Decapitated: Nihilty – Recensione disco

I Decapitated di Nihility, nel 2002, sono riusciti a scolpire in un rinnovato, freddo, tecnico e disturbante death metal la realtà nichilista più disumanizzata degli anni ’00.
Per la prima volta nell’ambito di un genere da testi adolescenziali e splatter un gruppo riuscì a convogliare la mostruosa disumanizzazione musicale del brutal (già fondata in passato) ad un concept filosofico dai mille volti che la rispecchiasse tra momenti di folle lucidità e rigetti zarathustriani.
L’album inizia con la tetra “Perfect Dehumanisation (The Answer?)” che mette bene in chiaro quanto i ritmi sincopati della batteria di “Vitek” possano fondersi ai riff dissonanti, tecnici e freddi del brano in un intento di massacro sentimentale. I Decapitated cominciano ad erigere la bandiera del nulla dal primo secondo.
Il ritmo incalzante di “Eternity too short” si fonde alla poesia del brano, che a tratti assomiglia ad un delirio di Charles Manson nei suoi momenti di più lucido odio verso il mondo.
La produzione dal sound perfetta, l’utilizzo della tecnica in una maniera anti-banale e la ricerca della tradizione si trasformano (involontariamente) in una meteora che scardina l’immaturità di un movimento così di nicchia. “Mother war” è una lettera alla realtà divina: la madre guerra non è altro che la concubina di Dio, figlio dello zero e del nulla nichilista. Slancianti e taglienti martellate alternanti fungono da ponti in un brano che, come la struttura di tutto il cd, non possiede momenti cardine. L’intera architettura musicale dell’album si potrebbe descrivere, in poche parole, come sprazzi di 0 ( n.d.r. inteso come il nulla più neutro) fusi da ponti ossessionanti di odio.
Nihility (Anti-Human Manifesto)” è uno dei momenti musicali più ricercati dell’album. Riff alla Necrophagist e impostazione alla Suffocation si fondono alla sincope omogenea delle ritmiche scritte dal chitarrista “Vogg”, mente, insieme al giovane e compianto batterista “Vitek” (all’epoca del cd solo 17enne, morì a 23 anni in un tragico incidente d’auto), del lavoro intero della band. Nihility è la chiave di comprensione dell’intera opera. Segue “Names” che sottolinea la poca importanza delle convenzioni umane nell’universo e la paura della conoscenza dell’inconscio altrui. Si conclude con la tetra frase “Voglio vedere la mia stessa morte”.
Spheres Of Madness è il più grande momento di pazzia mai concepito nella storia del Death metal.
Riff angustiosi, funzionali, arsi dal fuoco dell’assenza. Il testo è il dipinto delirante del volto di un mondo fallito, l’urlo di uno Zarathustra moderno e senza pretese intellettualoidi che si esprime attraverso un genere posto all’esatto estremo contrario dei movimenti che più spesso sono stati vettori di cultura filosofica nella storia del rock
La pazzia è l’unico metodo di conoscenza nella poetica disturbante del gruppo. “Babylon’s pride” è un altro profetico morso sanguinante nei confronti della perfezione cristiana e della vita in quanto tale. “Symmetry of Zero”, l’ultima fatica dell’album, è il coronamento stilistico: la simmetria del nulla si fonde ad un tapping Necrophagistiano e gotico, uno dei pochi momenti con chiaro riferimento emotivo nell’album, altalenato da scale dal sapore sintetico e freddo. 
Il risultato finale della band è inaspettatamente ed incredibilmente rivoluzionario nel suo fondere aspetti così profondi della filosofia moderna ad un genere puramente estremo che, in tendenza, è privo di valore concettuale ed intellettuale. La grandezza della formazione e del lavoro di per sé, tuttavia, appaiono in maniera evidente quando questo intellettualismo prende la forma di un esperimento unico ed omogeneo che non vuole risultare una supponente dichiarazione dandy, come accade spesso nei gruppi che cercano di elevarsi a livello letterario, ma una vera e propria trasposizione delle note in testi. I Decapitated hanno dato un senso concettuale e artistico ad un genere che ne aveva solo in ambito strettamente musicale.
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