Lo Hobbit: La desolazione di Smaug – Recensione Film

Arriva il periodo natalizio e Peter Jackson ci offre il nuovo capitolo di Lo Hobbit. Solo trecento pagine di libro e siamo già a un totale di sei ore di film. Inutile dirvi quel che vi hanno già detto: Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien è liberamente interpretato dal disadattato australiano con tanto di aggiunta di elfo femmina dai rossi capelli che non solo vanta la corte di Legolas figlio di Thranduil (che è già un’eresia punibile con la pena capitale), ma addirittura ha una love story con un nano. Roba da far morire sul colpo intere generazioni di lettori fantasy, giocatori di ruolo e nerd convinti. Aldilà delle aberrazioni di trama, anche la regia di Jackson perde un po’ di colpi rispetto al mastodontico “il Signore degli Anelli”, così come la scelta dei collaboratori.

Si fa notare, e non in positivo, il nuovo tocco di Ann Maskery; con le buone intenzioni di rendere il vestiario di Gandalf più fedele alla descrizione del libro, ha liberamente interpretato la ‘sciarpa argentea’ per donare allo stregone un’adorabile pashmina con pailettes.
Peter! Richiama Ngila Dickson e Richard Taylor, ti prego! Offrigli più soldi, alloggi più comodi, la virtù di Orlando Bloom, ma falli tornare!

Nonostante tutto la Terra di Mezzo rimane la Terra di Mezzo, così come la colonna sonora del divino Howard Shore. Il main theme finale, da sempre interpretato da voci femminili, ne Lo Hobbit è interpretato da un uomo: Neil Finn. Altro punto a favore è Thranduil, sulla cui corona di rami e bacche rosse soprassiederò (Ann, stupida Ann, dove sono le bacche rosse?), interpretato da Lee Pace che si nobilita dopo alcuni scivoloni cinematografici (come prendere parte alla saga di Twilight) e regala un’interpretazione misurata e profonda del Re. Così, con una mano sul cuore, ci si da l’arrivederci alla terza e ultima (speriamo) puntata di Lo Hobbit, incatenati alla fidelis a Jackson ma tramortiti dall’infedeltà al libro e alle emozioni e atmosfere più giocose di quella che è una favola per ragazzi.

Il Sud è Niente – Recensione Film

Il Sud è niente, l’opera prima di Fabio Mollo, stupisce e gratifica un Sud dove ancora tutto può accadere. Dopo essere stato presentato in anteprima al Toronto Film festival, il 5 Dicembre è arrivato anche nelle sale italiane il film che vede protagonisti Vinicio Marchioni, Valentina Lodovini, Miriam Karikvist, Alessandra Costanzo e Andrea Bellisario. Il film di Mollo si presenta con una grande impronta autoriale: il regista reggino parte dalla sua terra per mostrare la sua idea di cinema e lo fa con una sorta di realismo magico, una realtà estrema definita dal silenzio, che è l’arma più violenta. L’omertà, nel film viene vista quasi come un credo, una scelta di vita o l’unica via d’uscita; a questa cruda verità si contrappone la via di fuga che ha il volto di Miriam Karlkvist , attrice reggina, che nel film ha il ruolo di Grazia. Una ragazza di 17 anni, incapace di vivere la sua vita a pieno, donna incapace di vivere persino la sua femminilità: indossa, infatti, indumenti maschili (quasi voglia ricordare la figura del fratello scomparso), non ha amicizie e nessuna legame con il padre. Il silenzio è il vero protagonista del film, un silenzio dai toni scuri che però fa rumore, esplode nell’esasperazione di Grazie, vogliosa di ricercare, conoscere, affrontare la realtà e la verità.

La sua ricerca inizia e finisce con il mare, che corrisponde nel film ad un magico grembo materno dalle cui profondità emergono fantasie, paure, ricordi, colpe e le rimanti speranze dei personaggi. Il film non nasce come ispirazione, ma vera e propria necessità: il bisogno di operare una sorta di rottura con la mentalità di rassegnazione e silenzio che ancora caratterizza gran parte del Sud e che ha messo a tacere più di una generazione.

Il ruolo di Cristiano, padre di Grazie nel film, interpretato da Vinicio Marchioni, può essere definito quasi come un non ruolo, un padre che vuole scomparire da tutto, che vorrebbe immergersi nell’acqua quasi per non sentire. Il Film  non è solo una storia che parla di illegalità, ma è un film emozionale che punta sulla vita e i rapporti tra le persone, un film che rappresenta il grido di tutti i giovani che hanno voglia di riscattarsi, provare a mettersi in gioco, abbattendo quel muro di omertà che ha conseguenze sulla vita sociale, privata ed emotiva.

Avevamo parlato di Il Sud è niente anche qui.

Voto 8/10
 Stefania Sammarro

Hunger Games: La ragazza di fuoco – Recensione film

E’ nelle sale cinematografiche dal 27 Novembre 2013 la seconda parte della saga di Hunger Games (tratto dall’omonimo libro della serie di Suzanne Collins) , ma questa volta è firmata Francis Lawrence ( Costantine, Io sono leggenda ) . 
E’ passato un anno da quando Katniss (Jennifer Lawrence) e Peeta (Josh Hutcherson) hanno partecipato agli hunger games e sono tornati, vincitori, al distretto 12. Nonostante i due ragazzi cerchino disperatamente di tornare alla normalità, il messaggio di speranza lanciato da Katniss un anno prima è ancora vivido nella mente dei popoli assoggettati; questo genera non pochi problemi al presidente Snow (Donald Sutherland) il quale, per liberarsi della ragazza, decide infine di indire i 75° Hunger Games in cui i concorrenti saranno i vincitori delle edizioni passate.
La nostra protagonista dovrà, questa volta, fronteggiare situazioni di gran lunga più pericolose e concorrenti assai preparati ed assetati di sangue, nell’ostinata speranza di riportare a casa la pelle; in più, questa volta, Katniss scoprirà uno sconvolgente segreto, che rimetterà in discussione tutte le sue certezze ( e anche le nostre!). 
I personaggi che siamo abituati a conoscere (e la curiosità di vedere come va a finire!) rendono il tutto piacevolmente familiare , ma si legge tra le righe una coscienza diversa. 
Ingredienti principali, come nel primo episodio, sono l’azione e la suspense, e, di sicuro, non mancano i colpi di scena, sempre ben orchestrati ed al momento giusto. Il plot tende a farsi macchinoso, forse un po’ incoerentemente (ma questo è forse il rischio più grande quando si decide di maneggiare una trilogia), oscurando, per certi versi, i tratti dei protagonisti.
Seymour  Hoffman

Katniss e Peeta sono davvero innamorati? No ed è questo che sembra chiarirsi, oserei dire con delusione, proprio all’inizio del film, quando ricompare Gale (Liam Hemsworth), amico di infanzia di Katniss; ma il triangolo amoroso torna, più ambiguo che mai, alla fine, quando Peeta e Katniss si riscoprono nel pericolo e nelle avversità ( o almeno così pare!) . 

Anche questa volta Katniss sarà costretta a giocare una partita manovrata fin dal principio, ma cambiano le modalità, gli intenti e persino gli strateghi della situazione. 
Una new entry degna di nota è quella di Philip Seymour Hoffman (nel ruolo del tributo Plutarch Heavensbee) che “buca” lo schermo e garantisce un tocco di solennità all’intero film. 

Il regista segue in generale la linea del film precedente, tanto che lo stacco tra l’uno e l’altro è quasi impercettibile, e La ragazza di fuoco rappresenta bene, aldilà di tutto, il naturale seguito di Hunger Games.

Consigliato.

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La mafia uccide solo d’estate – Recensione Film

Se in Italia fare un film che parli dettagliatamente di mafia non è facile, fare un film ironico e leggero che parli di mafia, mettendo d’accordo praticamente tutti è quasi impossibile. Non a caso questo è il paese dove l’opinione pubblica preferisce tapparsi gli occhi fino all’ultimissimo momento disponibile pur di non accettare la realtà…e questo Pif lo sa bene. Onore quindi al coraggio dell’ex iena, che ha deciso di affrontare in chiave verosimilmente autobiografica la tematica delle tematiche riguardante la Sicilia e i suoi abitanti, intraprendendo la via più difficile per portare al cinema l’italiano medio nel periodo natalizio, svincolandosi dal solito format cinepanettonico puro e nobile (vedi Zalone, che a conti fatti si eleva del minimo sindacale rispetto allo schema vanziniano) per produrre una pellicola che nel bene o nel male, quando arriva il momento di alzarsi dalla poltrona ed i titoli di coda cominciano a scorrere, lascia qualcosa su cui riflettere.


“La mafia uccide solo d’estate” è il racconto in prima persona della vita di Arturo, un siciliano onesto come tanti che vive fin dall’infanzia il dramma di una società avvelenata dalla violenza mafiosa, che scandisce come un metronomo la sua esistenza oscillante tra la beata illusione di uno “stato buono” (impersonato da Andreotti, politico che il giovane Arturo idolatra) e quella di una mafia distante, innocua, di cui i siciliani per bene non devono preoccuparsi (emblematica la frase del padre, che nel tentativo di tranquillizzare Arturo afferma che “La mafia uccide solo d’estate, tranquillo siamo in inverno”).

Ma quello di Pif è un racconto originale, agrodolce, in cui le figure dei boss mafiosi sono dipinte tra il buffo e il grottesco e a tratti sono ridicolizzate, cozzando volutamente ed in maniera molto forte con la realtà storica di quegli anni di sangue e stragi. Lo Stato è assente (se non connivente) e gli uomini che decidono di contrastare l’ascesa di Riina sono lasciati soli (la prefettura è vuota, tanto che il protagonista riesce ad arrivare nello studio di Dalla Chiesa) e la popolazione di Palermo tenta fino alla fine di negare l’esistenza del problema mafioso. E l’esistenza stessa del singolo non è che un triste contorno alla vicenda storica e politica degli anni settanta ed ottanta in Sicilia, che risultano a conti fatti i veri protagonisti del film!

La fatica di Pif è quindi annoverabile tra i capolavori del cinema italiano? L’impegno civile basta a far oltrepassare la barriera della sufficienza all’ex iena? Certamente no, e “La mafia uccide solo d’estate” resta quindi solo un buon film pieno zeppo di difetti. Primo tra tutti la recitazione, che essendo messa in mano ad attori non professionisti (Pif) e a bambini per oltre la metà della durata della pellicola, risulta tremendamente stopposa e pesante da digerire (anche perchè una delle poche attrici professioniste, per così dire, è la Capotondi, che non eleva di un gran che l’asticella). Altro grande limite della pellicola è l’eccessivo “carico retorico” di cui è infarcita: se non è facile fare un film di mafia è ancora più difficile fare un film contro la mafia visto che gioco forza si scade, inevitabilmente, nella retorica e nei luoghi comuni.

L’impressione è quella di assistere ad un lavoro scolastico, di quelli fatti dai bambini delle medie che cominciano i temi con frasi del tipo :”la mafia è una cosa molto brutta”. Buona la sceneggiatura, in grado spesso di strappare qualche risata. Ottima la ricostruzione storica e politica della Palermo anni 70/80, senza dubbio la cosa migliore della pellicola. Limitata e a tratti poco credibile la storia in sé, che soffre di una mal riuscita rincorsa ad un verghiano “verosimile”, a tratti forzato ed inutile. Forti i riferimenti ad “Il Divo” di Sorrentino e al “Testimone” dello stesso Pif, da cui eredita la dinamicità nelle riprese e quella forte pulsione verso la narrazione-verità. In definitiva l’esordio di Pif alla regia è positivo ma…non aspettatevi troppo!

Francesco Bitto

Blue Jasmine di Woody Allen: Recensione film

Jasmine è sull’orlo del baratro. Separata, senza un soldo, senza un lavoro. Brancola nel buio della sua vita, aggrappata con le unghie alle uniche cose che ama: i vestiti firmati, i gioielli importanti, il suo disprezzo per tutto ciò che non è “classy“. Inclusa sua sorella, che è l’unica, nonostante tutto, che la accoglie dopo la caduta.
Woody Allen costruisce una commedia isterica sui suoi pilastri fondamentali, che sono diventati un po’ noiosi, a dirla tutta: il tradimento, la frustrazione, New York, l’opposizione della virtù all’egocentrismo.
La trama non è niente di speciale, così come i colpi di scena che tanto “colpi”, poi in fondo, non sono (possono essere definibili piuttosto come lievi scosse all’andamento di un film piacevole e divertente). Ma quello che è innegabile e grandissimo è l’interpretazione magnifica di Cate Blanchett. Signori e signore, sono rimasto esterrefatto e allibito davanti alla performance di un’attrice che sapevo di talento, ma non credevo così tanto. Da standing ovation.
Il dolce e austero elfo di Peter Jackson si scompone in urlo di Munch, isterica, forte, sprezzante, folle, arpia. In quegli occhi azzurro intenso, frutto dei “geni giusti”, si anima e fonda l’intera storia che si alimenta di un’interpretazione che vale l’intero film e il costo del biglietto.
L’Oscar come Migliore Attrice protagonista quest’anno è suo.
Le ho già consegnato la statuetta ieri sera.

Hunger Games, quando la violenza si fa spettacolo – Recensione film

Tratto dall’omonimo romanzo di Suzanne Collins, Hunger Games è ambientato nella contea senza età di Panem in un periodo storico indefinito. La contea è suddivisa in 12 Distretti e ciascuno di essi è schiavo di un forte regime totalitario.  
Come monito della propria potenza e ferocia, il governo centrale organizza ogni anno dei “giochi”, gli hunger games, ai quali partecipano solitamente un ragazzo ed una ragazza per ogni distretto (24 “tributi”). I concorrenti devono affrontare delle vere e proprie prove di sopravvivenza, ma lo scopo finale del gioco è uccidere tutti gli altri : il vincitore può essere uno soltanto

Il personaggio principale è Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) che, per salvare la sorella, decide di offrirsi volontaria per i 74° Hunger Games. Il film è un viaggio nella più sadica e feroce parte della natura umana ma la cosa entusiasmante è che tale percorso è rivisitato attraverso gli occhi di Katniss, una giovane fresca ed ingenua. 

Un mondo costretto a vivere sotto l’egemonia di moderni totalitarismi non è un concetto nuovo al cinema : a tal proposito mi viene in mente 1984 (tratto dall’omonimo romanzo di George Orwell) o il più recente e celebre V Per vendetta ; però è in Hunger Games che la violenza diventa, quasi come un passaggio necessario, spettacolo e reality.

La sensazione è quella di sentirsi catapultati, insieme alla protagonista, in qualcosa di surreale e bizzarro ma, nonostante tutto, possibile e con una sua logica : quella del potere . Come infatti afferma anche il presidente Snow, interpretato da Donald Sutherland (che fa sempre la differenza e , quelle poche volte che appare, si sente!) , gli Hunger games servono a fomentare la paura, senza la quale sarebbe impossibile assoggettare i popoli.

Cosa dire del personaggio di Katniss? 
Piace (questo è sicuro), non perchè uccide e vince, ma perchè è forte nell’animo e negli affetti. 
Eroe non è chi riesce a sopravvivere, uccidendo per gioco, ma chi , memore di se stesso e della propria umanità, è pronto a sacrificarsi pur di non sottostare alle regole di un gioco brutale.

Katniss e il suo compagno Peeta (Josh Hutcherson) rappresentano, per tutti questi motivi, la speranza che le cose possano cambiare. Ed è esattamente questo che arriva allo spettatore: un fortissimo senso di ammirazione che induce a sostenere inevitabilmente e con naturalezza i due protagonisti fino alla fine. Non esiste ambiguità di sorta, ma solo un confine definito tra umanità e disumanità.
Gary Ross ci regala due ore e venti minuti di azione e suspense e lo fa senza mantenere un registro preciso : certe parti risultano vivaci, a tratti quasi divertenti ed altre più lente ed introspettive. Questo non ci dispiace affatto e, nonostante la proverbiale difficoltà di rappresentare cinematograficamente un romanzo, il risultato è, questa volta, molto buono.
Potremmo dire lo stesso del sequel Hunger Games – La ragazza di fuoco? Lo speriamo.


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Don Jon di Joseph Gordon-Levitt: Recensione film

Jon Martello è italiano, cattolico, mangia in canottiera spaghetti con il sugo, passa ore in palestra a pomparsi ed è porno-dipendente. Insomma, l’italiano medio (Joseph, vuoi la cittadinanza ad honorem?). Ogni sera una ragazza diversa, ma il porno resta il porno ovviamente. Una donna non è come un film porno. Le donne nella realtà sono insoddisfacenti, imperfette, troppo vere. Finché Jon non conosce Barbara Sugarman.

Ultimamente si è molto parlato di sesso-dipendenza, come nel magnifico “Shame” di Steve McQueen; ma Gordon-Levitt ne analizza un nuovo aspetto, la porno-dipendenza, con una commedia che vuole far sorridere, ma colpisce dritto al punto. Con un linguaggio semplice, superficiale, racconta una malattia così diffusa dall’essere semisconosciuta.

La regia è fluida e interessante nel montaggio originale, supportata da una magnifica fotografia che non passa inosservata di Thomas Kloss. Magnifiche le performance dei tre attori protagonisti: una truce donna media con artigli, vestiti attillati e cortissimi, che si sente santa e pia, brava, bravissima ragazza Scarlett Johansson; una fragile e affascinante Julianne Moore e, a finire, un convincente Joseph Gordon-Levitt. Vorrei porre l’accento sui cammeo di Anne Hathway e Channing Tatum che parodiano le commedie romantiche blockbuster che Barbara ama tanto.

Insoddisfacente il finale, invece, che scivola nella buona parabola. Sembra quasi che la morale sia che una persona sana non guarda porno e debba accoppiarsi per forza guardandosi dritto nelle palle degli occhi. È stato un po’ deludente, ecco, affrancare così la morale, per un film che invece si era contraddistinto per i toni dissacranti e leggeri ma profondi. Un film interessante e complesso, che fa ridere e diverte nella sua profondità, ma che perde la sfida quando non fa “All in” prendendo in giro le commedie romantiche e credendosi più originale di quanto non sia, colpevole degli stessi toni rassicuranti e buonisti.

Thor: The Dark World – Recensione Film

Il personaggio di Thor, basato sulla figura dell’omonimo dio del lampo e del tuono della mitologia norrena, pubblicato dalla Marvel Comics, rivive al cinema con “Thor-The Dark World” di Alan Taylor. Il nuovo regista, famoso per aver contribuito in alcuni episodi di telefilm come I Soprano e Il trono di spade, ha dato una visione diversa al nuovo film rispetto al primo atto. L’intento era quello di creare un mondo davvero credibile aggiungendo più dimensioni che non fossero semplicemente il palazzo o la sala del trono ma anche tutto quello che fa da contorno ad Asgard. La pellicola sembra molto più completa rispetto a quella del primo film. A partire dalla fotografia di Kramer Morgenthau, dal colore dato alle diverse ambientazioni e soprattutto al regno di Asgard. La visione, però, ha riportato alla mente alcuni richiami evidenti a Star Treck e Star Wars.

Alcuni li avevano ipotizzati già solo guardando il trailer, accentuato in alcune scene sicuramente dalla presenza di Natalie Portman nel ruolo di Jane Foster. Chris Hemsworth ritorna ancora più credibile nei panni di Thor. Diverse scene d’azione valorizzano ancora di più il suo personaggio e le scene con Jane evidenziano la loro intensa intesa e il loro rapporto di coppia. Loki, il fratello cospiratore, interpretato ancora una volta da un bravissimo Tom Hiddleston, è al centro della scena, perfetto in ogni tipo di situazione. Nel film la cosa che più emerge è la relazione tra Thor e Loki: il primo dotato di una malvagità affascinante, l’altro nella sua purezza pecca di ingenuità. 

La lotta del bene contro il male si evidenzia nel film in modo molto lineare. Il tutto, è aiutato da una colonna sonora efficace e dagli effetti speciali molto curati. Thor-The Dark World si propone come una delle migliori produzioni Marvel degli ultimi tempi, dove humor e dramma si mescolano e intrattengono il pubblico senza annoiare. Rimanete in sala fino alla fine e, dopo i titoli di coda, vedrete un collegamento a The Guardians of The Galaxy e all’universo di Stan Lee che non muore mai.
Sinossi del film: The Dark World continua l’avventura di Thor, il Mitico Vendicatore, impegnato a lottare per salvare la Terra e i Nove Regni da un tenebroso nemico che minaccia l’intero universo. Subito dopo gli eventi di Thor e The Avengers, il semi-dio combatte per ristabilire ordine nel cosmo… ma un’antica razza guidata dal malvagio Malekith ritorna ad avvolgere l’universo nell’oscurità. Davanti a un nemico che nè Odino nè Asgard sono capaci di affrontare, Thor deve imbarcarsi nel più pericoloso viaggio che abbia mai dovuto affrontare di persona, un viaggio che lo porterà a riunirsi con Jane Foster e lo constringerà a sacrificare ogni cosa per salvare tutti. 

Voto 8/10
Stefania Sammarro

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"Tutti i santi giorni" una commedia romantica dei giorni nostri – Recensione Film

Scena tratta dal film Ovosodo (1997).

Proprio ieri, in cerca di qualcosa di leggero e convinta che il film sarebbe stato all’altezza delle mie aspettative, ho scelto Tutti i santi giorni di Paolo Virzì, distribuito nelle sale cinematografiche nel 2012.

E’ doverosa però una premessa (per chi si aspetta forse una rilettura del film il più imparziale possibile!) : per me la “scuola Virzì” rappresenta il giusto mezzo; il giusto insegnamento, la giusta chiave di lettura, il giusto senso dell’umorismo, ogni cosa al suo posto.
Film come Ovosodo, L’estate del mio primo bacio, Caterina va in città ( per non parlare banalmente dei straordinari Tutta la vita davanti o La prima cosa bella) meritano senz’altro di essere visti, sia perchè ti lasciano qualcosa  sia perché alla fine ti ritrovi a pensare “..Ne è valsa DAVVERO la pena!” (e cosa si chiede di più ad un film?).

Ad ogni modo, Tutti i santi giorni racconta la storia di Guido (Luca Marinelli) ed Antonia (Federica Johanna Victoria), due giovani innamoratissimi l’uno dell’altra ma profondamente diversi. Lui è gentile, un po’ goffo e dotto, lei è bella , esuberante e con la passione per la musica.

Tra un buongiorno con caffè a letto e il desiderio di avere un figlio, si racconta della difficoltà di creare e nutrire un così strano e complesso rapporto d’amore; i due si ritroveranno ad affrontare insieme i problemi di ogni giorno e i fantasmi del passato, ma riusciranno ad incontrarsi, dimostrando così che, in fin dei conti, la diversità non è tutto.
Il senso di familiarità con cui vengono trattati i temi rende il film vivace e scorrevole, ci si sente quasi a casa. I personaggi sono saldi ed incuriosiscono al punto giusto ma, nonostante tutto, la sensazione predominante è che manchi qualcosa o che questo qualcosa non funzioni nel modo corretto.

Non scarseggia la pesata e regolare introspezione tipica dei film di Virzì e però, delle volte, sembra pressocchè una forzatura perchè manca di energia ed efficacia. Forse è la trama in sé che non presenta grandi spunti di riflessione oppure il fatto che i temi sono già nel complesso già triti e ritriti (basti pensare all’idea di una storia d’amore tra due persone agli antipodi…), comunque il risultato finale è un film “carino”. Niente a che vedere con le sopracitate pellicole dello stesso regista, in grado di suscitare grande ammirazione e sgomento generale (..quante lacrime e sorrisi ne La prima cosa bella!).

Però, nulla da rimproverare agli attori: non nascondo la mia stima per Luca Marinelli, che avevo già avuto il piacere di vedere in La solitudine dei numeri primi e che già all’epoca mi aveva affascinato; è versatile e sempre appropriato come, del resto, i film in cui decide di recitare.
La “sicilianità” di Federica Victoria piace, sembra l’adatto coronamento della diversità dei protagonisti
(Guido è un toscano doc e si sente!).

Da vedere? Ni. Meglio cominciare da altri film, se si vuole cogliere davvero l’arte del regista.

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Il favoloso mondo di Amèlie, quando la felicità è alla portata di tutti – Recensione Film

Chi l’ha detto che non si può ritrovare la felicità nelle piccole cose di ogni giorno? 
Risponde a questa domanda l’originale pellicola di Jean-Pierre Jeunet, distribuita nelle sale cinematografiche nel 2001, ma sempre attualissima. 
Amèlie Poulain (Audrey Tautou) è una timida ragazza che lavora come cameriera nel Cafè des 2 Moulins a Parigi. Figlia unica ed orfana di madre dall’infanzia, impara da subito a cavarsela da sola ed a rendere piacevole la vita facendo uso di una fervida fantasia.

Spezzare la crosta della Crème brulèe con il cucchiaino, far rimbalzare i sassi sul Canal Saint-Martin o infilare la mano dentro una busta colma di legumi sono per Amèlie, incapace di instaurare dei veri rapporti, gioie quotidiane accessibili e sempre sicure. Ma un giorno il suo mondo viene stravolto dall’incontro con Nino (Mathieu Kassovitz), un curioso giovane che la costringerà a confrontarsi con i propri limiti e con la dura realtà.

Parigi, fresca e colorata, fa da cornice ad una storia a cui non manca nulla; il film ha già dalle prime scene qualcosa di “grottesco”, e tratta di argomenti ostici , come l’alienazione e la solitudine, con sagacia e brio. Ogni personaggio ha qualcosa di originale (basti pensare all’ “uomo di vetro”, vicino di casa di Amèlie, oppure all’ipocondriaca tabaccaia Georgette) tanto che la stravaganza sembra essere l’ingrediente principale. Certo, la riflessione è dietro l’angolo, ma non lascia spazio a sentimenti negativi, soltanto ad una mera malinconia che non dispiace affatto.

Amèlie è un personaggio capace di suscitare, inevitabilmente, simpatia e tenerezza: continua a vivere in un microcosmo di bambina nel quale si sente protetta, lontana dalla disillusione tipica dell’età adulta e l’immaginazione è la sua forza; ma se, da una parte, la fantasia rende la giovane capace di affrontare la vita con una parvenza di serenità, dall’altra, la allontana dal mondo reale, dall’amicizia…dall’amore. E, come nei quadri dipinti dall’uomo di vetro, Amèlie si pone in disparte, ad osservare da fuori, estranea alla sua stessa vita e rappresenta quella parte di noi, insicura ed irrequieta, che ritroviamo sempre con un sorriso.

Audrey Tatou sembra perfetta per interpretare il ruolo: semplice ma elegante, vispa, mai eccessiva. Le musiche di Yann Tiersen contribuiscono a creare atmosfere oniriche che si incastrano perfettamente, rendendo tutto ancora più fresco e spumeggiante.
E per tornare alla domanda da cui sono partita: certo che si può essere felici nelle piccole cose… purchè non si gioisca da soli.