Milano nei profili delle presone che la vivono ogni giorno: un progetto di Francesco Paleari

Profili di Milano è una serie di fotografie in bianco e nero sviluppate dal giovane designer e fotografo Francesco Paleari
Gli scatti con doppia esposizione rappresentano un mix astratto di un singolo ritratto con famosi edifici architettonici di Milano. L’artista utilizza le forme degli edifici che creano il lato destro dell’immagine pur mantenendo le caratteristiche facciali distinte di ogni persona sulla sinistra. In ogni immagine, il viso di una persona e le curve di un tetto o il picco di una basilica sono perfettamente uniti. Paleari racconta con il suo lavoro la storia di una città straordinaria e il ruolo importante che svolgono i residenti per farla prosperare. 
Francesco Paleari ha solo 20 anni e studia Design della Comunicazione al Politecnico di Milano, considera la sua macchina fotografica “una compagna di viaggi e anche uno strumento per estrapolare e fissare particolari aspetti del reale”.

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Strage di Piazza Fontana: 44 anni senza una risposta

Sono passati 44 anni da quel giorno. La strage di Piazza Fontana resta una delle pagine più nere della storia d’Italia che ancora non ha trovato un colpevole certo. 
Alle 16:37 del 12 dicembre 1969 esplode una bomba nella sede della Banca nazionale dell’agricoltura a Milano, provocando la morte di 17 persone, ferendone 88. Poco dopo ne viene rinvenuta un’altra in Piazza della Scala, per fortuna inesplosa e fatta brillare successivamente (forse distruggendo alcune prove utili alle indagini). 
Poco prima delle 17 un terzo ordigno ferisce 13 persone a Roma, nel passaggio sotterraneo che collega l’entrata di Via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di Via San Basilio. Altre due bombe scoppiano ancora nella capitale, una davanti all’Altare della Patria e l’altra a due passi dal Museo Centrale del Risorgimento. 
Ai funerali delle vittime del 15 dicembre 1969 – Nella foto Sandro Pertini (terzo da sinistra)
La folla ai funerali delle vittime nel Duomo di Milano
Quanti i sospettati che sono stati arrestati per essere poi rilasciati, quante volte è sembrato di arrivare ad una verità per poi non giungere mai a niente. Quante interpretazioni sono state date ad un attentato che inevitabilmente ha assunto sempre più le sembianze di un attacco alle istituzioni. Quante persone aspettano tutt’ora una risposta. Tra accuse a gruppi anarchici, a esponenti di circoli di estrema destra, tra inchieste e contro-inchieste abbiamo perso l’orientamento. 
Quarantaquattro anni di indagini, processi e attese. Solo assoluzioni e prescrizioni si sono susseguite nel tempo, ma nessuna condanna vera; tranne che per alcuni esponenti dei servizi segreti accusati di depistaggio. Dopodiché silenzio, nessuna risposta; nessun colpevole. La verità non è ancora arrivata. 
Per quanto tempo ancora si dovrà consumare inchiostro sui giornali prima di poter scrivere “caso risolto”? 
Francesco Bonistalli

A Milano le opere di Kandinsky, uomo-simbolo della pittura astratta – Dal 17 dicembre al 4 maggio 2014

Dal 17 dicembre prossimo al 4 maggio 2014 al Palazzo Reale di Milano va in scena l’artista fondatore della pittura astratta con le sue opere dallo stile retrospettivo e autobiografico: Vassily Kandinsky (1866-1944).

Kandinsky, laureato in legge nel 1892 a Mosca, vive in un contesto socio-culturale importante per l’arte, la cultura e la musica, e vedremo come col suo acquarello riuscì a unire queste importanti discipline nella stessa tela. Inizialmente infatti prende confidenza con la pittura sperimentando temi fantastici  appartenenti alla tradizione russa e al medioevo tedesco. Nel 1910 esordisce con le sue prime opere astratte dove troviamo un innesto di colori vivaci, specialmente giallo, blu e rosso, che spaziano sulla tela annientando la dimensione della profondità. I colori protagonisti si inseguono, si contrastano, si vincono come forze naturali che disorientano l’osservatore con lo scopo di condurlo in una visione poetica e musicale.

Difronte all’ ”Arco azzurro” il susseguirsi di linee irregolari accompagnate dalle tonalità chiaroscurali non concede spazio alla rappresentazione del materiale di un soggetto; al contrario ne scorgiamo l’esaltazione della fantasia retrospettiva, del sentimento nascosto e della più pura ricerca della spiritualità. Per questa sua fedeltà al misticismo nell’arte Kandinsky pone le basi per la formazione di un nucleo di artisti strettamente espressionisti che prende il nome de – Il cavaliere azzurro – (Der Blaue Reiter).
Assieme a Franz Marc e Paul Klee, in questo gruppo si sviluppano teorie illuminanti che associano le componenti dell’arte astratta alla musica in un legame simbolico che viene spesso riproposto dal pittore russo. Se è vero che le tele di Kandinsky non sono sempre di facile interpretazione, è altrettanto sincero l’impatto “musicale” che ci regala una sua tela in cui i colori sembrano corrispondere a delle note. Una tonalità cromatica ne riprende sempre una sonora ma allo stesso tempo una emotiva e trascendentale; le sensazioni vanno oltre ciò che la retina cattura e come dice il pioniere dell’arte ideale: “L’arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro.”

 Raffaele Pinna

Onsitestudio progetta le aree di servizio per l’Expo2015

In occasione del futuro Expo2015 che si terrà a Milano, sono stati nominati i vincitori dei concorsi per la realizzazione delle strutture di sostegno all’evento. 
Il primo premio del concorso internazionale per la realizzazione delle Aree di servizio è stato aggiudicato a Onsitestudio (Gian Carlo Floridi e Angelo Lunati) in collaborazione con Liverani/Molteni Architetti, Monica Lavagna, Lavinia Chiara Tagliabue e Michela Buzzetti
Durante la conferenza stampa di premiazione i progettisti hanno avuto l’occasione di presentare al pubblico presente il loro progetto, nel quale acqua, legno, luce e ombra sono gli elementi costitutivi. 
Questo spazio pubblico è costituito da tredici grandi edifici, diciassette di medie dimensioni e sedici piccole unità di 64.000 mq di superficie lorda di piano. 
Il progetto, più che alla realizzazione di un edificio punta alla creazione di uno spazio. L’unità di spazio e struttura è resa evidente dall’uso totale del legno, come unico materiale, scegliendo così di non affrontare la questione della diversità, piuttosto quella dell’uniformità. 
Il sistema strutturale si ripete ribadendo a diverse scale il motivo della medesima colonna rastremata con “entasis” nella parte centrale, e della medesima lastra. In questo modo le due unità più grandi (stecche) e i più piccoli (chioschi e Infopoint) sono costituiti dallo stesso sistema prefabbricato. 
Il sistema, con la sua nudità e trasparenza, permette di mettere in evidenza il fascino stesso delle strutture: assenza che conduce gli edifici ad una sorta di contemporaneità e che li rende “universali”, rinunciando a tutto ciò che è superfluo. 
Così gli edifici non sono rivestiti da facciate, ma da ombre. 
 
I progettisti dichiarano di essersi ispirati al progetto dal disegno delle risaie sul paesaggio agricolo lombardo, in quanto produttore di alimenti, mentre la profondità del progetto è ispirata ai boschi di pioppi delle stesse campagne che circondano l’Expo stesso. 
 
L’uso dell’acqua sulla copertura sarà funzionale anche al laboratorio di sostenibilità ambientale, uno tra i motivi principali per il quale il progetto è stato selezionato. 
Il velo d’acqua che ricoprirà le facciate faciliterà la riconoscibilità degli edifici all’interno dell’area espositiva, oltre ovviamente a sottolinearne l’importanza all’interno dell’evento stesso, in quanto fonte vitale.
Per approfondimenti sui progetti che hanno partecipato al concorso:

“In one all movie” di Paolo Lipari in mostra il 13 dicembre al Mic di Milano

Paolo Lipari è fondatore e direttore di Dreamers, centro di formazione e di produzione audiovisiva, titolare della casa di produzione Anni Luce, regista di fiction, pubblicità e documentari.
Venerdì 13 dicembre, alle ore 18.00 inaugura, presso il MIC di Milano la sua mostra intitolata “In one all movie”. 

In un quadro un intero film, un progetto audace ma sentito fortemente dall’artista che unendo le sue due più grandi passioni, arte e cinema, si è lanciato coraggiosamente nel progetto che consiste per l’appunto nel comprimere un intero film in un unico quadro. Le undici opere esposte, contengono altrettanti film di culto stretti in una sola immagine. Da Psycho a Kill Bill, da Otto e mezzo ad Apocalypse now e ancora, I quattrocento colpi e il Favoloso mondo di Amelie, ogni film è omaggiato attraverso un esperimento estremo, mai tentato prima: la sovrapposizione di tutti i suoi fotogrammi. 

Il risultato è una sintesi visiva, dove le immagini del film si fondono tra loro racchiudendo in un attimo fugace un’intera pellicola. Chi ha amato uno dei film coinvolti in questo straordinario progetto, avrà ora la possibilità di possederlo: un quadro con dentro la trama del suo film preferito da tenere gelosamente custodito. 
Un esperimento innovativo e se vogliamo anche un po’ pretenzioso, ma sicuramente interessante e coinvolgente.
Consuelo Renzetti

Tori Amos: nuovo album e nuovo tour mondiale nel 2014

Tori Amos, la “Cornflake Girl” del rock, torna in scena con quello che sarà il suo quattordicesimo album realizzato in studio, “Unrepentant Geraldines“.
Come ha dichiarato la Amos, questo ultimo lavoro sarà come un ritorno alla sua prima produzione scostandosi dalla sperimentazione musicale dell’ultimo periodo (basti pensare a “Gold Dust” del 2012, disco nel quale la cantante ha rivisitato e modificato suoi vecchi brani in chiave più classica).
All’uscita di questo album seguirà l’inizio di un impegnativo tour mondiale che partirà da Dublino nel Maggio del 2014 e che toccherà la nostra Penisola nel mese di Giugno: il 2 a Roma, il 3 a Milano ed il 4 a Padova.
Musicalmente attiva sin dal 1992, Tori Amos ha veduto oltre 12 milioni di dischi distinguendosi per lo stile raffinato ma al contempo struggente e sofferente del suo rock, impreziosito dalla notevole tecnica pianistica della cantante.

In attesa di poter ascoltare l’ultima fatica di Tori, consiglio ai lettori un ascolto di “From the Choirgirl Hotel” (1998), quarto album realizzato dalla cantante la quale cercava di esorcizzare il trauma di un aborto spontaneo da lei subito.
Tori Amos sublima il dolore nella musica, trasforma in arte anche l’esperienza più dolorosa e mortificante (come ad esempio lo stupro crudamente raccontato in “Me And a Gun” contenuta in “Little Earthquakes“)senza tuttavia scadere nel melodrammatico o nel patetismo, mantenendo quella sublime delicatezza che l’ha resa così unica nel panorama femminile del rock.