Once upon a time stagione 3: Disney meets Lord of the flies

Attenzione, possibili spoiler.

La hook & co. tour vi da il benvenuto sull’Isola che non c’è, dove troverete sirene aggressive, fate fallite, ventenni smarriti dai migliori istituiti correzionali del multiverso ouat, drammi generazionali, conflitti padre/figlio, sentimentalismi (meno), botte e incantesimi (più). Se la scorsa stagione poteva validamente essere prescritta come sostituto del Valium, le prime puntate della nuova sembrano aver invertito la rotta ed essersi allontanate dai lidi della noia. Gli ingredienti base della serie continuano a esserci tutti: la rielaborazione delle fiabe classiche, l’umanizzazione dei personaggi, la magia e i sentimentalismi; quello che sembra essere cambiato e aver dato una bella botta di vita a una sceneggiatura stanca e ripetitiva è il cambio di ambientazione (a metà tra Lost e i Pirati dei caraibi), la riduzione delle diabetiche banalità sentimentali e il cambio di protagonisti.

Se nelle prime due stagioni al centro delle vicende c’erano gli stucchevoli Biancaneve, il suo principe e la loro figlia perduta, nelle prime puntate di questa il riflettore si posta su un immenso Tremotino, estremamente umano, lacerato dai sensi di colpa, meno cinico (forse) e ancora più determinato. Suo degno avversario è il più subdolo e manipolatore Peter Pan mai visto, pronto a sfruttare i punti deboli dei nostri eroi per i propri scopi ancora poco chiari, capo di una tribù di fedelissimi e selvaggi ragazzi. Concludendo, se la serie manterrà queste premesse (no, non ci credo nemmeno io mentre lo scrivo. So che arriverà la deriva buonista e il bene trionferà in un mare di zucchero filato), la terza stagione si preannuncia come la migliore della serie.

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‘Noah’ il film da diluvio universale della collera dei cattolici contro Darren Aronofsky

Il nostro amato Darren Aronofsky (π –il teorema del delirio, requiem for a dream, the Wrestler, the Black swan) con il suo ultimo film, intitolato “Noah concentra la sua attenzione sul tema biblico, sempre così affascinante per scrittori e registi. Ovviamente a modo suo.
Il personaggio prescelto è Noè riletto in modo critico e nuovo dai testi sacri, ma soprattutto anche reiventato attraverso una lettura più fantasiosa, ben attento alla componente d’effetto come ad esempio l’idea di rappresentare gli angeli come esseri alti due metri, senza ali e con sei braccia (come nella graphic novel di Niko Henrichon sulla sceneggiatura di Aronofsky) che, nella collera divina, piovono dal cielo. Non a caso a curare gli effetti speciali troviamo il team più celebre e richiesto (e anche più pagato. Si tratta del film più costoso che abbia mai girato Aronofsky con 125 milioni di dollari dichiarati!): la Industrial Light&Magic. Il regista newyorkese dichiara la sua affascinazione nei confronti di quello che definisce il primo ambientalista della storia che, appena scampato al diluvio universale coltiva una vigna e, logorato dal senso di colpa di essere l’unico sopravvissuto si ubriaca; definendolo un personaggio dark e complicato.

Nella serie di proiezioni di prova, la reazione del pubblico (soprattutto quello religioso, ovviamente) ha spinto la Paramount a chiedere al regista di cambiare il finale.
Quest’ultimo non ne è stato felice ed ha inizio il braccio di ferro tra l’anticonformista e spregiudicato Darren Aronofsky e il gigante della Paramount a cui interessa l’incasso ai botteghini. Chi la spunterà? A prescindere tifo per Aronosky, fosse solo per il diritto sacrosanto d’espressione e, si sa, quando si prende una posizione precisa è impensabile non trovare oppositori. Si tratta pur sempre di un prodotto di rilettura, non di teologia e se la Paramount è preoccupata di perdere il pubblico cattolico, la invito a considerare cosa significherebbe perdere il ben più ampio pubblico ateo/non praticante/da enterteinment/disimpegnato. Con l’aggiunta che potrebbe mobilitare le critiche, più efferate, degli integralisti cinefili.