Maratona Horror. Perché socializzare è mainstream – Piccola storia del Cinema dell’orrore

Per chi volesse utilizzare il ponte dei morti per una mega maratona horror/splatter ho preparato un piccolo vademecum che è anche una sorta di storia del genere. Perché uscire, travestirsi o addirittura rimorchiare quando puoi annotarti i titoli suggeriti in questo articolo e ricorrere al noleggio (o alle altre infinite vie del Signore) per procurarti la tua sana dose di sangue, mutilazioni, vampiri, serial killer e vergini bianche? Non riesco a trovare risposta, in effetti.

Il film horror ha seguito una sua evoluzione del genere. Nasce insieme al cinema stesso, con i primi cortometraggi di Meliès. Quello che la critica definisce il primo film horror è “Le manoir du diable”. Il film di orrore nasce come stupore, come elemento di sorpresa. L’esotico, il terrore. Si capirà come i primi film horror degli anni ’20 siano i meravigliosi “Dracula” di Bram Stocker, “Nosferatu il vampiro” di Murnau, “Il gabinetto del dottor Caligari” di Wiene e “Il Fantasma dell’ opera“. Dopo i tedeschi negli anni 30′ e 40′ arrivano le produzioni statunitensi con Frankestein, La mummia, l’Uomo invisibile, Freaks. L’horror era contraddistinto dalla fantascienza e da atmosfere tipicamente gotiche. La regia era molto elegante, fatta di ombre sui muri e neri marcati, movimenti di camera lenti. Negli anni ’50 la tecnologia si evolvette notevolmente, e questo segnò un profondo cambiamento. I mostri divennero più credibili e non furono più necessari gli escamotage fino ad allora utilizzati per inquadrarli e creare stupore nello spettatore; ma quello che cambiò fu soprattutto il modo di guardare allo sviluppo tecnologico, il timore e la paura per l’ignoto della scienza e dei suoi potenziali sviluppi e risvolti. Ricordiamo “L’invasione degli ultracorpi” di Siegel che introduce la figura dell’alieno e dello scienziato pazzo con l’esperimento del dottor K.
Negli anni ’70 l’attrazione per l’occulto aumenta e si spinge l’acceleratore su scene di nudo e di sesso, unendo l’erotico al macabro. Ma ci fu qualcosa di molto più violento nella vita reale che influenzò il cinema horror di quegli anni: la guerra del Vietnam. Sono gli anni di “Rosmary’s baby” di Polansky, “il Demone sotto la pelle” di Cronenberg, “Carrie” di De Palma e “Omen” di Donner. Un oggetto aveva trasformato la visione della violenza: la televisione. L’aveva resa cruda, dirompente, priva di miticizzazione, in una parola: reale. L’horror divenne sanguinolento, truce, fatto di effetti speciali e con un gusto splatter tutto nuovo.
Questa tendenza dell’horror splatter e trash andò accentuandosi negli anni ’90, per nostra gioia e diletto, sempre muovendosi nei proliferi sottoboschi dei B-movies come “Splatters – Gli Schizzacervelli” di Peter Jackson e il raffinato “Il silenzio degli Innocenti” di Demme. Vera rivoluzione del genere fu compiuta da The Cube di Vincenzo Natali. Nel film del regista canadese si vede un horror psicologico, profondo, che tocca diversi temi sociali, si fonda sulle fobie della nuova società e indaga l’inconscio. Si tratta di una svolta epocale. In questo periodo troviamo anche Dracula di Bram Stoker ripreso da Francis Ford Coppola, dal gusto certamente più romantico, The blair Witch Project e Il sesto senso. Il paranormale ha preso piede, così come l’horror docu-film grazie alla sete crescente di “vero” e alla gara tra telecronaca e cinema. Negli anni duemila anche il cinema orientale dice la sua con immensa forza con il capostipite Kurosawa e il  J-horror, più ben noto perché si inserisce nel genere gore come il più recente Takashi Miike (Audition).
Nel frattempo dall’altra parte dell’oceano Romero compie la sua scalata dal regno dei non morti. Non è solo horror: è satira sociale. Aspra, dura. Gi zombie siamo noi, l’infezione è la massificazione. L’horror è forte e profondo, affonda a piene mani in una critica del consumismo e della massificazione, della spersonalizzazione del nostro mondo riconducendosi a quel modo iniziale di fare cinema dell’orrore, con la critica, l’ammirazione e la paura verso la scienza e il desiderio di onnipotenza dell’uomo che finisce per esserne soffocato.

Ultimamente il cinema horror langue, riverso nella sua spettacolarità nel 3D e nei budget milionari, quando il suo habitat naturale è sempre stato quello dei B-movie e di piccoli budget (con le sue eccezioni). Cosa ci sarà di affascinante nell’horror 3D? Nessuno sventramento tridimensionale potrà mai superare il momento in cui ci si affaccia nel recinto per inquadrare quel che resta della bellissima Cleopatra di Freaks e ci ritroviamo tutti a trattenere il fiato, morbosamente curiosi..
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L’uomo con i pugni di ferro – Recensione Film

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Le buone intenzioni (e le buone premesse) c’erano tutte: tantissima passione nel progetto da parte di RZA, il patrocinio di Tarantino, un buon budget e un discreto cast; eppure i pugni di ferro risultano deboli come un montante sferrato da una pluricentenaria.

L’uomo dai pugni di ferro è il racconto di un fabbro afroamericano, istruito in giovane età da dei monaci buddisti nelle arti marziali, che in una Cina feudale si guadagna da vivere nella speranza di poter un giorno riscattare la sua amata, Lady Silk, che è tenuta in schiavitù in un bordello. Ma l’arrivo del mercenario inglese Knife causa un’escalation di violenza dovuta a un regolamento di conti tra clan, che porteranno il fabbro a dover difendere se stesso e il suo villaggio dalla prepotenza di Silver Lion, un ambizioso signore della guerra.
Uno dei difetti principali del film è l’assoluta assenza di una qualsiasi soluzione di continuità, dovute a una confusa regia di RZA, che distribuisce quasi casualmente le sequenze filmate, seguendo più una sorta di “istinto passionale” (che accompagna tutto il film), piuttosto che un preciso disegno razionale. La pellicola è fortemente influenzata dalla cultura Hip Hop, che stride non poco con l’ambientazione feudale della vicenda, creando un ibrido dalle sembianze quasi grottesche, in cui il classico genere Kung Foo orientale si mischia all’action movie americano, il tutto condito da una spruzzata di fantasy che dona alla pellicola connotati a tratti comici!

Armature metalliche che lanciano piogge di coltelli volanti, arti sostituiti da complicatissimi marchingegni bellici, salti volanti e schizzi di sangue chilometrici… Non c’è fine alla fantasia di RZA, e non sembra esserci fine neanche per i riferimenti e le citazioni cinematografiche (davvero troppe), dai combattimenti di Bruce Lee nelle camere a specchi agli splatter movie di serie B anni 80, un pesante fritto misto di riferimenti cinematografici da mal di testa, reso ancora più intricato dalla bulimica frammentazione del film, che accompagna lo spettatore per tutti i 107, interminabili minuti.
In conclusione si può certamente affermare che il primo lavoro di RZA alla regia è assolutamente deludente, malgrado il patrocinio di Tarantino, che comunque non partecipa mai attivamente (e si vede) alla realizzazione del film. Deludenti anche le prove degli attori (soprattutto Lucy Liu, in costante declino da diversi anni) e la fotografia, molto scontata (i personaggi vengono perennemente presentati su sfondo nero stile “tempio shaolin”). L’uomo dai pugni di ferro non emoziona, non lascia traccia, è un film impalpabile che si trascina attraverso assurdi combattimenti all’ultimo sangue, frenetiche dinamiche pseudo/feudal/Hip Hop, e  davvero poco altro.

Francesco Bitto