Morosini, si ipotizza l’omicidio colposo: tre i medici indagati

Un anno e mezzo fa la sua tragica morte sconvolse il mondo del calcio: Piermario Morosini, calciatore del Livorno, si accasciò in campo al 31′ minuto della trasferta di Pescara per non rialzarsi mai più. La sua tragica fine, che aprì una dura polemica sulla sicurezza e la prevenzione in ambito sportivo, ha lasciato un duro segno sul volto del nostro football. Piermario era un ragazzo semplice, umile, con una storia familiare drammatica e che, solo col suo talento e la sua voglia di fare, era riuscito a costruirsi un futuro, arrivando a giocare in Nazionale U-21 con gente come Balotelli, Ranocchia, Sirigu, Marchisio e Abate. Tutto fino a quel tragico pomeriggio di Aprile.
E oggi, dopo più di un anno e mezzo, il pm Valentina D’Agostino ha presentato la richiesta di rinvio a giudizio per tre dei medici che tentarono di soccorrere lo sfortunato giocatore. Si tratta di Manlio Porcellini, medico sociale del Livorno, di Ernesto Sabatini, che ricopre lo stesso ruolo nel Pescara, e di Vito Molfese, medico del 118 dello stadio nel giorno della tragedia. Il pm, in vista dell’udienza davanti al gup di giorno 20 Febbraio 2014, ha contestato a tutti e tre il mancato utilizzo del defibrillatore, che probabilmente avrebbe concesso all’atleta qualche possibilità in più di sopravvivenza. Ma, comunque vada a finire questa storia, al calcio resta da un lato un grande vuoto e dall’altro un grande interrogativo: possiamo lasciar morire dei ragazzi su un campo di pallone?
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Auguri a Javier Zanetti, bandiera e capitano di un calcio d’altri tempi

Il Capitano ha 40 anni, ma la voglia e la freschezza dei 18. L’hai visto lì, a terra, dolorante, quel maledetto 28 Aprile 2013 e hai pensato: ecco, è finita, si ritira anche Zanetti. E invece no, lo vedi correre di nuovo, più veloce dei giovani, inseguendo un altro sogno, altre sgroppate, altre sconfitte, altre vittorie. Nessuno al mondo può oggi incarnare l’essenza del calcio come Javier Zanetti, capitano e gentiluomo, eroe dell’Inter come di tutti gli appassionati di questo meraviglioso sport. Non può farlo il quasi coetaneo Giggs, leggenda del Manchester United, travolto dagli scandali sessuali; non può farlo Del Piero, maestro del pallone indegnamente scaricato dalla squadra a cui aveva dato tutto; non può forse neanche Totti, per le troppe polemiche che ne hanno caratterizzato la carriera. Dal ritiro di Paolo Maldini Javier Zanetti resta l’ultima bandiera di un football romantico, corretto, leale, sportivo, di uomini che inseguono un pallone e non contratti, di ragazzi diventati uomini con la stessa voglia di giocare.
E pensare che Zanetti (845 presenze con l’Inter, 137 consecutive, 82 in Champions da capitano, 16 trofei nel club, tutti record) era arrivato al calcio quasi per caso, dopo essere stato scartato per la sua struttura fisica. Mentre lavorava col padre, muratore di Buenos Aires, il fratello Sergio lo aveva invitato a fare un provino nel Talleres, squadra in cui militava. “Vieni, te la metto io una buona parola” gli avrà detto, ma Javier niente, non ne vuole sapere di passare per raccomandato. Aspetterà il 1992, anno in cui il fratello si sarà trasferito, per passare brillantemente il provino e assicurarsi il primo contratto da professionista, potendo smettere di vendere il latte la mattina, prima degli allenamenti, per mantenere la famiglia. Di lì a poco fu notato dal Banfield, i cui dirigenti si autotassarono per portarlo nella Prima Divisione Argentina e, dopo tre anni, su consiglio di Angelillo, l’approdo all’Inter.
Era il primo anno di Massimo Moratti, e Zanetti arrivò come appendice sconosciuta del più quotato Rambert, tanto da profilarsi per lui un ipotesi di prestito. Una sola voce, quella di Diego Armando Maradona, sostenne che il vero colpo dell’Inter era quell’argentino uscito da una fotografia dell’800, coi capelli sempre a posto e una resistenza incredibile. Quasi vent’anni dopo, possiamo dire che la Mano de Dios aveva ragione. Fuoriclasse in campo, Gentiluomo fuori, bandiera itinerante del calcio, applaudito da tifosi e avversari, forse all’ultimo giro di boa ma con la stessa voglia di mettersi in gioco. E allora 40 volte auguri, Pupi!

Roberto Saglimbeni