Hieronymus Bosch, l’antesignano del terrore figurativo

Quando pensiamo ad un pittore siamo soliti ricondurlo alla corrente artistica d’appartenenza: Monet era un impressionista, Kandinskij era un astrattista, Duchamp era dadaista e così via. Ma c’è un pittore tra tutti le cui opere non sono riconducibili a nessuna corrente artistica, un artista le cui opere non hanno né spazio né tempo, anacronistico, precursone e ispiratore di tutto ciò che richiamerà l’orrore in futuro: Hieronymus Bosch. Poco sappiamo della vita del pittore fiammingo, nato nel 1453: proveniva da una famiglia di artisti e fu un confratello di Nostra Diletta Signora, un’associazione per laici ed ecclesiastici che si dedicava al culto della Vergine e a opere di carità, ed è quindi probabile che per tutta la durata della sua vita Bosch visse a stretto contatto con una realtà fortemente religiosa, così a stretto contatto che tutta la sua produzione artistica ne fu influenzata. Hieronymus Bosch tenta di descrivere nelle sue opere l’immateriale, cerca di imprigionare la malignità, l’inquietudine e l’orrore dell’essere umano esasperando queste qualità fino ad infastidire chiunque si trovi davanti ad una sua opera. Tema ricorrente nelle sue opere sono episodi biblici e apocalittici impressi su tela con nervosismo, proporzioni sballate e accostamenti di colore schizofrenici, ed un ossessione per le pene corporali che in ogni opera si mostrano in tutta la loro brutalità.

L’opera più complessa ed ambiziosa di Bosch è senza dubbio il “Trittico del Giardino delle delizie”: il trittico chiuso rappresenta la creazione del mondo reso con i toni del bianco e del grigio, aperto invece mostra tre pannelli, nel primo troviamo il paradiso terrestre con Adamo e Eva, nel pannello centrale troviamo Il giardino delle delizie e nell’ultimo pannello l’Inferno. Dal giardino dell’Eden all’Inferno, la rovinosa caduta dell’uomo verso la perdizione è resa perfettamente dall’uso del colore, dai toni chiari e brillanti dell’Eden al nero dell’inferno in un susseguirsi di immagini raccapriccianti: una donna svenuta a terra stretta da un essere mostruoso che si specchia nelle terga di un demone, uomini tagliati a metà le cui cavità ospitano i dannati, un vero e proprio Inferno. Un’ opera complessa ed enigmatica che ancora oggi lascia mille interrogativi sulla sua interpretazione.
Altra straordinaria opera del pittore fiammingo è “L’ascesa al calvario (Gand)“ dove tutte le caratteristiche più orride dell’uomo vengono esasperate: Cristo affronta la salita al calvario con la testa piegata in avanti ed il volto segnato dalla fatica e dal dolore, attorno a lui solo la cattiveria e l’indifferenza dell’uomo, rappresentati con volti grotteschi e meschini. I pochi spiragli di luce sullo sfondo scuro si aprono sulla Veronica (in basso a sinistra), su Cristo (al centro) e sul buon ladrone (in alto a destra), mentre in tutto il resto del quadro è il buio a dominare, quasi a voler significare che le cose buone dell’uomo ormai stanno per essere completamente risucchiate dal male. In questo quadro tutto ruota attorno alla contrapposizione su luce ed ombra, sulla bontà e la cattiveria che albergano nell’uomo. 
Bosch è un pittore tormentato, che nei quadri racchiude tutta la frustrazione, tutto il male di vivere e l’angoscia che in vita lo hanno afflitto. Non firmava né datava mai le sue opere, forse usava la tela per immortalare i sui flussi di coscienza per poi magari pentirsene, come quando si scrive di getto su un foglio e poi lo si chiude in qualche cassetto. Nessuno dopo di lui resterà immune al fascino del male che i suoi quadri sprigionano, influenzando alcuni tra i più grandi scrittori “horror” e tra i più grandi registi di tutti i tempi, da Poe a Lovecraft, da Kubrick a Friedkin. 

Francesco Bitto e Consuelo Renzetti