Blue Jasmine di Woody Allen: Recensione film

Jasmine è sull’orlo del baratro. Separata, senza un soldo, senza un lavoro. Brancola nel buio della sua vita, aggrappata con le unghie alle uniche cose che ama: i vestiti firmati, i gioielli importanti, il suo disprezzo per tutto ciò che non è “classy“. Inclusa sua sorella, che è l’unica, nonostante tutto, che la accoglie dopo la caduta.
Woody Allen costruisce una commedia isterica sui suoi pilastri fondamentali, che sono diventati un po’ noiosi, a dirla tutta: il tradimento, la frustrazione, New York, l’opposizione della virtù all’egocentrismo.
La trama non è niente di speciale, così come i colpi di scena che tanto “colpi”, poi in fondo, non sono (possono essere definibili piuttosto come lievi scosse all’andamento di un film piacevole e divertente). Ma quello che è innegabile e grandissimo è l’interpretazione magnifica di Cate Blanchett. Signori e signore, sono rimasto esterrefatto e allibito davanti alla performance di un’attrice che sapevo di talento, ma non credevo così tanto. Da standing ovation.
Il dolce e austero elfo di Peter Jackson si scompone in urlo di Munch, isterica, forte, sprezzante, folle, arpia. In quegli occhi azzurro intenso, frutto dei “geni giusti”, si anima e fonda l’intera storia che si alimenta di un’interpretazione che vale l’intero film e il costo del biglietto.
L’Oscar come Migliore Attrice protagonista quest’anno è suo.
Le ho già consegnato la statuetta ieri sera.
Annunci

WataMote!: empatia, adolescenza e risate – Recensione

Asociali, ragazzini ansiosi che incontrano milioni di problemi nel parlare col prossimo, questo è un manga ed anime che fa per voi! L’argomento di oggi è un manga che dal 2011 sta avendo sempre maggior successo: il suo nome è WataMote! o più precisamente Watashi ga Motenai no wa do kangaetemo omera ga warui! (vi sfido a ricordarlo), che letteralmente vuol dire “Non mi importa come sembra, è colpa vostra se non sono popolare!”. 
Penso che anche coloro che non lo conoscano già abbiano compreso il tema, quindi vi presento direttamente la protagonista Tomoko Kuroki, una ragazza “otaku” che sta iniziando le scuole superiori con un solo obiettivo: diventare popolare.
Difatti la povera Tomoko è una ragazzina che soffre di ansia sociale, che ha gravissimi problemi nel relazionarsi col prossimo (escludendo i suoi parenti e la sua unica amica dei tempi delle medie, sulla quale torneremo), ma dopo anni alle medie non proprio esaltanti decide che è ora di cambiare registro! È ora per Tomoko di diventare la ragazza che tutti ameranno, cercando di continuo nuovi stratagemmi per farsi notare dai suoi compagni di classe e non solo. 
Come è facilmente intuibile il genere è slice of life, scolastico e commedia; difficile non essere attratti dalle continue disavventure di questa povera ragazza, che combatte continuamente con la sua natura, non accettando di essere sempre colei con la quale nessuno parla. Come ci si può immaginare (nonostante tutti gli sforzi che fa), quando, suo malgrado, viene obbligata a comunicare con un compagno di scuola o peggio uno sconosciuto, preferirebbe essere in qualsiasi altro posto sulla terra… sinceramente, chi di voi non si è mai sentito così almeno una volta (o centinaia)?  
Il tema è serio, ovviamente romanzato e con delle assurdità messe ad arte da Nico Tanigawa (pseudonimo dei due autori) per mantenere il tono mai pesante, anche se ammetto che più di una volta mi ha messo un po’ di malinconia. La nostra Tomoko sta sicuramente male per quel che le accade, e vedere i suoi continui insuccessi distrugge continuamente il suo umore, ma in realtà nonostante tutto non odia la sua vita, è una studentessa che cerca di mettercela tutta (potrebbe di certo fare di più) ma che comunque non fa pesare eccessivamente, soprattutto al lettore, la sua situazione. 
A mio avviso le complicazioni del suo status emotivo potrebbero essere analizzate meglio, ciò che mi ha leggermente deluso è che la ricerca continua di sdrammatizzare la sua condizione: al di là dei tantissimi lati positivi che questa scelta comporta, fa perdere l’occasione agli autori di andare oltre la narrazione lineare (seppur molto divertente): elemento che risalta, vista la quasi totale mancanza di momenti che potrebbero essere adibiti alla riflessione di una situazione così particolare, soprattutto per degli adolescenti. In ogni caso parliamo di un errore veniale, una semplice sensazione di amaro in bocca che non cambia il parere a dir poco positivo che ho su quest’opera. 
Da non sottovalutare le allusioni, esplicite o meno, sul sesso: si nota una sorta di frustrazione sessuale ben presente nella protagonista che, di fatti, non avrà problemi nell’appellare in modi altamente censurabili tutte le ragazze che hanno una vita ben più piena della sua (non necessariamente facendo cose ignobili). Interessantissimo quando ci rimane male (pentendosene) nel constatare che in treno nessun pervertito la molesti; questi sono dati psicologici molto importanti che riflettono la sfera adolescenziale e sociale, sicuramente un altro grande pregio di quest’opera. 
Yu Naruse
Per fortuna lei ha due punti, più o meno, fermi nella sua vita: suo fratello Tomoki (complimenti per la fantasia) e la sua amica d’infanzia Yu Naruse. 
Tomoki è solo un anno più piccolo di lei, ma totalmente diverso (escludendo le vistosissime occhiaie) essendo un ragazzo atletico, amato dalle ragazze e star della squadra di calcio, che avendo lo scomodo ruolo di unico ragazzo nella vita della sorella, dovrà spesso subire i suoi atteggiamenti invasivi, e le sue mille domande e riflessioni riguardanti la sua vita; i rapporti familiari sono piuttosto normali, si assiste agli atteggiamenti che ci si può aspettare da degli adolescenti, da citare la quasi totale assenza del padre, che arricchisce di significato il contesto. 
Il rapporto con Yu è ben più complesso, inseparabili fino all’anno prima hanno visto la loro strada dividersi alle superiori, ma mentre Tomoko è rimasta totalmente uguale… diciamo che Yu ha visto fiorire il suo corpo, e soprattutto ha cambiato completamente modo di vestire e di apparire, facendola sembrare lontana anni luce dai tempi delle medie. 
Questa relazione è perfetta per capire totalmente la nostra Kuroki, che avrà nei confronti della sua amica un continuo amore-odio, invidiandola così tanto da pensare spesso a lei come una poco di buono, riflettendo la sua frustrazione di cui si parlava precedentemente, anche se va ben oltre quella determinata sfera. 
Il manga continua e sta avendo tantissimo successo, l’anime consiste in 12 episodi ed è consigliatissimo, dove grazie alla musica (ascoltate e amate l’opening) riesce a dare qualcosa di più ad un’opera che già di suo è buonissima così; ci sono solo poche differenze tra manga e anime, che riguardano la collocazione degli eventi ma nulla a cui dare peso. Da segnalare uno spin-off del manga chiamato TomoMote! che narra le vicende di Yu e Tomoko alle medie.
In definitiva un manga divertente e veloce che parla di problemi relazionali significativi, ma che vengono narrati con semplicità e garbo, tenendo quel pizzico di esagerazione che nei manga deve esserci per forza.
Se avete avuto problemi simili in passato, se vi siete sentiti messi da parte tantissime volte, se vi sentite spesso soli, sappiate che la sua compagnia sarà davvero graditissima. 

Alex Ziro

Don Jon di Joseph Gordon-Levitt: Recensione film

Jon Martello è italiano, cattolico, mangia in canottiera spaghetti con il sugo, passa ore in palestra a pomparsi ed è porno-dipendente. Insomma, l’italiano medio (Joseph, vuoi la cittadinanza ad honorem?). Ogni sera una ragazza diversa, ma il porno resta il porno ovviamente. Una donna non è come un film porno. Le donne nella realtà sono insoddisfacenti, imperfette, troppo vere. Finché Jon non conosce Barbara Sugarman.

Ultimamente si è molto parlato di sesso-dipendenza, come nel magnifico “Shame” di Steve McQueen; ma Gordon-Levitt ne analizza un nuovo aspetto, la porno-dipendenza, con una commedia che vuole far sorridere, ma colpisce dritto al punto. Con un linguaggio semplice, superficiale, racconta una malattia così diffusa dall’essere semisconosciuta.

La regia è fluida e interessante nel montaggio originale, supportata da una magnifica fotografia che non passa inosservata di Thomas Kloss. Magnifiche le performance dei tre attori protagonisti: una truce donna media con artigli, vestiti attillati e cortissimi, che si sente santa e pia, brava, bravissima ragazza Scarlett Johansson; una fragile e affascinante Julianne Moore e, a finire, un convincente Joseph Gordon-Levitt. Vorrei porre l’accento sui cammeo di Anne Hathway e Channing Tatum che parodiano le commedie romantiche blockbuster che Barbara ama tanto.

Insoddisfacente il finale, invece, che scivola nella buona parabola. Sembra quasi che la morale sia che una persona sana non guarda porno e debba accoppiarsi per forza guardandosi dritto nelle palle degli occhi. È stato un po’ deludente, ecco, affrancare così la morale, per un film che invece si era contraddistinto per i toni dissacranti e leggeri ma profondi. Un film interessante e complesso, che fa ridere e diverte nella sua profondità, ma che perde la sfida quando non fa “All in” prendendo in giro le commedie romantiche e credendosi più originale di quanto non sia, colpevole degli stessi toni rassicuranti e buonisti.

Film d’animazione del Natale 2013

Frozen – Il regno del ghiaccio.

REGIA: Chris Buck, Jennifer Lee.
GENERE: Animazione. 
DISTRIBUZIONE: Walt Disney Pictures.

USCITA: 19 Dicembre 2013. 

Liberamente ispirato alla favola La Regina delle nevi di Hans Cristian Andersen, Frozen racconta di un mondo intrappolato in un inverno perenne. 

La protagonista è Anna, giovane ragazza piena di sogni e speranze che, insieme all’amico Kristoff e alla renna Svenn, tenterà di raggiungere la sorella Elsa, regina delle nevi, per riportare il mondo alla normalità e spezzare il “gelido” incantesimo. Il tutto all’insegna della magia: nel loro cammino i giovani incontreranno creature fantastiche ma, nella maggior parte dei casi, pericolose e riusciranno a giungere a destinazione non senza difficoltà.

Da vedere, magari il giorno di Natale per far felici i più piccini. La Walt Disney è sempre garanzia di qualità.

Piovono polpette 2 – La rivincita degli avanzi

REGIA: Cody Cameron, Kris Pearn. 

GENERE: animazione, commedia, family.
DISTRIBUZIONE: Warner Bros Italia.

USCITA: 25 Dicembre 2013.

Chi non ricorda l’ FLDSMDFR, la macchina per trasformare l’acqua in cibo dell’eccentrico inventore Flint Lockwood?!
Ebbene, questa volta il nostro schizzato protagonista vedrà realizzarsi il suo più grande sogno: verrà chiamato a far parte della Live Corp Company , una società che riunisce i più brillanti inventori del mondo, che si adoperano insieme per migliorare la vita della razza umana.
Tutto però si complica quando viene scoperto che l’ FLDSMDFR è ancora in funzione e minaccia l’esistenza dell’intera umanità. In compagnia degli amici che già conosciamo e di Barb, un orango altamente evoluto, Flint si ritroverà a combattere con gli “Animacibi” creati dalla sua pericolosa macchina, per salvare di nuovo il mondo intero.

Chi ha adorato Piovono Polpette, non può esimersi dal vedere il sequel; la speranza è di ridere almeno la metà di quanto abbiamo fatto per il primo!

La mafia uccide solo d’estate, film d’esordio della iena Pif

REGIA: Pierfrancesco Diliberto. 
CAST: Cristiana Capotondi, Pif, Ginevra Antona, Alex Bisconti, Claudio Gioè, Ninni Bruschetta. GENERE: Commedia.
USCITA: 28 Novembre 2013.

La storia si svolge a Palermo tra gli anni ’70 e ’90 e vede protagonista Arturo (Pif), da sempre innamorato della sua compagna delle elementari Flora (Cristiana Capotondi).

È un periodo storico molto particolare per la Sicilia, in cui si registra il più alto numero di crimini mafiosi; Arturo cresce e forgia la sua personalità nel confronto quotidiano con la delinquenza palermitana, e questo influenza inevitabilmente anche il rapporto con Flora. Con ostinazione porterà avanti una dura battaglia che, infine, lo vedrà ricongiungersi alla ragazza non senza dell’amaro in bocca.

Il film guarda a temi delicati sotto una luce tragi-comica.
L’intenzione di Pif è delle migliori possibili ma allo spettatore viene lasciato il compito (o piacere) di verificare se i mezzi sono adatti e per il momento resta solo tanta curiosità ed un grande punto interrogativo.

Cosa aspettarci di sicuro da questo film?
Qualche risata ma soprattutto un bagno di realtà.

Aristofane vs. Euripide e Socrate: moralismo e paura del nuovo

Aristofane ebbe tanti meriti: fu un pacifista, si schierò dalla parte dei cittadini più colpiti dalla guerra del Peloponneso, nelle sue commedie denunciò i vili personaggi che miravano soltanto al potere e i soprusi della guerra. Ma per un motivo questo autore mi risulta alquanto odioso: l’aspra critica nei confronti di Euripide e Socrate, ai quali si imputa la fine della tragedia e la corruzione dei sani costumi ateniesi. Come se Atene, nel bel mezzo di una feroce guerra contro Sparta, avesse potuto mantenere integri gli ideali di un secolo prima e non mutare nel pensiero. 
Mi pare naturale che la città cambiasse modo di pensare: e ciò non va imputato ai sofisti, a Euripide, a Socrate, ma a una tendenza generale: c’è chi parla di decadimento, disfacimento, ma io la vedo più come una svolta “obbligatoria”. Puntare il dito contro Euripide, che di per sé, a mio giudizio, fu capace di lavori grandissimi e per la prima volta seppe guardare dentro la psiche umana, è una stupidaggine: tacciarlo di misoginia ancor di più (vedi Misoginia nella democratica Atene e Euripide e la psicologia femminile). Puntare il dito contro Socrate? Ancora più sciocco. È anche grazie ad Aristofane che i cittadini ateniesi considerarono Socrate il capo dei sofisti, un ciarlatano buono a nulla. Chi conosce un minimo di filosofia e storia sa benissimo che Socrate non fu sofista, non fu buono a nulla, bensì uno dei più grandi pensatori di sempre.
Il cambiamento atterrisce Aristofane, un conservatore moralista che guarda al passato vedendo nel presente soltanto corruzione e disfacimento (una novità!), non comprendendo i propri tempi. Tempi certamente difficili: guerre, disastri, politica traballante, economia instabile. Ma questi problemi non si risolvono con un’invettiva piena di volgarità e banalità, mettendo in pessima luce personaggi che hanno dato tanto ad Atene. E a chi mi dice che non capisco lo spirito della commedia, rispondo che trovo più interessante una commedia leggera e “buona” come quella di Menandro. Euripide compare in ben tre commedie: Rane, Le donne alle Tesmoforie, Acarnesi. Nelle Rane soprattutto vi sono gli attacchi più pesanti: la morte della tragedia a causa di Euripide e mille altre frecciate all’arte del drammaturgo, corruttore della cittadinanza e ateo.
Le Nuvole, poi, fanno ridere, e non per la bella comicità: qui il personaggio di Socrate è totalmente stravolto, banalizzato, messo alla stregua di un santone stravagante abile solo a parlare. Sarà stata anche colpa di Aristofane se nel 399 a.C. Atene condannò il suo uomo migliore? Probabilmente sì. Euripide e Socrate, secondo Aristofane strettamente connessi, avranno anche cambiato il modo di pensare degli ateniesi, ma in meglio. Con loro i protagonisti sono gli uomini, la loro anima, le loro scelte, il loro pensiero, la loro interiorità. Loro sono espressione di un mondo che cambia e porge gli occhi altrove. E chi li critica (per giunta in modo falso e diffamatorio), anelando a un lontano passato di guerrieri forti e cittadini retti (vero solo in parte), è solo un nostalgico e timoroso moralista. Scagli la prima pietra chi è senza peccato, Aristofane. 
Giulia Bitto

Menandro: Il misantropo e la commedia nuova

Dýskolos, unica commedia menandrea rimasta integra, presenta una struttura tipica con una trama intricata e destinata al lieto fine: il dio Pan, immaginandosi di essere a File, a nord di Atene, descrive al pubblico la vita e la personalità di Cnemone. Egli è un misantropo che vive con la figlia e la serva Simiche detestando gli altri esseri umani: la moglie, per il comportamento del marito, è andata a vivere con il figlio Gorgia. Pan ha fatto perdutamente innamorare un giovane, Sostrato, della figlia del misantropo: così inizia la vicenda. Sostrato chiede aiuto ad un amico per scoprire qualcosa di più su Cnemone: ma un servo mandato in casa dell’uomo viene brutalmente scacciato. Successivamente, con grande sorpresa, il giovane incontra l’amata mentre riempie un’anfora di acqua: ma l’incontro è osservato da un servo di Gorgia, il quale viene tempestivamente informato dell’accaduto. 


Sostrato viene avvicinato da Gorgia, il quale, scoprendo le buone intenzioni e riconoscendo la nobiltà del sentimento, diventa amico dell’innamorato e gli consiglia di lavorare la terra per mostrarsi laborioso agli occhi di Cnemone. Ma il consiglio si rivela infruttuoso, poiché né il padre né la figlia, quel giorno, sono andati nei campi: così Sostrato si reca ad un banchetto, invitando Gorgia. Improvvisamente la serva del misantropo giunge al convito chiedendo aiuto: il padrone è accidentalmente caduto in un pozzo per recuperare una zappa. Sostrato e Gorgia, cogliendo l’occasione perfetta per conoscere e farsi apprezzare da Cnemone, tirano fuori l’uomo: Cnemone, per ricambiare il favore, acconsente che la figlia sposi Sostrato, e il giovane dà sua sorella in sposa a Gorgia. La commedia si chiude con le doppie nozze e con Cnemone che, contrariato, prende parte al banchetto. 

Con Menandro prende corpo la commedia nuova: una commedia incentrata sull’uomo, sulla sua psicologia e sulla vita. Se Aristofane criticò Euripide imputandogli la fine della tragedia e prediligendo una commedia basata sulla fantasia e sulla bizzarria, Menandro recupera dal tragediografo la tendenza all’introspezione psicologica e alla realtà. Nell’approfondire il personaggio di Cnemone, Menandro mostra come anche un misantropo abbia, in fondo, bisogno delle altre persone e come la collaborazione e l’amicizia sciolgano le situazioni più ardue. Nel Misantropo la risata non è mai esagerata e mai legata a situazioni oscene o banali: il commediografo, più che a far ridere il suo pubblico, tende a fare riflettere sulla vita e sulle innumerevoli possibilità che essa offre. La spontaneità e la leggerezza delle scene coinvolgono il pubblico in maniera sapiente, grazie anche allo stile semplice.

Menandro vive in epoca alessandrina (nasce nel 341 a.C.), ed è chiaro come le esigenze siano mutate. Non sono più gli dei a gestire ogni cosa, bensì gli uomini (intuizione che ebbe Euripide, ma i tempi non erano ancora maturi: dai più fu considerato  ateo); non prevale più la spettacolarità e la stravaganza bensì l’aderenza alla realtà. Con il cambiamento della mentalità greca non solo la filosofia, la letteratura e la politica cambiarono, ma anche il teatro subì una notevole evoluzione di cui Menandro fu protagonista: una scia che, nel IV secolo a.C., portò con sé ciò che era antico per rivoluzionare ogni cosa

Giulia Bitto