Baustelle live al Politeama di Prato il 28 dicembre

Manca meno di un mese all’evento. I Baustelle il 28 dicembre si esibiranno al Teatro Politeama di Prato, una tappa del loro Minimal Fantasma Tour. Dopo l’uscita a gennaio di Fantasma, sesto album studio che si è classificato secondo al premio Targa Tenco per ”Album dell’anno”, il trio ha iniziato il loro giro d’Italia in musica già da febbraio ed è proseguito per tutta l’estate. Ma è a partire da novembre che il Minimal Fantasma Tour è approdato in versione acustica con l’accompagnamento di un quartetto d’archi nei teatri, e quella pratese è la settima data in programma.
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I KuTso, energia vitale dalla capitale

Lunedì mattina. C’è chi va al lavoro, chi a scuola, chi all’università. Ti alzi. Bevi il caffè e fa schifo. L’autista non ti aspetta e vedi l’autobus passarti davanti.
Arrivi dai tuoi colleghi/compagni e trovi solo sguardi sgarbati e finti sorrisi. È proprio in momenti come questi che una piccola e divertente esclamazione ti passa per la testa: E CHE KUTSO!
E sì, perché tra squallidi esperimenti porno-gore, intellettualismi forzati e gruppi-buon senso anche la scena italiana ha le sue perle: tra queste una band emergente di Roma, i KuTso.
Ma chi sono i KuTso? Matteo Gabbianelli alla voce, Luca Amendola al basso, Donatello Giorgi alla chitarra e Simone Bravi alla batteria, i KuTso raccontano, attraverso spontaneità, semplicità e goliardia (condite da influenze musicali dalle ampie vedute), la realtà che una persona giovane spesso si trova a vivere nel nostro paese. Sfoghi come “Aiutatemi”, “Questa società” e “Siamo tutti buoni” cercano di attestare, senza esagerati barocchismi (che troppo, troppo spesso bollano la produzione di maggior parte della scena musicale italiana), quel sentimento di disorientamento ingenuo nato dall’ipocrisia crescente di una società che non riesce nemmeno più a guardarsi in faccia senza mentire.
Nel loro primo full-lenght “Decandendo (su un materasso sporco)” i KuTso mostrano, non solo di aver capito e di saper esprimere i sentimenti tipici di una generazione troppo spesso definita agiata dai propri avi, ma anche di farlo toccando una dimensione di rock dai toni alti e allegri, che non si chiude in cliché ma cerca di fondere varie esperienze e culture musicali (un esempio pratico sono le ritmiche funky in “Aiutatemi”) di ragazzi che evidentemente ci sanno fare con gli strumenti in mano.
Vi sentite depressi, spenti, senza prospettive? Pensate che il mondo ha poco più da offrirvi di una bottiglia di vino e una busta in testa? Fatevi una risata. E date una chance ai Kutso.

Tetto minimo garantito di pezzi italiani in radio: la proposta del Mei

Proposta shock: Il MEI propone una raccolta di firme per promuovere la richiesta alle autorità competenti di maggiore spazio in radio per le produzioni italiane, una sorta di protezionismo musicale atto a garantire agli artisti non supportati da grandi major discografiche, un’adeguata presenza nell’etere (la proposta prevede il 40% musica italiana e il 20% artisti emergenti) oggi minacciata da un’opprimente presenza di brani inglesi e americani (oltre il 90%). Anche i grandi nomi del panorama si sono espressi a favore della petizione per supportare la musica italiana, tra cui spicca il nome di Piero Pelù, il primo cantante mainstream a firmare e a supportare l’iniziativa.
Dopo la Tax Credit e Act Live, autocertificazioni per promuovere concerti ed esibizioni dal vivo, si fa spazio anche questa iniziativa nei cofronti delle maggiori radio commerciali, a conferma dell’ottimo momento per l’affermazione di generi alternativi e di nuovi artisti nel panorama musicale nostrano. Fino ad oggi infatti, nella programmazione giornaliera delle più grandi emittenti radiofoniche private nazionali (Rtl 102,5, Rds e Radio DJ) hanno trovato spazio solo artisti e canzoni straniere spesso mediocri, lasciando ai margini artisti del calibro di Vinicio Capossela, dei Baustelle, dei Tre Allegri ragazzi morti, dei Ministri oltre a molti validi rapper indipendenti.
Il denominatore è quindi sempre lo stesso: hit commerciali da oltreoceano ripetute all’infinito e grandi nomi Italiani sostenuti delle tre case discografiche più influenti. Fanno eccezione pochissime emittenti (tra le quali Radio Popolare e Radio Italia) che hanno scelto di mandare in onda soprattutto musica italiana del panorama commerciale e non. Tutto il resto degli emergenti è costretto a ritagliarsi un piccolo spazio sul Web, alla ricerca di un “nocciolo duro” di fan, ormai sempre più attenti alle novità musicali provenienti da internet.

Una bella iniziativa da parte di MEI (il meeting delle etichette indipendenti), volta a contrastare una triste tendenza del nostro Paese, che nella musica come in altri settori tende a portare al successo artisti popolari e già sentiti, escludendo generi considerati più di “nicchia” ed artisti poco “digeribili”. Mai nella storia autarchia fu più dolce!

Francesco Bitto

Italia: La Mecca musicale dei cantanti senza idee

Hai un nome? Hai già venduto bene e funzioni in radio? Perfetto, caro cantante italiano per te è arrivato il momento di rilassarti in poltrona, scopiazzare una melodia qui e la, cambiando magari qualche nota, appiccicarci un testo banale e rimasticato da fare schifo, e fare i soldi. Nel paese dove ancora oggi San Remo rappresenta l’Olimpo della musica, tutti i cantanti di successo possono aspirare alla tanta agognata pensione, occupando il posto sul palcoscenico e impedendo alle nuove generazioni di farsi avanti.
Nella musica così come in ogni altro settore, nell’italica penisola i capelli bianchi comandano e si sentono in dovere di proporci spazzatura per decenni e decenni e… Guai a chi parla! Per le radio ci sono migliaia di critici, esperti, dj, che ad ogni santissimo “pezzo spazzatura” tacciono la verità. Dite un po’, avete mai sentito dire a un critico o a un dj in radio: “Questa canzone non mi piace“, “Questa canzone è copiata“? No! In Italia va sempre tutto bene, è sempre tutto bello, se poi a fare i “pezzi spazzatura” sono i grandi nomi del palcoscenico… Ancora meglio.

E non stupisce che nessuno abbia preso un microfono e sottolineato il fatto che “Il sale della terra” dell’ormai cinquantenne rocker italiano, sia un copia/incolla da “What i’ve done” dei Linkin Park, o che “Prima di andare via” di Neffa, sia identica a “Naive song” di Mirways, o che “Alta marea” di Antonello Venditti sia copiata da “Don’t dream it’s over” 

… Pazienza, la verità in questo paese, nella musica come in troppi altri campi, va sacrificata sull’altare della Gerontocrazia, in un turbinio di ipocrisia e scopiazzatura che fa precipitare il livello dell’italica melodia sempre più in basso, a causa di una critica connivente, di una discografia ottusa e di un pubblico acritico.
Ci ritroveremo ad essere la casa di cura dei musicisti senza più idee, che una volta vecchi e svogliati si diranno “ehi andiamo in Italia, La Mecca del cantante in pensione”, una sorta di California dello spartito, con tutti in critici pronti ad allargare le braccia, tutti i Dj curvi a passare in radio spazzatura, e noi fessi ad ascoltarla!

Francesco Bitto

Se non rischi non vinci! La pericolosa deriva del rap italiano

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I suoni? Sempre gli stessi! Le parole? Non cambiano mai più di tanto! Le tematiche? Quasi sempre amorose! Ancora oggi, nel 2013, il 99% dei cantanti, compresi quelli emergenti, propongono lo stesso schema di 30 anni fa. Sempre innamorati, sempre depressi, come se fossero stati appena lasciati. Tutti maledettamente uguali, i cantanti di questo paese, cristallizzato e immobile da più di 3 decenni in questo come in altri campi.

Nel panorama musicale melodico italiano nessuno rischia, ed il rischio è un aspetto fondamentale nell’arte, perché se non si ha il coraggio di provare non può esistere cambiamento, e senza cambiamento non può esistere progresso. Pensate a John  Lennon, che nel 1972 ebbe il coraggio di proporre, all’apice della sua carriera, un brano come Woman is a Nigger of the world, un pezzo assolutamente rivoluzionario per quei tempi, provocatorio, irriverente, che pur non scalando la classifica dimostrò al mondo il coraggio e la ricerca del cambiamento di questo straordinario cantautore.

E se fino a ieri questa pericolosa tendenza riguardava solo la musica leggera, oggi l’assenza cronica di rischio sembra aver pian piano contagiato alcuni rapper. Prendiamo una base dubstep, due orecchini, la faccia introspettiva e maledetta, un cappellino e via… il successo è garantito! Ok, fino a qui niente di male, per carità: il successo di un rapper fa bene a tutti, fa bene soprattutto al movimento perché fa avvicinare nuove persone all’Hip Hop (e questo può essere fatto solo con pezzi leggeri e commerciali), e allora qual è il problema? Semplice… Quando ci si ferma solo a questo! Quando in un disco i pezzi commerciali sono più dei pezzi con un contenuto, quando l’unico pubblico a cui ci si rivolge è quello under 15!

E quindi non fa ormai notizia l’ennesimo scempio di Guè Pequeno, che con “bravo ragazzo” si conferma al top del suo flop, con un disco intriso sempre delle stesse tematiche “mondane” accompagnate qui e lì da 2-3 pezzi di storie marce d’amori andati a male… Una sorta di Ligabue del rap nostrano, che tenta di riproporre il modello anche su altri rapper da lui prodotti (vedi Fedez), che ultimamente sembrano aver abbandonato il rap con un senso e un messaggio a favore di quello tutto fica e bella vita. Preoccupante.

Francesco Bitto

Addio a Little Tony: si è spento il piccolo Elvis

Da San Marino al Rock’n’roll, una passione lunga una vita che si è interrotta ieri sera, 27 Maggio, a causa di un tumore: finisce così, a 72 anni, la parabola musicale di Antonio Ciacci, in arte Little Tony. Eroe degli anni del sorriso, aveva raggiunto l’apice della notorietà negli anni ’60 quando, in competizione con Bobby Solo, si era aggiudicato il soprannome di Elvis italiano. 
Nato a Tivoli (con cittadinanza sammarinese) nel 1941, aveva iniziato la sua carriera esibendosi nei locali dei castelli romani; notato da un impresario inglese, si era trasferito Oltremanica fondando il gruppo Little Tony and his brothers, che otterrà un discreto successo. Divenuto famoso col soprannome che lo accompagnerà per tutta la vita (ispirato a Little Richard), tornò in Italia nel 1961, classificandosi secondo a Sanremo con Adriano Celentano (24 Mila Baci). Seguiranno poi successi come So che mi ami ancora, Riderà, Cuore matto e La spada nel cuore. Verso la fine del decennio la sua fama andò scemando, ma rimase nella memoria del pubblico italiano per la partecipazione ai c.d. “musicarelli”, film molto in voga nel periodo che servivano a sponsorizzare i successi del momento.
Negli anni recenti era tornato alla ribalta partecipando a Sanremo 2003 in coppia con Bobby Solo, per la partecipazione al video del noto DJ Gabry Ponte Figli di Pitagora (2004) e per una massiccia campagna di sensibilizzazione sulla prevenzione degli attacchi di cuore, intrapresa dopo che lo stesso cantante era stato vittima di un infarto prima di un concerto in Canada. Ultima apparizione sul palco dell’Ariston nel 2008, con la nostalgica Non finisce qui.

Roberto Saglimbeni