Matteo Renzi stravince le primarie: col 68% dei voti diventa il nuovo segretario del PD

Matteo Renzi è il nuovo segretario del Partito Democratico. Il sindaco di Firenze ha stravinto le primarie del PD, ottenendo il 68% dei voti a favore. Gianni Cuperlo, considerato lo sfidante principale di Renzi, ha deluso le attese assicurandosi soltanto il 18% dei voti; la “mina vagante” Pippo Civati si è fermato ad un modesto 14%. 
Lo stra-favorito Renzi ha praticamente dominato le votazioni, superando persino i più ottimistici sondaggi. L’enorme percentuale di voti ottenuti legittima ampiamente il candidato toscano, che da domani potrà mettere in pratica le proposte presentate durante la campagna elettorale delle scorse settimane. Fra queste, una delle più scottanti è la volontà di affidare al Parlamento il compito di redigere la nuova legge elettorale, tema sul quale si preannuncia uno scontro con l’esecutivo guidato da Enrico Letta. 
Renzi ha ottenuto le percentuali più consistenti nelle regioni del centro-nord: oltre alla Toscana, sua regione di provenienza, il Rottamatore ha conquistato le tradizionali “regioni rosse” ottenendo percentuali superiori al 70% in Emilia-Romagna, Umbria e Marche. Schiacciante la vittoria anche al centro-sud, seppur con percentuali leggermente inferiori. In tutto i votanti sono stati 3 milioni, una cifra molto alta che ha suscitato ottimismo tra i dirigenti del PD.
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L’America in Shutdown: le conseguenze sull’economia mondiale

Da ieri notte gli U.S.A. hanno chiuso i battenti. No, non è uno scherzo, ma solo la conseguenza del mancato accordo tra Repubblicani e Democratici, che ha portato alla mancata approvazione del bilancio provvisorio e all’automatico stop di tutti quei servizi federali ritenuti “non necessari”. Chiusi a tempo indeterminato parchi, musei, alcuni sportelli ministeriali; possibili riduzioni al personale civile e militare; in sintesi, più di 800 mila statali a stelle e strisce si ritrovano, da ieri notte, senza stipendio.

Lo shutdown, che non si verificava dai tempi di Clinton (1996), è, in situazioni normali, un impedimento di scarsa rilevanza, generalmente superato nel giro di tre/quattro giorni: nel caso specifico, però, la situazione sembra molto più grave e potrebbe portare a pesanti conseguenze sul piano globale. Com’è noto, infatti, il partito repubblicano si è fieramente opposto alla c.d. Obamacare, la riforma sanitaria voluta dai democratici, e il secco “no” della Camera (in cui “l’Elefante” gode della maggioranza) è dunque da leggere come feroce vendetta politica, benché consumata sulle spalle dei cittadini.

Dopo aver, invano, tentato di richiamare il Congresso alle sue responsabilità, Obama ha rivolto un duro attacco agli avversari sotto forma di messaggio alle truppe: “Voi e le vostre famiglie meritate di meglio rispetto alle disfunzioni del Congresso. L’effetto di questo shutdown può essere peggiore di quello della Seconda Guerra Mondiale, ci attendono giorni di incertezza”- ha affermato il Presidente.

Gli effetti di uno shutdown di breve periodo, all’incirca 2 settimane (data la situazione politica), corrispondono a una diminuzione netta di circa -0,3% del PIL U.S.A.; uno stop di circa un mese porterebbe invece a una perdita dell’1,4%, con ovvie ripercussioni catastrofiche sull’economia mondiale. Non mancheranno, è vero, i “servizi minimi per la persona e in difesa della proprietà” (carceri, scuole, ospedali), ma ad essere paralizzata è l’intera struttura sulla quale si regge la macchina federale, e con essa il motore stesso della prima potenza al mondo. Se a ciò aggiungiamo la crisi di uno dei più potenti alleati degli USA, ovvero l’Italia, costretta ad aumentare l’IVA per sfuggire al default, si capisce bene come i giorni che si preparano siano più duri di quelli già vissuti.

Roberto  Saglimbeni

Amministrative 2013: trionfano il PD e l’astensione, battuta d’arresto per PDL e M5S

Ignazio Marino

Le elezioni amministrative che si sono concluse ieri in tutta Italia (eccezion fatta per la Sicilia), hanno visto trionfare un soggetto su tutti: l’astensione. Le elezioni si sono svolte in un clima di crescente disaffezione alla politica: l’affluenza generale si è fermata al 48%, quasi il 30% in meno rispetto al dato riguardante l’ultima tornata elettorale (77%). Un crollo gravissimo e preoccupante per tutto lo scenario politico italiano.
Astensione a parte, il vincitore di queste elezioni è certamente il Partito Democratico: 16 capoluoghi conquistati e 37 comuni superiori, alcuni dei quali roccaforti storiche della destra (Treviso, Brescia) e, soprattutto, Roma. Il centrosinistra riesce a confermarsi anche a Siena, nonostante i durissimi scandali riguardanti il MPS. Il tonfo peggiore lo fa il Movimento 5 Stelle: i grillini conquistano Pomezia e Assemini, ma perdono tantissimi voti rispetto alle elezioni nazionali di febbraio. A Ragusa Grillo passa dal 40% al 15%, a Messina dal 27% al 3%, a Siracusa dal 35% al 5%. E la tendenza si conferma simile in tutta Italia, ponendo alcuni dubbi che nei prossimi giorni gli attivisti dovranno cercare di sciogliere. 
La partita più importante si giocava nella Capitale, dove Ignazio Marino ha battuto Gianni Alemanno, conquistando così il Campidoglio: il candidato del PD è stato sostenuto da una vasta coalizione di centrosinistra, e al ballottaggio ha stravinto col 63% dei voti, grazie anche al massiccio afflusso di preferenze dagli sconfitti del M5S. A Marino non spetta certo un compito facile: Roma è una città che è stata per anni lasciata nel degrado, ben lontana dagli standard delle altre capitali europee. Il neo sindaco dovrà tradurre in pratica un programma improntato all’ecologia, al potenziamento del trasporto pubblico, e alla creazione di un vero e proprio welfare locale, che garantisca servizi basilari attualmente scoperti. 
La vittoria schiacciante del centrosinistra ha sorpreso molti. A livello nazionale il PD è stato più volte vicino alla scissione, è crollato nei sondaggi e ha perso una grossa fetta della sua credibilità in seguito alla rielezione di Napolitano e all’instaurazione del governo delle larghe intese col PDL; eppure a livello locale si è dimostrato solidissimo. Ciò è probabilmente dovuto al diffusissimo radicamento territoriale del partito in tutta Italia, che gli ha permesso di reggere bene all’urto degli ultimi eventi. 
Al contrario il Movimento 5 stelle, formazione giovane e ancora poco presente sul territorio, ha pagato a caro prezzo gli insuccessi finora collezionati in Parlamento, ben più di quanto abbiano fatto i partiti tradizionali. A questo c’è da aggiungere l’importanza, nella politica locale, del candidato: spesso l’autorevolezza del singolo riesce a raccogliere più voti del partito stesso (non a caso le liste civiche hanno trionfato in diverse città), e il Movimento ha attualmente carenza di personaggi di spicco al suo interno (per una precisa scelta ideologica). 
Dunque il PD vince e stravince, ma farebbe bene a non dimenticare i suoi guai a livello nazionale; dichiarare, come ha fatto Enrico Letta, che questo risultato “rafforza le larghe intese” è una forzatura bella e buona, e non dovrebbe dare adito a facili entusiasmi. Allo stesso tempo sarebbe meglio non affrettarsi a dare per morto il Movimento 5 Stelle che, nonostante la batosta, avrà ancora tempo e modo di dire la sua a livello nazionale.
Giovanni Zagarella