Libia: le milizie sparano razzi sulla folla, decine di morti e 400 feriti

La Libia piomba di nuovo nel caos. Nella giornata di ieri, Tripoli è stata scossa da nuovi scontri tra manifestanti ed esercito, che hanno causato 32 morti ed almeno 390 feriti. I numeri, diramati dal Ministero della Salute libico, non sono definitivi e sono in aumento. 
I manifestanti hanno marciato ieri sulla capitale libica, chiedendo il definitivo scioglimento delle milizie che ancora imperversano per la città: anche dopo la caduta di Muammar Gheddafi, infatti, le bande armate che avevano combattuto la guerra civile sono rimaste unite, si sono rifiutate di consegnare le armi e hanno spesso avanzato richieste di indipendenza. I dimostranti chiedevano che venisse applicata la legge n°27, che prevedeva l’assorbimento delle milizie all’interno dell’esercito regolare o, in caso di rifiuto, il loro scioglimento. La manifestazione aveva carattere pacifico – come più volte sottolineato dagli stessi manifestanti – ma questo non ha impedito il verificarsi di violenti scontri. 
Arrivati davanti al quartier generale di una milizia tripolina, i manifestanti sono stati subito affrontati dai soldati ed intimiditi. I militari hanno dapprima sparato per aria, poi hanno aperto il fuoco sulla folla utilizzando mitragliatrici pesanti, lanciarazzi e persino un cannone anti-aereo. Dopo l’iniziale fuga, una parte dei manifestanti si è armata ed è tornata indietro per combattere i miliziani; la battaglia è stata fermata dall’arrivo dei carri armati dell’esercito, che hanno cercato di separare i due gruppi mentre ormai la situazione degenerava. 
La giornata di ieri ha dimostrato che i miliziani libici, sospettati di violenze, rapimenti e traffico d’armi, sono ormai incontrollabili. Gli ospedali della città sono nel caos a causa dell’arrivo continuo di feriti, e l’intera città sembra in preda al panico; lo stesso portavoce del Ministro della Salute ha parlato di “confusione totale”. Gli eventi di ieri, sommati ad altre manifestazioni e scontri in tutto il Paese, fanno capire come la situazione della sicurezza sia critica in tutta la Libia, e che il governo di Tripoli ed il premier Ali Zeidan non sono capaci di mantenere il controllo di un Paese allo sbando.

Giovanni Zagarella

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La Libia si spacca: la Cirenaica dichiara l’indipendenza, il nuovo governo giura ad Ajdabiya

La Libia non riesce a trovare la stabilità politica. Come già annunciato la scorsa settimana, un gruppo di politici locali ha preso il controllo della Cirenaica e ha dichiarato l’indipendenza della regione dal governo centrale. Riunitisi ad Ajdabiya, nell’est del Paese, ieri i 24 ministri del nuovo esecutivo hanno prestato giuramento, dichiarando così “guerra” al potere ufficiale del Primo Ministro Ali Zeidan. Il nuovo governo avrà sede a Beida
Il neonato governo di Barqa, nome arabo della regione, è stato immediatamente dichiarato illegale da Tripoli. Nonostante ciò, i separatisti non sembrano avere intenzione di fermarsi e hanno già diviso la regione in quattro circoscrizioni amministrative: Bengasi, Montagna Verde, Tobruk e Ajdabiya. 
La Libia è da sempre spaccata al suo interno in tre regioni storico-geografiche: la Tripolitania, la Cirenaica ed il Fezzan. Le prime due, in particolare, sono da anni in conflitto tra di loro ed in cerca di indipendenza l’una dall’altra. In passato la Cirenaica aveva spesso manifestato la volontà di staccarsi dal governo centrale, ma aveva ottenuto soltanto blande forme di autonomia: nel 2012 era stata proclamata “regione semi-autonoma” da Ahmad Al Zubair Al Sensussi, che adesso nega qualsiasi legame coi ribelli e si unisce ad Ali Zeidan nel condannarne le azioni.

Giovanni Zagarella

La Libia nel caos: la situazione del Paese arabo dalla guerra civile ad oggi

La situazione libica, dopo la guerra civile del 2011 e la morte del colonello Gheddafi, rappresenta uno scenario su cui attualmente si sono spenti i riflettori. Eppure per noi italiani la Libia è un Paese le cui problematiche dovrebbero esserci molto chiare, in ricordo della stretta dominazione della prima metà del secolo scorso e per il molto più recente Trattato di Bengasi del 2008 con il quale il governo italiano prendeva accordi economici con Gheddafi per fermare la partenza di migranti dalle coste libiche. Cosa accade in quel paese denunciato solo quattro mesi fa da Amnesty International per maltrattamenti e torture nei confronti dei richiedenti asilo e degli emigranti? 
Frequentemente ci accade di dimenticare le situazioni critiche dei Paesi nei quali c’è stato un intervento militare di Stati occidentali e all’interno dei quali sono cadute delle feroci dittature. Questo è il caso dell’Iraq, Paese sprofondato nel caos politico e nel persistente conflitto fra sciiti e sunniti. Ma venendo alla Libia, dalla caduta di Gheddafi ad oggi sono numerosi gli avvenimenti su cui è necessario fare chiarezza. A partire dal 2011 le stesse milizie che hanno rovesciato il regime, presente da più di 40 anni, hanno un influente potere sul governo. Inoltre le organizzazioni militari si sono moltiplicate, arrivando a più di 500 secondo l’intelligence statunitense, questo grazie anche al sostegno economico e la fornitura di armi avuta dagli stessi USA durante la guerra civile. Tra queste milizie il peso dei jihadisti è molto forte e perciò anche l’influenza antioccidentale. È ad alcune di queste milizie islamiste che si attribuisce l’assassinio di Christopher Stevens, l’ambasciatore americano in Libia. La sua morte, avvenuta l’11 settembre 2012, scatenò fortissime polemiche soprattutto perché l’omicidio si verificò successivamente alle proteste di cittadini musulmani per la blasfemia contenuta nel film statunitense “The innocent prophet”
Il premier libico Ali Zeidan
Il tentativo di creare istituzioni stabili fu assegnato a Mahmud Jibril, leader della Coalizione delle Forze Nazionali, nominato capo di un governo provvisorio d’emergenza nato il 23 ottobre 2011 con lo scopo di stabilizzare la situazione politica e andare alle elezioni. Queste si sono tenute a giugno del 2012 con la vittoria di Mustafa Abushagur del Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia. Il governo formatosi successivamente aveva una maggioranza molto risicata nel Congresso, cosicché cadde il 7 ottobre dello stesso anno. È solo un mese dopo che venne formato un nuovo esecutivo con a capo uno stretto collaboratore di Abushagur, Ali Zeidan, il quale è stato uno dei più importanti personaggi della resistenza politica contro il regime di Gheddafi negli anni Settanta. 
È degli ultimi giorni la notizia della cattura del ricercato Abu Anas al Libi, un esponente libico di al Qaeda colpevole degli atti terroristici contro le ambasciate americane in Somalia e Tanzania del 1998 e principale organizzatore dell’attentato in un centro commerciale di Nairobi dello scorso settembre. La sua estradizione a New York ha suscitato molte polemiche per il fatto che buona parte dell’opinione pubblica libica chiede che il processo si svolga a Tripoli. Il silenzio americano non ha fatto altro che acuire le tensioni, che sono culminate nel sequestro lampo, il 10 ottobre, del premier Zeidan da parte di una brigata di ex ribelli islamisti che lo accusavano di aver avuto importanti responsabilità nell’estradizione del leader di al Qaeda. Tuttavia la sua repentina liberazione ha fatto diminuire le polemiche. 
In ogni caso quello che recentemente si sta verificando in Libia è un tipico segnale della debolezza delle istituzioni e dimostra come l’abbandono da parte delle forze diplomatiche americane e italiane non abbia agevolato questo difficoltoso processo di transizione. 
Emanuele Pinna