Room 237: il mistero di Kubrick diventa documentario

Tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, Shining (1980) di Stanley Kubrick rappresenta sempre un cult per chi ama il cinema ma anche per i non addetti ai lavori.
Dopo 33 anni dalla sua uscita riesce sempre a suscitare quel senso di inquietudine e disagio che lo rende, a mio parere, fautore indiscusso della poetica horror moderna. Il film però presenta non poche incoerenze che, in tutti questi anni, sono state capaci di generare curiosità e diffidenza, e, nei più appassionati, hanno addirittura alimentato teorie “complottistiche” ed esoteriche.

È, appunto, a ciò che si cela abilmente tra una sequenza e l’altra di Shining, che guarda il documentario Room 237 di Rodney Ashley, uscito nel 2012 e finito direttamente al Quinzaine di Cannes dello stesso anno. 

Si guarda al dettaglio, alle imprecisioni ( piccoli oggetti che da una scena all’altra appaiono o scompaiono, il viso del regista che compare furtivamente tra le nuvole, un’erezione ecc…), investigando ogni singola sequenza “sospetta”; potrebbe trattarsi di semplici mancanze o sviste del regista, ma è certo che il documentario lascia spazio alle più recondite interpretazioni; tra le più accreditate quella che il film parli simbolicamente del genocidio dei nativi americani, di cospirazioni governative o addirittura dell’olocausto; in particolare viene molto assecondata l’interpretazione secondo cui il film racconti, tra le righe, del finto allunaggio dell’Apollo 11, del quale il regista, per motivi da decifrare, era a conoscenza.

Tutte spiegazioni degne di nota, ma non collaudate fino in fondo e che, a tratti, ci ricordano un po’ le manie “complottistiche” (al limite dell’assurdo!) di Adam Kadmon. Quel che è certo è che gli appassionati de “La Luccicanza” (come viene indebitamente tradotto in italiano Shining) saranno incuriositi da questo documentario e si ritroveranno sicuramente nelle parole di Ashley:

 “… Sono incastrato dentro Shining da sempre.
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L’hip hop underground dei Jedi Mind Tricks

Da dieci anni a questa parte la scena hip hop italiana si divide tra rap underground e rap commerciale. Con il netto prevalere di quest’ultimo, la qualità delle nostre rime e dei nostri MC è andata calando di anno in anno e secondo alcuni pionieri dell’hip hop italiano quello proposto dalle nuove generazioni non sarebbe nemmeno più vero rap. Gli si può dare ragione? Basterebbe andare a vedere come funziona nel paese dove l’hip hop è nato, ovvero gli Stati Uniti. Riconoscendo che esistono una quantità innumerevole di stili diversi di fare rime sui quattro quarti, il rap commerciale negli USA ha pochissimi ascoltatori, mentre quello underground occupa una parte fondamentale. Per quale ragione in America gli appassionati di hip hop si comportano in maniera opposta rispetto a quelli italiani? È molto semplice: ognuno dei rapper che si è arricchito con la musica ha mantenuto lo stesso stile durante la propria carriera, come ad esempio gli EPMD, Mobb Deep, Wu Tang Clan e tanti altri. Di conseguenza il rap underground negli USA è destinato a non morire mai e a prevalere finché ci saranno artisti che, mantenendo la stessa metrica, riusciranno a piacere e a guadagnare.

Fra rap americano e rap italiano si inserisce Vincenzo Luvineri, in arte Vinnie Paz, che da Agrigento arriva a Philadelphia per fondare la Jedi Mind Tricks, insieme a Stoupe e Jus Allah. La musica d’inferno della JMT debutta nel 1997 con l’album Psycho-Social, un LP che racconta la manipolazione della coscienza umana attraverso i vari metodi esposti dalla mitologia orientale. Per queste tematiche e per le basi prodotte da Stoupe, caratterizzate dall’utilizzo di campioni della musica classica, la JMT è stata subito apprezzata dalla scena hip hop della east cost. Dopo pochi anni, da un’idea di Vinnie Paz, nasce la Army of the Pharaohs, un gruppo che raccoglie diversi rapper di successo della zona. Nel 2000 esce l’album Violent by Design che passerà alla storia come una delle più importanti collaborazioni hip hop degli ultimi venti anni.

I toni aggressivi e le tematiche profonde di Vinnie, unite ai beat melodici di Stoupe, fanno fare il salto di qualità alla JMT. Nel 2001 la Babygrande Records diventa la loro principale casa produttrice e dà vita ad un LP quasi mistico, intitolato Visions of Gandhi. Un progetto che vuole sottolineare il bisogno di personalità e mentalità non violente in quegli anni di attentati terroristici. Ad incrementare l’importanza del disco sono state alcune canzoni dell’album che contengono spezzoni di discorsi di Gandhi stesso ed altre che hanno liriche che si ispirano in alcuni casi a brani di musica classica ma anche latina. Stoupe, fortemente criticato per le sue basi, decide di tornare alle origini, o meglio di tornare a quei beat aggressivi in cui Vinnie riesce ad esprimere il suo meglio. È così che nel 2006 esce Servants in Heaven, Kings in Hell in cui esordisce il duetto inedito che prende il nome di Heavy Metal Kings formato da Vinnie e Ill Bill del gruppo La Coka Nostra. In quest’album vengono affrontate tematiche riguardanti la guerra in Vietnam e la politica in generale ed il singolo più incisivo è proprio Heavy Metal Kings.

Gli ultimi dischi della JMT sono History of Violence del 2008 e Violence begets Violence del 2011 in cui c’è il ritorno di Jus Allah nel gruppo dopo essersi allontanato successivamente alla scelta di produrre per la Babygrande Records. Il suo ritorno completa la produzione della crew di Philadelphia e porta al successo il trio. Ultimamente le produzioni da solista di Vinnie si moltiplicano e un recente successo è il singolo End of days in cui lui espone la sua ultima visione complottista del mondo.

Emanuele Pinna