Nuove illustrazioni per la saga di Harry Potter dal 2015


Harry Potter è uno dei personaggi della letteratura di fine Novecento più amati e celebri. La saga di J. K. Rowling ha battuto numerosi record di vendite in tutto il mondo e ha accresciuto il proprio successo grazie alla sua trasposizione cinematografica
È stata proprio quest’ultima ad imprimere nell’immaginario comune la figura del maghetto di Hogwarts: interpretato da Daniel Radcliffe, il giovane Harry è ormai irrimediabilemente associato all’attore che prende i suoi panni.
Sicuramente a pensarla così è anche Jim Kay, l’illustratore a cui è stato assegnato il compito di dare una nuova veste visiva all’intera saga e nella cui scelta è stata coinvolta la stessa Rowling.
Dopo 450 milioni di copie vendute in tutto il mondo e la traduzione in 74 lingue, dal settembre 2015 l’intera saga verrà ripubblicata con le immagini di Kay che, appunto, combaciano ora molto di più con quelle del film e che presto diverranno simboliche per le nuove generazioni di lettori.
L’artista inglese, laureato alla University of Westminster dove ha studiato illustrazione, ha già una carriera piuttosto solida alle sue spalle nonostante la giovane età. Nel 2012 ha vinto la Kate Greenaway Medal per le sue opere contenute nel libro fantasy di Patrick Ness intitolato A Monster Calls.
L’uscita dei libri sarà annuale e rispetterà l’ordine seguito dalla serie originale, dal 1997 in poi.
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USA: censurata parte gay dall’autobiografia di Morrissey

Tra molte polemiche pre e post pubblicazione, è uscita questa settimana negli Stati Uniti “Autobiography”, lo scritto in cui Morrissey, l’ex voce degli Smiths, si racconta: si parte dalla sua infanzia, passando da un’adolescenza fatta di libri, musica, poesie e solitudine, per arrivare alle sperimentazioni nelle sue prime band alla fine degli anni ’70, prima di sbocciare con gli Smiths. C’è il periodo da solista che durerà più di vent’anni fino ai giorni nostri. 
L’autobiografia di Morrissey ha visto la luce per la prima volta nel Regno Unito, patria dello scrittore-cantante, lo scorso ottobre, ma il punto è che i lettori statunitensi non potranno leggere alcuni aneddoti del libro. 
Una vita che sicuramente varrebbe la pena leggere per intero, ma non per qualcuno. Infatti, prima ancora di essere appoggiate sugli scaffali americani, le memorie di Morrissey avevano già fatto un bel po’ di scalpore per via di qualche particolare, considerato da qualcuno, non adatto alla sensibilità del pubblico. Si è deciso infatti – non si sa da chi per adesso – di eliminare letteralmente un intero capoverso in cui erano riportati alcuni dettagli della relazione omosessuale con il fotografo Jake Owen Walters. La faccenda non è affatto chiara, perché non è chiaro chi sia stato a censurare questa parte dell’opera, tra la casa editrice GP Putnam’s Sons oppure lo stesso Morrissey. La cosa fa la sua bella differenza. 
Lo stesso cantante da sempre si è dimostrato molto riservato e restio a parlare di sé. Può averci pensato più e più volte prima di rendere pubblico ciò che è privato, ma a questo punto, dopo che il libro ha visto la luce per intero, con particolari annessi, l’autocensura che senso avrebbe? Perché i lettori inglesi si e quelli americani no? 
Una decisione oscurantista della casa editrice sarebbe d’altra parte insopportabile al giorno d’oggi. Quasi volesse esercitare una specie di “parental control” massificato sui lettori americani. Una decisione incomprensibile alla luce del fatto che questo genere di censura non poteva passare inosservata. Semplice leggerezza o si tratta di omofobia? 

Morrissey intanto si tira fuori dalla discussione e non chiarisce neanche se arriverà o meno un nuovo album che i fan aspettano da un bel po’. Chissà se il suo ritorno alla discografia, se ci sarà, farà discutere tanto quanto il suo esordio letterario. 

Francesco Bonistalli

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Il Robinson del 2000 e la sua tigre: quel che sta dietro a Vita di Pi

Tradotto in 42 lingue, vincitore di un Man Booker Prize nel 2002, riadattato in un film da Ang lee nel 2012 e venduto in sette milioni di copie, Vita di Pi (2001), è il capolavoro di Yann Martel. La storia racconta di un ragazzo indiano, Piscine Molitor Patel, soprannominato Pi, che cresce nello zoo del padre. La prima parte del romanzo è una lunga riflessione sull’infanzia del giovane: vengono descritti il suo carattere, il suo amore per gli animali – tanto che studierà zoologia – e il fascino per le religioni, talmente sentito che il bambino deciderà di abbracciarne ben tre: il cristianesimo, l’induismo e l’islamismo. La narrazione vera e propria comincia quando, per problemi economici, la famiglia di Pi decide di trasferire il proprio zoo in Canada.

Durante il viaggio la nave viene colpita da una forte tempesta e, per cause non del tutto definite, affonda. Solo il giovane Pi riesce a salvarsi su di una scialuppa, che dovrà però condividere con quattro insoliti superstiti: una zebra, un orango, una iena e una tigre reale del Bengala, chiamata Richard Parker. I primi tre animali non riescono però a sopravvivere a lungo e presto è solo la tigre l’unica compagna di disavventura di Pi. Il ragazzo riesce – grazie ad alcune provviste, un manuale di sopravvivenza e tanto coraggio – a restare in vita per ben 227 giorni in mare. Richard Parker, inizialmente suo nemico, diventa col passare del tempo una sorta di alleato e aiuto contro la solitudine. I due protagonisti infatti affrontano insieme le più strabilianti avventure: dalla pesca dei pesci volanti all’isola di alghe e lemuri, dall’incontro con il cannibale francese alla tempesta, fino al felice – ma non troppo – finale. Durante il lungo viaggio si fondono due mondi, quello reale e quello fantastico: tutto sembra così veritiero e razionale ma al tempo stesso impossibile e immaginario. Ad ingannare è anche la premessa al libro: un narratore iniziale, che probabilmente rappresenta Yann Martel dato che è anch’esso uno scrittore in cerca di una storia, racconta di aver ascoltato l’avventura da Piscine Patel stesso. 

Il libro, basato su di un’idea tanto insolita quanto geniale, non è però totalmente frutto dell’immaginazione di Yann Martell, come lui stesso ricorda. Fu infatti fortemente influenzato dalla recensione di un libro degli anni Ottanta, Piccola guida per naufraghi con giaguaro e senza sestante, scritto da un autore brasiliano, Moacyr Scliar, a cui dedica il romanzo con la seguente frase: «Sono anche in debito col signor Moacyr Scliar, per la scintilla di vita». Nonostante la recensione fosse piuttosto negativa, Martel fu colpito dalla trama del romanzo: una famiglia di ebrei, proprietaria di uno zoo a Berlino, decide di emigrare in Brasile. La nave affonda e solo un membro della famiglia riesce a salvarsi, ma ad un caro prezzo: deve condividere la sua scialuppa con un giaguaro. Yann Martel fu così colpito da questa premessa che cercò il libro ovunque, senza nessun risultato. L’idea del naufragio e di una scialuppa condivisa da un uomo e da un pericoloso felino lo affascinava tanto da renderlo invidioso; cercò così di dimenticare la recensione letta e si concentrò su altri romanzi per circa cinque anni, quando tornò per la seconda volta in India.

A Bombay, lo scrittore venne colpito da una forte crisi: il romanzo che stava scrivendo non procedeva affatto bene (così come accade nella prefazione a Vita di Pi), si sentiva inutile, solo, totalmente demotivato. Un giorno però, seduto sopra ad una roccia e aiutato dall’atmosfera indiana, ebbe un colpo di genio: all’improvviso gli tornò alla mente la recensione di quel libro che tanto l’aveva scosso ed immediatamente si crearono nella sua testa diverse scene, concetti e idee che avrebbe potuto trascrivere; in particolare lo stuzzicava l’idea di mischiare tra loro religione e zoologia, in perfetta armonia con l’ambiente indiano. Ora ne era sicuro: era pronto a scrivere. 

Da quel momento, per i successivi sei mesi, Yann Martel visitò ogni zoo dell’India del Sud, intervistò i direttori, studiò la natura, le città, le moschee, la chiese e i templi, immergendosi totalmente nella cultura indiana. In seguito decise di tornare per un anno e mezzo in Canada, dove svolse numerose ricerche sulla religione, la zoologia e i più famosi naufragi. Nel frattempo, prese appunti su qualsiasi idea riguardante il romanzo. La scelta dell’animale da collocare sulla scialuppa fu per lui la parte più difficile. Inizialmente pensò a un elefante: quelli indiani sono più piccoli di quelli africani e un esemplare giovane avrebbe potuto stare comodamente su una scialuppa; l’immagine dell’elefante tuttavia aveva un qualcosa di comico che avrebbe rovinato la storia. La seconda idea fu quella del rinoceronte, ma essendo un animale erbivoro non avrebbe potuto sopravvivere nell’oceano se non grazie alle alghe. Poi, finalmente, l’idea della tigre del Bengala, così potente e maestosa al tempo stesso.

Gli altri animali presenti sulla scialuppa simboleggiano, secondo l’autore, dei tratti tipicamente umani: la codardia della iena, l’istinto materno dell’orango e l’esoticità della zebra. Infine, il cannibale francese cieco fu creato nella mente dell’autore in uno dei primi momenti in cui, in India, decise di occuparsi della storia. L’idea piacque così tanto allo scrittore che la prima bozza di quella parte era formata da ben quarantacinque pagine. In parte assurda, si trattava di una delle su parti preferite proprio perché, a suo dire, era una sorta di “Beckett in the Pacific”. Sotto consiglio della sua editrice, decise però di tagliare gran parte della scena in quanto stridente con il resto del romanzo, come “una bella barzelletta ad un funerale”

Nonostante lo ‘scampato’ plagio, Martel sembra lo scrittore ideale per questo tipo di storia: nato in Spagna da dei genitori franco-candesi, l’autore si può definire cittadino del mondo, soprattutto grazie ai numerosi viaggi e ai lunghi soggiorni nei paesi più disparati. Chi meglio di lui – in aggiunta studente di Filosofia all’università di Peterborough, Ontario – avrebbe potuto scrivere riguardo le diverse credenze e culture, riguardo l’avventura e il viaggio? 
Il libro è interessante soprattutto perché offre molti spunti di riflessione. Prima di tutto potrebbe essere considerato un’allegoria, ma sta al lettore trovarne il vero significato. Nelle ultime pagine viene infatti proposta una storia alternativa, molto più credibile e realistica, in grado di soddisfare i lettori più razionali: potrebbe trattarsi di una metafora della fede, dell’immaginazione contro la razionalità. La tigre potrebbe essere poi il simbolo della brutalità ed animalità che affiora nella personalità del protagonista durante la difficile prova a cui è sottoposto: durante i sette mesi in mare Pi riscopre la sua parte più selvaggia, che abbandona, così come abbandona Richard Parker, una volta tornato sulla terra ferma. 

E’ poi interessante la visione del mondo animale e del suo rapporto con quello umano, molto distante da quello ‘classico’ dei romanzi o delle favole: è una visione molto cruda, realistica e per niente moraleggiante. Nonostante a Richard Parker venga dato un nome tipicamente da uomo, l’animale non viene mai umanizzato da Yann Martel: il nome umano sottolinea il fatto che si tratta di un personaggio a tutti gli effetti – completo di nome e cognome – a cui il lettore potrà affezionarsi, rendendolo al pari di Pi. La grande novità infatti sta nel fatto che, mentre Robins Crusoe, il naufrago per eccellenza, vedeva negli animali che popolavano la sua isola soltanto dei compagni a lui inferiori, Pi e Richard Parker sono invece sullo stesso piano e dovranno lottare ad armi differenti ma pari per poter sopravvivere. La tigre, nonostante abbia un ruolo fondamentale, resterà però sempre e solo un animale selvaggio, mosso dagli istinti, e non dalle emozioni. Anche se nel romanzo si crea tra i due protagonisti un legame che sfiora quasi l’amicizia, non si tratta mai di un’amicizia sentimentale, il loro rapporto è solo uno strumento utilizzato per sopravvivere in mezzo al dolore del naufragio.

Pi nutre Richard Parker solo per evitare di essere mangiato a sua volta e, col passare del tempo, lo fa per darsi uno scopo, un motivo per affrontare ogni nuovo giorno. Dall’altra parte, l’animale sembra risparmiare il compagno di viaggio non per affetto, ma per arrendevolezza e forse comodità. Il tentativo di disumanizzazione del rapporto non è però sempre efficace: si crea tra i due, involontariamente, una sorta di necessità e di bisogno reciproco che è difficile staccare da un ideale più romantico, in particolare nella parte finale dove Pi cerca disperatamente un addio umano, che non arriverà. E’ questa la parte davvero emozionante del romanzo: Richard Parker resterà sempre un animale, senza raggiungere mai una sorta di umanità. Questo è straziante, tanto per Pi quanto per il lettore, che vede allontanarsi con distacco un amico a cui, pagina per pagina, si era affezionato. 

La letteratura che libera: quando la poesia viene da dietro le sbarre

Figli 

Rendetemi cieca e io 
vivrò felice di sentire 
il loro respiro. 
Vivrò con il tocco delle loro
mani come fossero vibrisse di gatto 
o piccoli nastri d’argento. 
Come giunchi loro sono cresciuti 
persistenti alla vita 
nulla si crea, nulla si distrugge 
il mio amore per loro 
dà fuoco alle valanghe. 
 – Tatiana Mogavero 
Avete presente lo stereotipo del carcerato? Un omone grande e grosso, con l’aria gelida, magari un po’ la luna storta e le braccia ricoperte di tatuaggi? Dimenticatelo. Spesso pensando al carcere si dimentica l’umanità che, pur mascherata dietro ad uno sbaglio, non smette mai di esistere. Prima di essere criminali, i carcerati sono uomini o donne. E’ questo ciò che è stato mostrato ieri, giovedì 21 novembre, all’incontro di Bookcity “Giustizia penale e società civile”, svoltosi all’Università degli Studi di Milano. Oltre ad essere stata un’occasione per celebrare i 250 anni dalla pubblicazione dell’opera di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene”, l’incontro ha visto la partecipazione di alcuni detenuti delle carceri di San Vittore, Opera e Bollate. 

Come è stato più volte ricordato, la poesia e la detenzione sembrerebbero – in apparenza – due concetti lontani e inconciliabili. E’ stato però dimostrato che non è affatto così: nel carcere di Bollate infatti le due scrittrici Anna Maria Carpi e Maddalena Capalbi hanno creato sei anni fa – e curano tuttora – un laboratorio di poesia. Si tratta di una grande opera di volontariato che ogni sabato mattina consente ai detenuti di mettere su carta i loro più intimi pensieri, sperimentando, riflettendo e giocando con le parole. Molti di loro si sono fatti coraggio e, vinta la timidezza e la ritrosia iniziale, hanno esposto le loro sensazioni in modo completamente nuovo. Il risultato è ben visibile nelle due antologie dove vengono raccolte trenta poesie scritte dai detenuti: la prima “Sono i miei occhi” (2012) e la seconda “Quell’azzurro che non comprendo” (2013). Entrambi i titoli sono stati tratti da alcuni versi dei componimenti presenti nelle due opere; in particolare “Quell’azzurro che non comprendo” è divenuto il titolo dell’ultima raccolta perché in grado di dare una visione colorata del mondo non dal punto di vista di chi è fuori, ma di chi deve vivere tra il grigio delle mura di un carcere.
Oltre alle due antologie poetiche, il laboratorio ha dato i suoi frutti mostrando al pubblico di Bookcity l’anima più ‘sentimentale’ di quei carcerati tanto stereotipati e disumanizzati dall’ideologia comune. Agli occhi degli spettatori si sono presentate persone emozionate, commosse, in grado di sostenersi a vicenda e farsi coraggio tra loro con grande umiltà. E’ stato poi ricordato come per molti la letteratura sia stata una vera e propria cura: appassionarsi alla lettura e alla scrittura ha permesso ad alcuni di loro di trovare il modo in cui sfogare la propria rabbia, le proprie paure o incertezze. Non più quindi la criminalità, ma la cultura come soluzione ai propri problemi. 


Tra una poesia e l’altra, è stato inoltre reso noto come molti detenuti fossero all’inizio totalmente estranei al mondo letterario; le opere da loro scritte mostrano tuttavia una grande profondità e dedizione. Alcuni componimenti sono caratterizzati da una grande cura nella forma (rime, allitterazioni, ritmi coinvolgenti degni di poeti esperti), altri invece sono molto più semplici ed ingenui, ma sinceri. Ciò che accomuna tutte queste opere, diverse per forma e contenuto, è la voglia di esprimersi, mettersi in gioco e, perché no, mostrare al mondo quel che sta dietro a un ingenuo pregiudizio.

Tom DeLonge (dei Blink-182) e il suo racconto per bambini

The Lonely Astronaut on Christmas Eve è il titolo di un libro che forse non si aspettava nessuno. L’autore è Tom DeLonge, voce e chitarra dei Blink-182 e frontman degli Angels & Airwaves, il quale ha allentato – ma non abbandonato – i toni goliardici e demenziali di una volta già dagli ultimi album pubblicati con le sue band.

Una svolta che ora si fa ancora più evidente dato che la sua è una narrazione per bambini: il protagonista è un tenero astronauta che trascorre sulla Luna, nel freddo e nella solitudine, la Vigilia di Natale, riscaldata, però, da un dono inatteso da parte di un extraterrestre.
Tom DeLonge è stato sicuramente ispirato dai suoi figli Ava e Jonas per l’ideazione di questo racconto, ma nemmeno l’ambientazione nello spazio è casuale vista la sua grande passione per tutto ciò che riguarda gli alieni, nella cui esistenza crede fermamente e a cui ha spesso fatto riferimento nelle sue canzoni.
Il racconto sarà disponibile dal 25 novembre sul sito degli Angels & Airwaves in una limited-edition contenente la versione digitale del libro, una t-shirt, un’immagine originale delle illustrazioni (ad opera di Mike Henry) e, ovviamente, il libro.
Sponsorizzando la storia del piccolo astronauta Tom coglie l’occasione per fare beneficenza per mezzo di un’asta: ghiottonerie come una sua chitarra autografata, 22 pagine del libro anch’esse autografate e un meet and greet attireranno molti fan che potranno contribuire alla costituzione di un fondo a favore della Rady Children’s Hospital Foundation di San Diego.

W. H. Auden e le dieci facce dei sentimenti: ‘La verità, vi prego, sull’amore’

He was my North, my South, my East and West, 
My working week and my Sunday rest, 
My noon, my midnight, my talk, my song; 
I thought that love would last for ever: I was wrong.

La verità, vi prego, sull’amore” è una raccolta di poesie di Wystan Hugh Auden. Si tratta di un piccolo libro – poco più di sessanta pagine – che raccoglie dieci delle migliori poesie d’amore dell’autore britannico, con testo inglese a fronte.

Auden nasce nel 1907 a York e si appassiona fin da ragazzo alla letteratura, alla filosofia e alla psicologia, interessandosi in particolare a Freud e Marx e conoscendo alcune delle maggiori personalità letterarie del Novecento, come T. S. Eliot. Lo scrittore si occupa non solo di poesia, ma anche di pezzi teatrali, libretti d’opera e scritti socialmente e politicamente impegnati, portando avanti generalmente ideali di sinistra. Nel 1937 partecipa alla Guerra Civile Spagnola, seppur soltanto come autista, e ne rimane traumatizzato a vita: resta infatti così segnato che decide di convertirsi al cristianesimo nonostante fosse inizialmente diffidente nei confronti della religione.

Dichiaratamente omosessuale, Auden sposa negli anni Trenta Erika Mann, figlia dello scrittore Thomas Mann, solo per garantire alla donna l’espatrio dalla Germania nazista, senza portare mai avanti con lei un’effettiva relazione. I più grandi amori dell’autore sono infatti due uomini: Christopher Isherwood e Chester Kallman. Il primo è uno scrittore inglese – inizialmente suo mentore – con cui, oltre a portare avanti una storia d’amore nata nel 1925, collabora anche per varie opere letterarie e teatrali. Insieme al compagno Auden parte, una volta tornato dalla guerra, per gli Stati Uniti. Proprio nel continente americano, negli anni Quaranta, incontra il secondo grande amore della sua vita: Chester Kallman, un giovane studente e poeta col quale collabora nel 1951 per la stesura di “The Rake’s progress”, ovvero “La carriera di un libertino”, messo poi in musica dal compositore russo Igor Stravinskij.

E’ proprio l’amore, così come indica il titolo dell’opera, il tema principale di questa raccolta di poesie: l’amore appena iniziato, finito, eterno, l’amore come emozione misteriosa e indefinibile, ma al tempo stesso semplice e ‘quotidiana’. Proprio nel primo componimento infatti – “O Tell Me the Truth about Love”, da cui la raccolta prende il nome – il poeta cerca di definire questo sentimento con una serie di semplici domande a cui non troverà mai risposta. Tra le altre, “As I Walked Out One Evening” racconta del rapporto tra amore e tempo, “Jhonny” tratta il tema dell’abbandono, mentre “Funeral Blues”, riguardante la morte della persona amata, è sicuramente la poesia più conosciuta, soprattutto grazie al successo del film “Quattro matrimoni e un funerale”, in cui viene recitata.

“Anche nei suoi momenti più bui Auden vi illumina e vi scalda il cuore. Per quanto il libro sia smilzo, nel chiuderlo sentirete e vi direte non quanto è grande questo poeta, ma quanto umani siete voi”, dice Brodskij nell’introduzione all’opera. Sono proprio l’umanità, l’intimità e la semplicità del linguaggio a rendere queste poesie ‘speciali’. Vi è poi, grazie alle rime e alle allitterazioni, una forte musicalità – apprezzabile purtroppo soltanto nella versione originale, quella inglese – che lega questi componimenti alle ballate e alle filastrocche, rendendole quindi apprezzabili non soltanto per il contenuto, ma anche per la forma e il ritmo coinvolgente.

Some say love’s a little boy, 
And some say it’s a bird, 
Some say it makes the world go around, 
Some say that’s absurd, 
And when I asked the man next-door, 
Who looked as if he knew, 
His wife got very cross indeed, 
And said it wouldn’t do. 

‘1934’ di Alberto Moravia – Recensione Libro

“È possibile vivere nella disperazione e non desiderare la morte?”

Lucio, un trentenne antifascista laureatosi con una tesi su Kleist, si pone proprio questa domanda durante le sue vacanze a Capri, dove ha intenzione di tradurre alcuni racconti dell’autore tedesco e riflettere sulla condizione di eterno dolore a cui l’uomo è destinato. Il suo bizzarro progetto è quello di “stabilizzare la disperazione”, ovvero renderla una banale consuetudine a cui l’uomo dovrà arrendersi, senza cadere nella ‘trappola’ del suicidio.

Le intricate riflessioni di Lucio sono però interrotte, fin dal viaggio in traghetto verso Capri, dalla presenza di una ragazza, che sembra osservarlo con curiosità e sconforto. L’uomo è immediatamente attratto sia dall’aspetto fisico della giovane – si tratta di una minuta ragazza tedesca dai capelli rossi – che dal suo sguardo colmo di malinconia. Lucio tenta invano di avvicinarsi alla donna e parlarle; lei, tuttavia, sembra non volere altro che il silenzio, colmo di giochi di sguardi dal significato incerto. Questo gioco di occhiate, silenzi e turbamenti farà nascere tra i due un amore tanto vivo quanto funesto. Beate (così si chiama la ragazza, come scoprirà il protagonista dopo mille tentativi di avvicinamento) è come Lucio molto appassionata a Kleist, tanto che arriva a chiedere all’uomo, con taciturni ed ambigui stratagemmi, di compiere un folle gesto, imitando l’autore tedesco: un suicidio a due, così come Kleist ed Enrichetta Vogel avevano fatto nel 1811.

Moravia esplora la mente del protagonista che, impaurito ma al tempo stesso affascinato dall’insolita proposta, vorrebbe scoprire qualcosa di più sulla vita della ragazza. E non è il solo, Lucio, a voler conoscere le motivazioni che hanno spinto Beate a questo audace progetto: il lettore, tra uno sguardo sfuggente della ragazza e un pensiero tormentato dell’uomo, non può fare altro che chiedersi, per pagine e pagine, quale mistero si nasconda dietro gli occhi tristi di lei. La narrazione subisce all’improvviso una totale svolta quando, nel momento più inaspettato, appare una gemella di Beate, a lei opposta per quanto riguarda il carattere ma fisicamente identica. Lucio, ritrovando in lei i tratti dell’amata, imparerà a conoscerla e, di conseguenza, a conoscere Beate. Nella seconda parte del romanzo l’identità delle due donne e la loro evidente opposizione sarà continuamente messa in dubbio, fino ad arrivare a un tragico quanto inaspettato epilogo.

Moravia riesce, dietro a riflessioni filosofiche e tormentati pensieri, a catturare continuamente l’attenzione del lettore con piccoli particolari o indizi, che non fanno altro che accrescere il senso di mistero ed inspiegabilità tipico di tutto il romanzo. L’autore è poi molto abile nel fondere più generi letterari, senza per questo risultare dispersivo o pesante: 1934 potrebbe essere considerato un libro storico per i molti richiami al fascismo e al nazismo, fra tutti il titolo, ovvero l’anno della notte dei lunghi coltelli; un libro filosofico per le numerose riflessioni sulla vita e sulla morte, sulla disperazione e sul piacere; un romanzo erotico per quanto riguarda gli incontri, veri o soltanto immaginari, tra Lucio e le due gemelle; e, perché no, anche un thriller per certi versi, data la continua suspense che Moravia riesce a creare.

La vera bellezza del romanzo sta nelle pagine dense di pensieri che, pur ripetendosi, travolgono il lettore. Chi legge infatti non può fare altro che immedesimarsi in Lucio e chiedersi: “io, al posto suo, cosa avrei fatto?”