‘The Mission’, il volontariato targato RAI: quando l’aiuto umanitario diventa show business

Una volta toccato il fondo, si sa, non resta che scavare: ed è quello che sta facendo la RAI, che da anni ormai ha perso bussola ed orientamento, e non riesce più a fornire ai cittadini il servizio che ci si aspetterebbe da una televisione di Stato. 
Ed è così che nella programmazione del prossimo autunno spunta “The mission”, nuovo reality che andrà in onda da novembre e sostituirà l’ormai pensionato “L’isola dei famosi”. Fin qui niente di strano: per qualche settimana ritorneranno sulla cresta dell’onda le meteore della tv, gli ex vip, i disposti-a-tutto pur di recuperare un posticino nel mondo dello spettacolo, allestendo un circo ben noto ai telespettatori. Uno spettacolo deplorevole, certo, ma a cui siamo già stati abituati e che avremmo potuto ignorare senza troppi sforzi. Lo sgomento arriva quando si viene a conoscenza dell’ambientazione di “The mission”: i concorrenti si recheranno in alcuni campi profughi dell’Africa (precisamente in Sud Sudan, Mali, Rep. Dem. del Congo) e lì lavoreranno come volontari, coadiuvati da alcune ONG specializzate nel settore degli aiuti umanitari. 
Emanuele Filiberto
I “volontari” scelti per partecipare al programma sono i soliti noti: dall’onnipresente Emanuele Filiberto ad Al Bano, da Michele Cucuzza a Barbara De Rossi. Tutti personaggi che nulla hanno a che fare col mondo del volontariato, ma che al contrario presentano un profilo perfetto per divenire partecipanti di un reality. Com’è possibile accettare una così becera mercificazione e spettacolarizzazione del volontariato umanitario? La formula del reality porta automaticamente (l’ultimo decennio televisivo ce lo insegna) ad una volgarizzazione estrema del contesto e dei rapporti umani, che non può andare d’accordo con l’enorme dramma dei campi profughi. Gettando alle ortiche ogni buon gusto, la RAI sta cercando di rinfrescare un format logoro aggiungendo un’ambientazione suggestiva, portandolo in un campo a cui non appartiene e dove può fare solo danni.
L’emittente pubblica cerca di difendersi affermando che “The mission” avrà un ben preciso scopo culturale, ma mente. Se la RAI avesse davvero voluto creare un programma di divulgazione su questa delicatissima questione, lo avrebbe potuto fare in tanti altri modi. Avrebbe potuto agire attraverso le ONG, portando immagini e testimonianze da discutere in studio assieme a persone normali, al pubblico; avrebbe potuto girare una serie di documentari sulle sfortunate e spesso incredibili storie dei profughi africani; avrebbe potuto instaurare un dialogo sincero con gli spettatori a casa, dando spunti per la costruzione di un discorso intellettualmente onesto sul problema dell’immigrazione, cosa che nel nostro Paese manca ormai da troppo tempo. Avrebbe potuto tutto questo, e invece ha scelto di mandare in onda il più incivile e rozzo tra i format TV. 
Una buona parte della società civile ha già espresso il suo sdegno per la scelta della RAI: la Presidente della Camera Laura Boldrini, ex portavoce italiana dell’UNHCR, ha preso ufficialmente le distanze dal programma, e lo stesso hanno fatto molte associazioni di volontariato laiche e cattoliche, come il GUS (Gruppo Umana Solidarietà) e il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Anche la gente comune si è attivata: in pochi giorni una petizione lanciata dallo studente 25enne Andrea Casale per fermare il programma, ha superato le 40.000 firme. “Ripensateci, annullate questa operazione oscena!”, afferma il giovane, intervistato anche dal Fatto Quotidiano; ma la RAI non sembra intenzionata a fermarsi, né a ridiscutere le caratteristiche del programma coi suoi tantissimi detrattori.

Giovanni Zagarella

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