Notorious e Tupac: la raccolta fotografica delle leggende del Rap

Si può provare nostalgia per un momento mai vissuto? Per un uomo mai conosciuto? Per una musica ormai lontana nel tempo? Certo che si, anche se nel rap, un genere strettamente legato a ciò che è presente, è particolarmente difficile. Ed è per questo che solo in pochi riescono a diventare dei miti e che solo i grandissimi pezzi riescono a diventare dei classici.

A quasi 20 anni di distanza dalla loro morte, la luce di Notorious e Tucap brilla ancora nel firmamento dei gradi rapper, illuminando la scena ed influenzando tutt’oggi lo stile e le tematiche dei loro colleghi.
Due facce diverse della stessa umanità, che negli anni novanta, in un’America scossa da una feroce guerra tra East Cost e West Cost, riscrisse la storia dell’ Hip Hop, arricchendola con dei pezzi senza tempo.

Proponiamo quindi una raccolta delle loro foto più significative, per non dimenticare gli uomini e per celebrare il Mito!

Francesco Bitto

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Rap e rabbia: La fine dei sogni

Lo aveva detto Tupac nel suo ultimo disco (Killuminati) che il sistema ormai detta legge perfino sugli spartiti, intrattenendoci e addormentandoci per non farci render conto che ormai, per noi comuni mortali, i soldi sono spariti. Impone i suoi input e i suoi stop decretando la fine dei nostri sogni. Grazie a Dio, però, c’è rimasto l’Hip Hop. 
E chiaramente non parlo di quello che tratta di tematiche gangsta, sessiste o frivole che tanto sta prendendo piede nel nostro paese, abituato a ben altri spessori tematici sul beat (il rap in Italia nasce nei centri sociali  e trattava, almeno in un primo momento, di tematiche impegnate), ma parlo di quel rap dissacrante, diretto, scomodo e distruttivo, che si abbatte come una palla demolitrice sul corruzione, sulla finanza sulla politica e sulle storture di questo nuovo ordine mondiale, che mai come in questi ultimi anni ha volutamente allargato la forbice che separa i poveri  dai ricchi, creando quel “bisogno” che costringe noi giovani a svenderci a buon mercato.

E a raccontare questo mondo malato sono rapper che la protesta la vivono, dallo studio alla piazza, con il cuore pieno di quella frustrazione derivante dalla constatazione di raccontare una generazione senza orizzonti, a cui vengono tappate le ali, in un’Italia sempre più in ginocchio. Mica come quei cantautori degli anni settanta, che ci hanno preso in giro mentre parlavano di classe operaia e di disagio giovanile con i loro contratti a cinque zeri e le loro cene nei salotti bene, specchio di una generazione che ha fallito ogni suo intento, occupando le poltrone di coloro che criticavano e lasciandoci una società peggiore, più inumana, più diseguale , in cui sognare è diventato un lusso.

E la rabbia sale, tra le discariche abusive dove si coltivano OGM tossici, nelle galere affollate di uomini allo stato animale o in fila ad aspettare, nell’attesa di un colloquio di lavoro. La rabbia sale, e con lei quel senso di impotenza nei confronti di una società che ci ingabbia e ci controlla, che ci opprime e ci spinge a consumare e ci valuta non tanto per ciò che siamo o che pensiamo quanto per ciò che consumiamo. Tastiere e monitor, pc ed internet, mentre aspettiamo che qualcosa cambi…

Francesco Bitto