Pacific Rim – Recensione film

Intrattenimento puro: se dovessimo sintetizzare Pacific Rim, ultima fatica del regista messicano Guillermo del Toro, sceglieremmo sicuramente queste due parole. Il film, sapiente commistione tra la tradizione sci-fi giapponese e quella occidentale, riesce a divertire ininterrottamente per 130 minuti, pur dovendo fare i conti con un soggetto fin troppo scontato e con dei personaggi mai veramente approfonditi e sviluppati.
Il mondo è in pericolo: i Kaijū, enormi mostri provenienti da un’altra dimensione, giungono sulla Terra attraversando un portale dimensionale situato nelle profondità del Pacifico (la “Breccia”), con l’intenzione di cancellare il genere umano dalla faccia della Terra. L’umanità, unitasi di fronte alla minaccia dei Kaijū, decide di avviare il progetto Jaeger, che consiste nella creazione di robot giganti capaci di affrontare gli enormi mostri alieni. I Jaeger possono essere guidati soltanto da coppie di piloti, le cui menti vengono perfettamente unite dal cosiddetto “ponte neurale”. Le vicende del film cominciano quando la guerra con i Kaijū infuria ormai da anni, e gli umani sono convinti di poter riuscire ad arginare la minaccia aliena: ma l’aumento della frequenza delle apparizioni dei mostri, e l’abbandono del progetto Jaeger in favore della costruzione di una fallimentare muraglia costiera, cambieranno le carte in tavola costringendo gli umani a giocarsi il tutto per tutto per evitare l’apocalisse.
Cuore pulsante del film sono i combattimenti tra i Kaijū e i Jaeger, magnificamente realizzati grazie a degli ottimi effetti speciali e all’abilità di Del Toro dietro la macchina da presa: i colossali combattenti distruggono ciò che hanno attorno a loro in maniera abbastanza realistica, pur non rinunciando ad un tasso di spettacolarità elevatissimo. I Jaeger sono graficamente curati nel minimo dettaglio, così come i Kaijū, ognuno diverso dall’altro, tutti imponenti e meravigliosi da vedere sul grande schermo. Terzo protagonista delle titaniche battaglie sono le città, malcapitate vittime della furia Kaijū: i combattimenti non prendono luogo nel classico scenario americano, ma si ambientano in città poco “visitate” dalle grandi produzioni, come Sidney, Manila e Hong Kong. Quest’ultima è anche sede del mercato nero, una fitta organizzazione che si occupa dello smembramento e della rivendita dei Kaijū morti.
Il capo di questo losco giro d’affari, Hannibal Chau (Ron Perlman), è uno dei personaggi meglio costruiti e più originali del film, pur rimanendo all’interno dei binari tipici del genere. Al contrario di Chau, nessuno degli altri personaggi brilla per genuinità e approfondimento psicologico: né il protagonista Raleigh Becket (Charlie Hunnam), né i comprimari Stacker Pentecost (Idris Elba) e Mako Mori (Rinko Kikuchi) riescono a lasciare il segno sulla pellicola, limitandosi ad incarnare ruoli già visti e rivisti, funzionali allo sviluppo del film ma mai stupefacenti. La loro storia passata viene appena abbozzata, e quella presente si limita a fare da contorno ai combattimenti.
Allo stesso modo il plot non stupisce, ed è un vero peccato vista la presenza dell’esperto Del Toro alla regia: se a tanta bellezza grafica e abilità nel suscitare entusiasmo nello spettatore fosse stata abbinata una trama innovativa e fuori dagli schemi, avremmo potuto assistere alla nascita di un vero e proprio cult movie. L’impressione è che il regista messicano abbia voluto puntare su una strada già tracciata, senza accollarsi troppi rischi, e di fatto riuscendo nel suo intento. La stessa sensazione di già sentito si avverte nella sceneggiatura, che non si discosta mai da un registro retorico e vagamente stucchevole. Nonostante questi difetti innegabili, Pacific Rim resta una perla per tutti gli amanti dei robot giganti giapponesi (surclassando altri film “di genere” come il costossimo Transformers) e una fonte di puro intrattenimento estivo per tutti gli altri.
Giovanni Zagarella
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