della gente comune e dei tantissimi movimenti che in tutto il mondo sostengono la causa tibetana.

Giovanni Zagarella