Se non rischi non vinci! La pericolosa deriva del rap italiano

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I suoni? Sempre gli stessi! Le parole? Non cambiano mai più di tanto! Le tematiche? Quasi sempre amorose! Ancora oggi, nel 2013, il 99% dei cantanti, compresi quelli emergenti, propongono lo stesso schema di 30 anni fa. Sempre innamorati, sempre depressi, come se fossero stati appena lasciati. Tutti maledettamente uguali, i cantanti di questo paese, cristallizzato e immobile da più di 3 decenni in questo come in altri campi.

Nel panorama musicale melodico italiano nessuno rischia, ed il rischio è un aspetto fondamentale nell’arte, perché se non si ha il coraggio di provare non può esistere cambiamento, e senza cambiamento non può esistere progresso. Pensate a John  Lennon, che nel 1972 ebbe il coraggio di proporre, all’apice della sua carriera, un brano come Woman is a Nigger of the world, un pezzo assolutamente rivoluzionario per quei tempi, provocatorio, irriverente, che pur non scalando la classifica dimostrò al mondo il coraggio e la ricerca del cambiamento di questo straordinario cantautore.

E se fino a ieri questa pericolosa tendenza riguardava solo la musica leggera, oggi l’assenza cronica di rischio sembra aver pian piano contagiato alcuni rapper. Prendiamo una base dubstep, due orecchini, la faccia introspettiva e maledetta, un cappellino e via… il successo è garantito! Ok, fino a qui niente di male, per carità: il successo di un rapper fa bene a tutti, fa bene soprattutto al movimento perché fa avvicinare nuove persone all’Hip Hop (e questo può essere fatto solo con pezzi leggeri e commerciali), e allora qual è il problema? Semplice… Quando ci si ferma solo a questo! Quando in un disco i pezzi commerciali sono più dei pezzi con un contenuto, quando l’unico pubblico a cui ci si rivolge è quello under 15!

E quindi non fa ormai notizia l’ennesimo scempio di Guè Pequeno, che con “bravo ragazzo” si conferma al top del suo flop, con un disco intriso sempre delle stesse tematiche “mondane” accompagnate qui e lì da 2-3 pezzi di storie marce d’amori andati a male… Una sorta di Ligabue del rap nostrano, che tenta di riproporre il modello anche su altri rapper da lui prodotti (vedi Fedez), che ultimamente sembrano aver abbandonato il rap con un senso e un messaggio a favore di quello tutto fica e bella vita. Preoccupante.

Francesco Bitto
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Anime giapponesi e conformismo: che ne pensate?

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Questo video, che ha scatenato un dibattito agguerrito sul Tubo, tocca un argomento particolarmente delicato (per via di alcune correnti “integraliste” tra i fan dei cartoni animati giapponesi, che non intendono sentire critiche in merito alla discutibilità di alcuni aspetti dei loro amati anime).

L’autore del video, in polemica contro il fanatismo di questi assidui frequentatori del genere anime, esprime alcune considerazioni sul fenomeno che, negli ultimi anni, è approdato con forza sui costumi e sui canali di intrattenimento europei, cercando di aprire gli occhi a chi non si interroga criticamente sulle implicazioni culturali e morali di certi sottogeneri e, più in generale di una visione del mondo che il Giappone sta cercando di diffondere attraverso mezzi comunicativi molto popolari (vedi a questo proposito anche il fiorente commercio di manga e videogiochi).
Quali sono le vostre idee in merito?
Siete d’accordo con il video di croix89? O credete che sia una visione esagerata, paranoica?
Secondo voi gli anime possono veicolare dei valori? E se sì quali?
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