Danilo Dolci, il Ghandi italiano

“Non è vero che la gente non capisce, non possa capire. Vero, invece, che la gente perlopiù è allevata con tanto invisibili quanto mostruosamente consistenti paraocchi affinché non possa affrontare i suoi problemi.” Così parlava Danilo Dolci nei primi anni Cinquanta. Quando l’Italia non si era ancora ripresa dai drammi della guerra e della dittatura fascista, lui, cittadino normale innamorato dell’uguaglianza e della libertà, intraprende la via della rivoluzione nonviolenta per scuotere le coscienze dei suoi concittadini, afflitti dalla povertà, dall’ignoranza e dalla delinquenza.
Danilo Dolci nasce il 28 giugno 1924 a Sesana, in provincia di Trieste, e ultimati gli studi di Architettura subito dopo la seconda guerra mondiale, si trasferisce a Partinico (Palermo). È Il 14 ottobre 1952 quando, sul letto di morte di un bambino perito per fame, Danilo Dolci decide di dare inizio alla sua protesta per le condizioni dei cittadini siciliani. La sua personale ribellione comincia con numerosi digiuni, che daranno grande popolarità alle sue battaglie per il lavoro, per il pane, per la democrazia. La sua è un’azione rivoluzionaria dal basso, ispirata ai metodi nonviolenti gandhiani, arricchita da una creatività fondata sul grande rispetto per gli altri. L’impegno individuale di Dolci si allarga all’inizio degli anni Sessanta nel “Centro Studi e Iniziative per la piena occupazione” da lui fondato. L’azione locale e individuale si stava trasformando via via in impegno collettivo, costituendo una significativa esperienza per il superamento di contraddizioni socio-politiche e culturali non solo a livello regionale, ma anche planetario.
Il 2 febbraio 1956, a Partinico, Danilo Dolci ed il suo gruppo portano avanti una iniziativa eccezionale mai vista prima, che prende il nome di sciopero alla rovescia. Alla base c’è l’idea che, se un operaio, per protestare, si astiene dal lavoro, un disoccupato può scioperare invece lavorando. Così centinaia di disoccupati si organizzano per riattivare pacificamente una strada comunale abbandonata. Ma i lavori vengono fermati dalla polizia e Dolci, con alcuni suoi collaboratori, tra cui Peppino Impastato, viene arrestato. Dolci, alle accuse lui rivolte, rispondeva che “il lavoro non è solo un diritto, ma per l’articolo 4 della Costituzione un dovere: che sarebbe stato, era ovvio, un assassinio non garantire alle persone il lavoro, secondo lo spirito della Costituzione.”
In quegli anni le condizioni di vita per centinaia di famiglie siciliane erano disperate. Il titolo di uno dei suoi primi libri è fin troppo esplicito: “Fare presto (e bene) perché si muore”. Il volume raccoglie le storie di pescatori, braccianti, vedove, disoccupati, e dà voce a una Sicilia poco o per nulla conosciuta. Sin dal suo arrivo in Sicilia, Dolci individua nella criminalità organizzata un forte ostacolo allo sviluppo. Grazie a un lavoro attento e capillare, cresce anno dopo anno un solidissimo fronte antimafia, mentre tanti rappresentanti dello Stato si ostinavano ancora a sostenere che la mafia neppure esisteva. Nel 1965, nel corso di un’affollata conferenza stampa successiva a una nuova audizione della Commissione antimafia, Dolci denuncia pubblicamente per collusione con la criminalità organizzata l’allora potentissimo ministro Bernardo Mattarella della Democrazia Cristiana. Questo fa di Danilo Dolci un nemico pubblico per il governo di Roma; ma lui non si arrende, e continua con la sua ribellione nonviolenta.
Le proteste di Dolci e del Centro Studi vengono interrotte solo quando le autorità si impegnano a realizzare alcuni interventi urgenti in favore delle poverissime popolazioni siciliane. La stampa comincia a parlare di Dolci come del “Gandhi italiano”, che non si atteggia a detentore di verità, né a guru venuto a dispensare ricette o a insegnare come e cosa pensare. È convinto che le forze necessarie al cambiamento si possano trovare nelle persone comuni e che non possa esistere alcun riscatto che prescinda dalla maturazione di consapevolezza dei diretti interessati. Sa quanto sia essenziale, per la riuscita di un’impresa, che ciascuno la senta propria dato che i progetti migliori, sulla carta più efficaci, falliscono se calati dall’alto e avvertiti come estranei.
Dolci ha combattuto la miseria, la mafia, il sistema clientelare, ma il suo merito più grande è stato quello di aver fatto una cosa semplice, che dovrebbe essere naturale in una realtà sociale non alienata: ha aiutato la gente ad incontrarsi, discutere insieme dei problemi comuni, aprirsi, comunicare. È tutta qui la sua maieutica socratica, espressione filosofica per esprimere un argomento essenziale. Non può esistere democrazia se non c’è confronto, non esiste democrazia in un Paese in cui la socialità è frammentata ed ognuno apprende singolarmente il mondo, non esiste democrazia dove la lettura attenta della realtà completa lascia il posto alla chiacchiera ed allo slogan. L’utopia di Dolci era quella di una società del potere, di una umanità che risolve i problemi comuni attraverso la comunicazione ed il reciproco adattamento. Una umanità che sa rapportarsi in modo nonviolento alla stessa natura, poiché la vera democrazia si esercita nel coesistere, nel crescere insieme, e non nel cresce sopra ed a spese di altri.

Emanuele Pinna
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