Musica rock e serial killers

Da sempre la società ha bisogno di capri espiatori per giustificare i comportamenti violenti e l’alienazione degli individui: per alcuni il male assoluto risiede nei videogiochi della Rockstar Games, per altri nella pornografia, per molti nella “musica del Diavolo” ovvero il rock e il metal.
Come responsabile della strage alla Columbine High School in Colorado fu ad esempio indicato Marilyn Manson, reo di aver “ispirato” coi suoi testi Eric Harris e Dylan Klebold, autori del massacro.
Oppure gli AC/CD, colpevoli solamente di avere come fan Richard “The Night Stalker” Ramirez, serial killer di origini ispaniche e sedicente satanista che seminò il panico in California negli anni ’80 uccidendo in maniera orribile almeno 14 persone.
I comportamenti anti-sociali, ovviamente, non possono essere causati dall’ascolto di un certo tipo di musica essendo la questione decisamente più complicata e tutt’ora discussa da psichiatri e sociologi.
Tuttavia, le atroci imprese degli assassini seriali hanno ispirato un gran numero di artisti rimasti “vittime” del loro macabro fascino.
Basti pensare a Tom Araya degli Slayer, band trash metal americana, da sempre interessato alle vicende dei serial killers: il musicista infatti è autore di testi come “Dead Skin Mask“, brano ispirato all’agghiacciante abitudine di Edward Gein di scuoiare le vittime per poi realizzare monili ed utensili con la pelle di queste ultime; oppure “Psychopathy Red“, un excursus nella mente folle e perversa di Andrei Chikatilo colpevole della morte di oltre 50 bambini sui quali compiva anche atti di vampirismo e cannibalismo.
Nel secondo album studio dei Jane’s Addiction, “Nothing Shocking“, è contenuta “Ted, just admit it” che si apre con una registrazione originale di una dichiarazione di Ted Bundy, tristemente celebre per aver ucciso e violentato almeno 30 ragazze. Il brano è incentrato sull’ossessione di Bundy per la pornografia violenta che, a detta sua, aveva contribuito insieme all’alcool a renderlo “dipendente” dall’omicidio.
Gli omicidi degli “Assassini della brughiera”, Ian Brady e Myra Hindley, ispirarono a Morrissey, leader degli Smiths, “Suffer Little Children“: un brano straziante in cui il musicista da voce alle giovanissime vittime della coppia, le quali hanno come ultimo desiderio semplicemente che i loro corpi vengano ritrovati.
Ci sono addirittura gruppi che hanno basato sulle nefandezze dei serial killers il loro intero progetto discografico: i Macabre hanno persino coniato la dicitura “Murder Metal” per descrivere il proprio genere musicale. I testi dei Macabre, difatti, parlano solo ed esclusivamente di serial killers. Il loro “preferito” è indubbiamente il cannibale Jeffrey Dahmer, al quale hanno dedicato un intero concept album che ripercorre vita, omicidi e morte dell’assassino.

Le polemiche e le accuse di lucrare su delle tali tragedie non sono mai mancate. In realtà, ritengo che l’interesse di alcuni artisti per determinate vicende sia semplicemente specchio della tendenza tipica dell’essere umano a rimanere affascinati da ciò che risulta impossibile da spiegare razionalmente.
Cosa porta un uomo a diventare un assassino seriale? Cosa scatta nella sua mente? E la sua mente, è davvero così diversa dalla nostra? Domande alle quali, per ora, non si è trovata una risposta.
E si sa, l’ignoto o terrorizza o affascina.
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