Emmanuelle Moureuax, la bellezza dei colori

La Coca Cola ha presentato a Tokyo il bicchiere Heritage, un’interpretazione moderna di un’icona dell’azienda americana, realizzato dal designer Thomas Meyerhoffer. Questo oggetto-simbolo è stato presentato con un’installazione ideata dall’architetto e designer Emmanuelle Moureaux, chiamata Sparkling Bubbles.
Un’esplosione di 800 sfere per richiamare le bolle della Coca-Cola appena versata, realizzate in acrilico trasparente, in 34 sfumature di colori diversi, scelti apposta per questo progetto, sospese nell’aria con dei fili trasparenti.

Sparkling Bubbles

Emmanuelle Moureaux, francese, ma residente a Tokyo dal 1996, fonda nel 2003 lo studio Emmanuelle Moureaux Architecture&Design. E’ conosciuta per il grande uso di colore nei suoi progetti, fondando il concetto SHAKIRI, che significa letteralmente dividere e creare lo spazio attraverso il colore, considerato come un elemento tridimensionale.

Emmanuelle Moureaux
Uno dei suoi ultimi progetti in cui applica perfettamente tale concetto è l’installazione “100 Colors” per Shinjuku Creatori Festa 2013, gestito dal consiglio Shinjuku City. Moureaux ha creato lo spazio utilizzando un intero spettro di colori con 840 fogli di carta sospesi, creando così un unico volume, l’architetto ha deciso di prendere 100 colori dal catalogo di Takeo, si tratta di un produttore di carta giapponese che dispone di migliaia di tonalità e texture.

Questa installazione permette così di far interagire i visitatori mettendosi seduti e poter ammirare l’opera da diversi punti di vista. Su una parte invece sono presenti 100 adesivi a forma di cerchio, ognuno dei quali rappresenta i colori dell’installazione, chiamando così lo spettatore ad esprimere la sua preferenza, mettendo un adesivo intorno al suo colore preferito, trasformando così la parete in una vera e propria opera.

www.emmanuelle.jp
Emmanuelle spiega così il progetto: “Quando sono arrivata a Tokyo ero completamente affascinata dai colori eccessivi sulla strada. … un numero enorme d’insegne dei negozi, cavi elettrici volanti e lampi blu cielo, incorniciato da vari volumi degli edifici , ha creato tre “livelli” dimensionali della città . … queste esperienze indelebili di colori e i strati di Tokyo sono stati l’ispirazione e l’essenza del mio concetto di design di ‘ shikiri ‘, che significa dividere (creazione) di spazio con i colori… …Voglio mostrare la bellezza dei colori nella massima misura”. Conclude ”Si prega di venire e trovare il vostro colore preferito. “

CLICCA QUI PER VEDERE 100 COLORS

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Fukushima: il silenzio di un’emergenza mai estinta

Il fatto che la maggior parte dei media abbiano smesso di parlarne non vuol dire che un dato problema non esista più. O meglio, anche se nel frattempo sono accaduti altri fatti degni d’importanza, gli altri successi in precedenza non si sono certo risolti da soli. 
È il caso di Fukushima e la sua centrale nucleare maledetta. L’allarme radiazioni è, ad oggi, dopo più di due anni e mezzo, molto lontano dall’essere rientrato. 
Anche se è vero che in Italia sentiamo pure troppe volte in un solo giorno la parola emergenza, e solamente per fatti avvenuti entro i nostri confini – figuriamoci se abbiamo il tempo di parlare anche delle disgrazie altrui – non solo i media nostrani non trattano quasi più il caso, ma persino a livello internazionale se ne parla pochissimo. 
È pure vero che la Tepco, società che gestisce l’impianto, non lascia trapelare molte informazioni, e quando lo fa non siamo neanche sicuri che sia la verità. Il famoso reattore numero quattro, quello esploso nel 2011, ospita ancora circa 1500 barre di combustibile spento ad altissimo rischio e che i tecnici hanno iniziato a trasferire qualche giorno fa in fusti più sicuri. Ci vorrà un’infinità di tempo per completare il lavoro, visto anche che all’interno della centrale ce ne sono in tutto undicimila. La società giapponese insiste nel voler gestire la situazione con le proprie forze, mentre il governo monitora la situazione (si spera) e si preoccupa di annunciare le Olimpiadi del 2020 che si svolgeranno proprio a Tokyo. Nel frattempo il mondo sta a guardare. 
I problemi non finiscono qui. Infatti pare che non si sappia con certezza dove siano finiti tre reattori. Il fatto che siano scomparsi nel nulla si fa fatica a crederlo, ma a riguardo nessuno vuole dire niente a parte la Tepco che dichiara che trovino ancora dentro. Allora, perché nessuna organizzazione internazionale fa pressioni affinché si sappia qualcosa? 
La centrale di Fukushima Daiichi è in funzione da circa 40 anni. È un impianto vecchio che andava smantellato diversi anni fa; molto prima dell’incidente, per intendersi. Adesso la struttura fa acqua da tutte le parti. 
L’intera centrale è come uno scolapasta. L’acqua necessaria a raffreddare i reattori – che la Tepco sostiene siano ancora all’interno della struttura di acciaio e cemento – fuoriesce continuamente e i tecnici devono intervenire spesso anche con strumenti di fortuna. Ogni giorno sui reattori vengono irrorate centinaia di tonnellate d’acqua che serve a mantenere il nocciolo ad una temperatura sotto controllo. Ma l’acqua contaminata che sgorga fuori dalle crepe nella struttura dove va a finire? La Tepco, insieme al governo giapponese, ha nascosto a lungo che quotidianamente veniva riversata in mare una quantità anomala di acqua contaminata, anche se non così tanta da essere nociva all’uomo. Dicono. Gli effetti se ci saranno, li vedremo fra qualche anno. 
Per adesso le autorità assicurano che le acque inquinate vengono stoccate in cisterne poste in superficie e sottoterra. Di fatto però, questi serbatoi molto presto non sapranno più dove metterli. Attualmente ce ne sono circa 400 mila, ma a questi ritmi raddoppieranno nel giro di un paio d’anni, dato che il sistema di decontaminazione, messo a punto insieme ad una società francese, non ha mai funzionato bene. 
Insomma la situazione rischia di diventare davvero esplosiva mentre la capacità di gestirla da parte dei responsabili appare molto precaria. D’altra parte l’immobilismo del mondo mediatico e del governo giapponese (che non si sa come abbia fatto a convincere il Comitato Olimpico) che non vuole perdere il business delle Olimpiadi 2020 sembrano vincere sull’interesse collettivo di saperne di più della situazione. 

Francesco Bonistalli

Christophe Jacrot e le immagini di un mondo capovolto

Ci sono fotografi che attendono le giornate piene di sole per correre fuori e andare a fotografare, così da immortalare un paesaggio nella sua esplosione di colori.
Christophe Jacrot, giovane fotografo francese, attende, invece, con ansia giornate piovose e nevose. E più le condizioni climatiche sono sfavorevoli, più le sue fotografie diventano autentici capolavori.
Una città sotto un acquazzone è una città che si trasforma: i toni del cielo assumono varie intensità di grigio e la realtà sembra sdoppiarsi, riflettendo un mondo capovolto di luci, riflessi, striature e specchi d’ acqua. Quasi fosse un universo parallelo al nostro.

Così, mentre tutti corrono al riparo, Jacrot riesce a raccontare momenti di vita urbana che solitamente sfuggono a molti di noi. Un passante con un ombrello rosso, che transita casualmente sotto la Torre Eiffel, riesce a catturare l’ attenzione e a trattenere l’ occhio dell’ osservatore in un momento apparentemente fugace ma carico di intensità.

L’ acqua che si riversa sulle strade crea la superficie ideale per cogliere riflessi di auto, luci e cartelli pubblicitari.

Ogni passaggio umano davanti l’ obiettivo di Jacrot si traduce in una fuga verso il riparo, la sicurezza, in quanto ci ritroviamo costantemente vinti dalle forze della natura: acqua, vento o neve che sia.

Ovunque si sia trovato – Parigi, Tokyo, Hong Hong, New York – l’ obiettivo artistico di Jacrot ha immortalato le medesime situazioni di fuga verso il nostro luogo di sicurezza, mostrandoci momenti, a noi invisibili, in cui la vita rivela tutta la sua unicità e bellezza.

Ma lui, il nostro impavido fotografo, ha sfidato persino l’ Uragano Sandy, raccontando gli attimi cruciali in cui la forza della Natura si è abbattuta su New York, costringendola a fermarsi. Il blackout totale, che ha oscurato tutti i quartieri di Manhattan, gli ha permesso di rivelare la città nel suo momento di maggiore fragilità e sottomessa alla forza della tempesta.
Il risultato del suo progetto, “New York in black”, sono immagini di grande impatto visivo e dalla bellezza quasi spettrale.

Altri interessanti progetti sono visibili sul suo sito http://christophejacrot.com/

di Cinzia Catanzaro