National Geographic aggiunge più di 500 mappe storiche su Google

National Geographic e Google stanno cercando di ricreare le mappe storiche della rivista su Google Maps. Questo nuovo progetto comprende più di 500 mappe storiche dell’800 e consentirà a tutti di consultarle gratuitamente.

“La gente raccoglie le nostre mappe pieghevoli da oltre cento anni e molte di queste mappe sono conservate in ripostigli e garage,” Frank Biasi, il direttore dello sviluppo digitale per National Geographic, scrive in un post sul blog di Google. Biasi aggiunge che National Geographic offrirà le mappe in alta risoluzione a pagamento in diverse modalità, non escludendo anche la possibilità di distribuire i contenuti tramite applicazioni mobili.

I nuovi livelli sono disponibili all’interno dell’ annuario delle mappe di Google. Intanto sul blog ufficiale Google ha pubblicato un post dove mostra una mappa dell’Inghilterra medievale e una della Repubblica Dominicana, che potete vedere qui.
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Arte, bellezza e armonia nei corpi danzanti della fotografa Lois Greenfield

Ho trascorso gli ultimi 25 anni della mia carriera fotografica ricercando nei movimenti del corpo tutto il potenziale espressivo. La mia ispirazione è sempre stata, grazie alla capacità della fotografia, quella di poter fermare il tempo e rivelare ciò che l’ occhio nudo non può vedere. Il mio interesse verso la fotografia non è quello di catturare in un fotogramma ciò che vedo, ma di esplorare le potenzialità di movimenti che posso solo immaginare.

Nata a New York City nel 1949, quando ha iniziato a scattare, verso la fine degli anni ’60, il suo sogno era quello di essere una fotoreporter per il National Geographic. Dopo la laurea presso la Brandeis University, nel 1970, ha iniziato a lavorare per raggiungere il suo obiettivo, collaborando come freelance per alcuni giornali culturali di Boston e fotografando qualunque cosa, dalle carceri di massima sicurezza ai concerti rock. Non avendo mai studiato fotografia, ha cercato di imparare tutto ciò che le fosse necessario, incontrando ostacoli e opportunità durante i suoi incarichi. Uno degli ostacoli consisteva nel dover cogliere gli imprevedibili movimenti dei danzatori, durante i concerti di danza a cui era stata assegnata.
Quando ritorna a New York, padroneggia perfettamente le tecniche di scatto con cui catturare movenze e luci. I movimenti dei corpi nelle sue fotografie si fondono e confondono lo spettatore. 

L’ oggetto delle fotografie potrebbe sembrare il movimento ma, ciò che la Greenfield trasferisce nei suoi scatti, è il Tempo, tradotto dai corpi dei danzatori, conferendogli sostanza, materialità e spazio. Una frazione di secondo diventa un’eternità, un momento effimero ma solido come una scultura. I danzatori sono liberati dai vincoli della coreografia e diventano strumenti creativi per la sua visione artistica, riuscendo a creare istanti improvvisati e spesso non ripetibili. 
Il rapporto dinamico tra il taglio quadrato dell’ immagine e il suo soggetto creano un’affascinante alchimia che intensifica l’energia dello scatto e lo sfondo bianco contribuisce a creare l’illusione di gravità all’interno di essi. Il risultato diventa un documento fotografico davvero unico, assegnando alle immagini mistero ed evocando il surreale per quella frazione di secondo che il nostro occhio e la nostra mente non sono capaci di percepire.

Cinzia Catanzaro

Steve McCurry: il colore dell’uomo

Afghan Girl, Peshawar, Pakistan, 1984

“La maggior parte dei miei scatti riguardano le persone. Cerco il momento svelato, l’attimo in cui l’anima ingenua fa capolino e l’esperienza s’imprime sul volto di una persona”.
Steve McCurry
Se c’è un fotografo di reportage che è emblema di quest’epoca quello è sicuramente Steve McCurry.
È sua la fotografia più nota, “Ragazza afgana“, scattata a Peshawar, in Afghanistan e copertina del numero di giugno del 1985 del National Geographic; ragazza che fino al 2002 nemmeno sapeva d’esser diventata famosa e che quando McCurry la ritrovò la descrisse con queste parole: “la sua pelle è segnata, ora ci sono le rughe, ma lei è straordinaria come tanti anni fa”.

Holi Festival, Rajasthan, India, 1996

Il colore si riversa nell’occhio di Steve McCurry che sapientemente riesce ad immortalarlo nel freddo attimo eterno della fotografia. Ricerca la condizione umana impressa sui volti dei suoi soggetti, nelle sue foto c’è sempre un attimo di sospensione e perfino le foto più crude mostrano la tempesta di emozioni che impervia nell’uomo. Sono rari quei fotografi in grado di leggere la realtà e di saperla tradurre a colori, perché seppur è vero che il bianco e nero è l’essenza stessa della fotografia il colore è la vibrazione dell’anima. Come se non bastasse le fotografie di McCurry non sono fotografie studiate ma bensì degli attimi di reportage in cui il momento e la situazione devono esser sfruttati al meglio.

“Il bianco e nero va sicuramente bene, e in generale tutto dipende dalle situazioni, però c’è da dire una cosa: la vita è a colori e per questo  la scelta del colore mi sembra più logica, molto naturale. Attraverso il colore restituisco la vita come appare.”
Steve McCurry

Steve McCurry, Weligama, Sri Lanka, 1995
Il 24 febbraio del 1950 nasceva a Filadelfia, in Pennsylvania, Steve McCurry. Si iscrisse alla Penn State Universty dove si appassionò alla fotografia lavorando per il quotidiano dell’università: The Daily Collegian, ed anche se inizialmente si interessò alla fotografia ed al cinema nel 1974 ottenne una laurea in teatro. Dopo due anni passati a lavorare per il Today’s Post presso il King of Prussia poté partire come fotografo freelance per l’India e fu lì che nacque l’artista che oggi noi tutti conosciamo.
“Già il solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse, procura gioia e dà una carica inesauribile”.
Steve McCurry

Rajasthan, India

McCurry ha fotografo i conflitti avvenuti in Iran-Iraq, a Beirut, in Cambogia, nelle Filippine, in Afghanistan e la Guerra del Golfo.Collabora con la rivista National Geographic Magazine e dal 1986 è membro della Magnum Photos.

Ha vinto numerosi premi tra cui il Robert Capa Gold Medal, (an award for best published photographic reporting from abroad requiring exceptional courage and enterprise) un premio conferito solamente a quei fotografi che si distinguono per coraggio e spirito d’intraprendenza, per il reportage sulla guerra in Afghanstan per il Time. Per fare il servizio si cammuffò con abiti tradizionali per attraversare il confine tra il Pakistan e l’Afghanistan mentre il territorio era ancora sotto controllo dei ribelli. Per avere la certezza di riportare indietro i rullini li cucì nei vestiti. Quelle immagini fecero il giro del mondo. È ritratto nel documentario “Il volto della condizione umana”, di Denis Delestrac, regista francese, prodotto nel 2003. Inoltre propone workshop di fotografia a New York o in Asia.

Dust storm, ­Rajasthan, 1983 
“Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità”.
Steve McCurry

Shaolin monks training, Zhengzhou, China, 2004
Lavorando sia in digitale che in analogico McCurry ha però ammesso di preferire la pellicola e di questa in particolare la Kodachrome e di fatti spettò a lui l’onore di utilizzare l’ultimo rullino prodotto nel luglio del 2010. Molte foto sono state pubblicate su internet dalla rivista “Vanity Fair”.

“Ho fotografato per 30 anni e ho centinaia di migliaia di immagini su Kodachrome nel mio archivio. Sto cercando di scattare 36 foto che agiscano come una sorta di conclusione, per celebrare la scomparsa di Kodachrome. È stata una pellicola meravigliosa.”