Nemici per la pelle: Demostene ed Eschine, tra insulti e irrisioni

Quando scoppia una rivalità tra due letterati, specie tra due oratori di rilievo, essa può rivelarsi molto divertente agli occhi dei lettori che vivono a 2300 anni di distanza dai fatti accaduti: certamente ai cittadini Ateniesi non fece ridere granché la vergognosa prova oratoria di Demostene di fronte a Filippo di Macedonia, né gli insulti che Eschine lanciava all’Ateniese. Proprio queste due figure, che si sono odiate per tutto il corso della loro esistenza, rappresentano uno dei casi in cui la rivalità sfiora la comicità. Invettive, scherni, irrisioni: tutto per mezzo di orazioni pronunciate in assemblea o in tribunale. 
Quale migliore occasione del (mancato) discorso di Demostene a Filippo, per Eschine, di deridere il nemico? Entrambi gli oratori furono mandati in ambasceria presso il re macedone, ma solo Eschine riuscì a pronunciare il suo discorso. Al mingherlino avversario non andò ugualmente bene, anzi, andò proprio male: si emozionò a tal punto da non riuscire a proferire parola. E, tornato in patria, su tutte le furie, accusò Eschine di essersi fatto corrompere da Filippo, pronunciando l’orazione “Sulla corrotta ambasceria”. Il nemico rispose con un’orazione intitolata allo stesso modo, commentando così la performance di Demostene: 
Dopo questi e altri discorsi, venne il turno di Demostene di parlare. Tutti stavano attenti, come in attesa di ascoltare un portento d’eloquenza. E questo mostro balbetta un proemio oscuro e morto di paura, e dopo essersi un poco addentrato nell’argomento, tacque improvvisamente, si smarrì e alla fine non seppe più ritrovare la parola. Filippo, vedendolo in quello stato, lo esortava a farsi coraggio. Ma egli, una volta turbatosi e sviatosi da quel che aveva scritto, non fu più in grado di riprendersi. Appena ci ritrovammo soli tra noi, questo galantuomo di Demostene, con volto terribilmente accigliato, dichiarò che io avevo causato la rovina della città. Non appena rientrammo e ci sedemmo con Filippo, egli prese a rispondere ai singoli argomenti, menzionandomi spesso. Con Demostene, che aveva fatto quella figuraccia, neppure di un punto, credo, discusse, e questo fu per lui motivo di sofferenza e di angoscia. Era chiaro che egli uscì completamente fuori di sé, tanto che al ricevimento si comportò in maniera davvero sconveniente“.
Quanto amore! Del resto Eschine aveva di che parlare: l’acerrimo nemico era di costituzione debole, balbettava ed era insicuro. Si narra che per rimediare a questi difetti declamasse di fronte al mare in tempesta e ponesse sassolini in bocca. Quando però la città decise di donare a Demostene una corona di riconoscimento ed Eschine accusò l’ideatore di tale premio nell’orazione “Sulla corona”, il primo si prese una bella rivincita, stracciando l’accusatore con un’omonima requisitoria. Demostene attaccò trionfalmente il nemico, il quale sosteneva che il teatro non era il luogo adatto per la cerimonia e altri impedimenti giuridici:

Ma per gli dei, sei così ottuso e insensibile, Eschine, da non essere in grado di comprendere che per chi viene incoronato la corona ha la medesima rilevanza ovunque sia proclamata? Lo senti, Eschine, che la legge dice chiaramente ‘eccezion fatta per coloro per cui il popolo o la Bulè lo decretino: per questi avvenga la proclamazione’. Perché vai calunniando allora, miserabile? Perché ti inventi storie? Perché non ti fai una cura d’elleboro per queste follie? […] Se infatti l’accusatore fosse stato Eaco o Radamante o Minosse, e non un parassita, un rifiuto di piazza, uno spregevole scribacchino, non credo avrebbe parlato così. Ma che rapporto avete tu o i tuoi, o spazzatura, con la virtù? […] Ho problemi su cosa dire per primo: forse che tuo padre Tromes faceva il servo portando grossi ceppi e una gogna? O che tua madre, andando a uomini tutto il giorno nella casetta presso il tempio, allevò te, bel bambolone, il massimo dei terz’attori? Ieri o l’altro ieri sei diventato nel contempo ateniese e oratore, e aggiungendo due sillabe ha fatto diventare suo padre Atrometo da Tromes, e la madre Glaucotea, lei che tutti sapevano chiamarsi Empusa (creatura mitologica dalle fattezze orride, ndr), essendosi guadagnata questo nome dal suo farne e subirne di tutti i colori“.

Come sono noiosi i classici!
Giulia Bitto
Annunci