I monumenti fantasma dell’ex Jugoslavia, "Spomenik" ll progetto fotografico di Jan Kempenaers

Durante il comunismo, l’ex presidente jugoslavo Josip Broz Tito, fece erigere numerosi monumenti dal sapore futurista per dare risalto all’epopea partigiana della seconda guerra mondiale e rinforzare così il mito della “fratellanza e dell’unità” che riuscì a mantenere in piedi la Jugoslavia per quasi cinquant’anni.
Questi monumenti vennero costruiti dove avevano avuto luogo i combattimenti e dove prima sorgevano i campi di concentramento; dopo la disgregazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, quelle mastodontiche e inquietanti strutture furono abbandonate a se stesse, ed ancora oggi sono lì imponenti, testimoni decadenti di un passato ormai scomparso.
Ecco le venticinque fotografie dei monumenti fantasma, le foto sono state realizzate da Jan Kempenaers per il suo progetto intitolato “Spomenik“.

Consuelo Renzetti

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Doris Lessing: si è spenta la scrittrice Premio Nobel nel 2007

Si è spenta a Londra, alla venerabile età di 94 anni, Doris Lessing, scrittrice Premio Nobel per la Letteratura 2007. Autrice prolifica -un’intera esistenza dedicata all’arte ed alla letteratura- nel corso della sua carriera ha scritto ben 50 romanzi appartenenti a generi molto diversi, rivelando singolare duttilità stilistica e ponendosi come modello irriverente di un femminismo attivo, ma sempre “consapevole e disincantato”. 

Nata in Iran nel 1919 e vissuta in Zimbabwe, all’epoca colonia britannica, ha anche cantato le difficili esperienze dei coloni del Regno Unito, nonché degli indigeni della Rhodesia. Autodidatta, spirito ribelle ed indipendente, fin da subito in conflitto con l’autorità materna e con le convenzioni sociali, a 15 anni è già fuori casa, a 19 sposata e con due figli, in seguito divorziata in Inghilterra, dove rimane per quasi mezzo secolo, fino alla morte.

Spirito affascinante ed originale, autrice della libertà, appassionata, spesso anche ai confini della causticità, tutta la sua poetica si ispira a dettami suggeriti da impulsi irrefrenabili, che partono dall’impegno radicale dei temi sociali (la Lessing vive in pieno il Nazismo ed il Comunismo, “…che sembravano destinati a durare mille anni…”, un secolo di vita che attraversa la fine della Grande Guerra e la Seconda, gli anni Cinquanta e Sessanta, fino ad un nuovo millennio) per giungere alla visionarietà di quelli di fantascienza (si pensi solo a “Canopus in Argos”, serie di racconti basata, in parte, sul Sufismo), cui il Premio Nobel affida tutta se stessa, in una sorta di “testamento spirituale”.

Il suo romanzo più celebre, “Il taccuino d’oro”, considerato dai più la “bibbia del femminismo”, per l’autrice non è altro che il diario “a tutto tondo” di Anna Wulf, una donna che voleva “vivere come un uomo”; mentre oggi- sottolinea perentoriamente la stessa in un’intervista relativamente recente- le donne sono “presuntuose, farisaiche, spaventano gli uomini”. Ecco perché la Lessing può e deve essere considerata non tanto la rappresentante designata di un femminismo ante litteram quanto, piuttosto, un’artista che ha fatto di un’epoca un simbolo. “Sono nata per scrivere, geneticamente- amava semplicemente dir di sè- voglio raccontar storie”.

Arte e totalitarismi: Andrej Zdanov e il realismo socialista

Dopo un quindicennio caratterizzato da una grande fermento culturale e artistico, dominato dalle figure di Vladimir Majakovskij e dal regista Sergej M. Eisenstein, la cultura sovietica cadde, al pari di altri aspetti della vita del paese, sotto la rigida disciplina del Partito comunista, che, a partire dal 1934, procedette direttamente a codificare le linee guida di quel realismo socialista che si sarebbe imposto uniformemente nell’arte e nella letteratura del paese.

Principale artefice della disciplina dell’attività artistica fu Andrej Zdanov, stretto collaboratore di Stalin e sostenitore di una pesante interferenza del partito nella vita scientifica, culturale ed artistica del paese. Zdanov spinse tutti gli artisti dell’epoca a sostenere e a glorificare la causa della rivoluzione, seguendo rigidamente i canoni del realismo socialista, che prevedevano che ogni opera d’arte presentasse un forte spirito nazionale, ispirasse devozione alla patria e coscienza di classe, legando a doppia mandata l’arte e il messaggio sociale, entità ormai fuse in quello che doveva essere il genere artistico comunista per eccellenza.

I criteri zdanoviani della produzione artistica si presentano in modo esemplare in questa statua, facente parte del gruppo scultoreo che sovrastava il padiglione sovietico all’esposizione universale parigina del 1937. I soggetti rappresentati sono un operaio e una contadina collettivizzata, eletti in tal modo a immagini simboliche della Russia comunista. L’incedere dei due personaggi suggerisce l’idea di un sicuro e fiero avanzamento del paese nella costruzione del socialismo. Infine gli strumenti del lavoro di ciascun personaggio, la falce e il martello affiancati, richiamano all’unità di operai e contadini nel comunismo, nonché il simbolo contenuto nella bandiera nazionale sovietica. Si tratta dunque di un piccolo capolavoro rappresentativo della retorica del realismo socialista.

Francesco Bitto