Alexej Kljatov: Macro estreme di fiocchi di neve con attrezzatura "fai-da-te"

Alexej Kljatov è un fotografo appassionato di macro fotografia, che ha passato gli ultimi due anni a produrre scatti ravvicinati su dei soggetti davvero minuscoli. Fiocchi di neve.
Di recente ha deciso di aumentare l’ingrandimento della sua fotocamera, mediante un obiettivo Helios 58mm F/2 posto direttamente a contatto con la lente della sua Canon Powershot A650.
Questa costruzione casalinga lo ha ripagato con un incredibile ingrandimento portando alla luce gli infiniti dettagli degli intricati cristalli di ghiaccio.

Il sistema creato da Alexej Kljotov per “congelare” i fiocchi di neve
Helios 44M F/2.0 fabbricato in Russia

“Fotografo i fiocchi dal terrazzo di casa mia”. Dice Alexej, “Il più delle volte utilizzando un tavolino posizionato con la base a contatto con il pavimento e le gambe verso l’alto e una lastra di vetro appoggiata al di sopra, una torcia a LED fissata dall’altra parte del vetro illumina la scena attraverso due buste di plastica per rendere la luce più uniforme”. 

Altre volte invece” continua, “sfrutto la luce naturale e per lo sfondo utilizzo un tessuto di lana scuro“.
Aggiunge poi Alexej “In passato mi servivo dell’obiettivo macro della mia Powershot. Ma grazie all’esperimento con l’obiettivo Helios 44M-5 sono riuscito ad aumentare l’ingrandimento ottenendo dei risultati incredibili”.

Scopri di più sulla tecnica di Alexej Kljatov.

Il 44M F/2 montato su un Praktica MTL 5 B

Helios era una marca di obiettivi fabbricati in Russia, montati solitamente sulle fotocamere Zenit e compatibili anche con fotocamere con attacco M42 come la Pentax Sportmatic, il 44M come anche il 40M adottano il sistema ottico Carl Zeiss Biotar.

Annunci

Ucraina: un migliaio di manifestanti blocca l’accesso della sede del governo a Kiev

Stoyan Nenov, Reuters
Questa mattina alle 9:30 (orario ucraino) circa mille persone si sono radunate nelle strade attorno all’edificio del governo con lo scopo di impedire l’accesso ai membri dell’esecutivo. Proprio ieri altri manifestanti avevano occupato la sede del municipio di Kiev, la capitale dell’Ucraina. 
Questi due atti di protesta sono solo gli ultimi di una settimana caldissima per il governo di Viktor Janukovyc che sta per dichiarare lo stato di emergenza. L’esecutivo ha dovuto affrontare le manifestazioni pacifiche dell’opposizione e la più agguerrita ribellione di quasi 200mila persone che si sono riunite spontaneamente nel centro di Kiev, precisamente in Piazza Indipendenza. 
I motivi di queste ampie forme di dissenso sono dati dalla decisione dell’esecutivo filo-russo di Janukovyc di rinunciare alla firma di accordi economici e di inserimento completo nell’Unione Europea. L’incontro tra il governo di Kiev e i vertici dell’Ue si doveva tenere il 29 novembre a Vilnius, in Lituania, ma è saltato perché il presidente Janukovyc pretendeva la partecipazione di alcuni esponenti del governo di Mosca al summit. 
La risposta negativa dei leader Ue, che avevano stabilito che l’incontro fosse bilaterale, ha scatenato la furia della gente comune contro il governo. Infatti secondo gli oppositori non è più accettabile che la Russia possa esercitare questo tipo di intromissioni. 
Al grido di “l’Ucraina è l’Europa”, i manifestanti stanno invadendo le strade di Kiev dal 22 novembre. Soprattutto negli ultimi giorni ci sono stati scontri con le teste di cuoio mandate dal governo e si è arrivati ad un totale di quasi 200 feriti. 
Julija Tymoshenko
Le proteste europeiste si sono unite alle richieste di scarcerazione dell’ex premier Julija Tymoshenko, in carcere dal 2011 per abuso di potere. I suoi gravi problemi di salute non sono stati sufficienti a convincere il parlamento ucraino a votare a favore della liberazione. A determinare l’esito negativo della votazione è stata la decisiva astensione del partito di Janukovyc ed è per questa ragione che l’opposizione ha rinforzato le critiche verso il suo governo. 
La battaglia sociale che si sta verificando ultimamente in Ucraina deriva dalla fondamentale divisione tra i sostenitori di un totale inserimento nell’Unione europea e chi invece si ritiene legato alla Russia. Quest’ultima ha sempre avuto un importante partenariato economico con l’Ucraina, soprattutto dal punto di vista della fornitura di gas. 
Arrivare ad un compromesso tra queste due componenti sociali appare più che necessario, in questo modo si può ritornare alla pacificazione politica che è scomparsa insieme all’arresto della Tymoshenko. La Rivoluzione arancione del 2004 non è stata dimenticata dagli ucraini, i quali sembrano pronti a riprendersi il potere come avevano fatto quasi dieci anni fa. 

Emanuele Pinna

Yotaphone: lo smartphone bifronte a doppio schermo LCD – E ink

Yotaphone

Siete dipendenti da smartphone? Un solo schermo non vi basta per gestire tutte le miriadi di applicazioni che avete? Niente paura, dalla Russia, sta arrivando lo Smartphone che fa per voi, lo Smartphone Bifronte.
La Yota Devices, azienda russa produttrice di dispositivi cellulari sta finalmente per lanciare un nuovo modello di Smartphone che mira a racchiudere in un unico apparecchio i vantaggi di due tecnologie di visualizzazione.
Lo Yotaphone, questo il nome ufficioso del modello, avrà, infatti, due schermi. Il primo LCD standard come sui comunissimi smartphone in commercio, il secondo sarà uno schermo con tecnologia e-ink, quella degli e-book reader per intenderci.
Annunciato nel 2010, il telefono a due facce ha richiesto ben tre anni di studio e svariati prototipi prima di arrivare ad una forma definitiva.
Al Consumer Electronic Show di Las Vegas, tenutosi nel gennaio scorso, la Yota Devices aveva presentato un prototipo funzionante annunciando persino un accordo per la produzione e l’inizio della vendita per Natale 2013.

Ma veniamo a qualche succoso dettaglio tecnico.
Come abbiamo detto ci saranno due schermi. Da un lato un LCD da 4,3 pollici con risoluzione 1280×720 non full HD, sul retro uno schermo EPD, sempre da 4,3 pollici, capacitivo e risoluzione 640×360, tecnologicamente inferiore rispetto agli ebook reader di ultima generazione.

I due schermi sono sfruttabili grazie ad un pratico sistema di Mirroring che permette di utilizzare lo schermo e-ink, a basso consumo energetico, per visualizzare i contenuti di base e lo schermo LCD per le notifiche più elaborate. Per switchare da una schermo all’altro basterà capovolgere il telefono.
La CPU sarà una Qualcomm dual-core da 1,7GHz (generazione Krait) con 2GB di RAM e 32GB di memoria fisica.
La fotocamera da 13 megapixel manca di stabilizzatore e ha un flash LED, registra video a 1080p e 30fps. Quella frontale sarà da 1 megapixel. A questo si aggiungono radio FM, connessione Wi-Fi, Bluetooth e tutti i sensori che ogni Smartphone che si rispetti deve avere (Giroscopio, accelerometro etc).
Sebbene abbia un doppio schermo, lo Yotaphone sarà spesso circa 10 mm, qualcosa in più rispetto agli Smartphone attualmente sul mercato, ma sarà molto più leggero, circa 146 grammi.
Oltre questo si sa ben poco. Non si sa se verrà messo in vendita in Italia, né esiste una data di rilascio ufficiale. Si hanno vaghe notizie sul prezzo, circa 500 euro, che collocherebbe questo modello in fascia media, lontano dai colossi Samsung e Apple.
Lo Yotaphone è molto atteso dagli addetti ai lavori. Nonostante si tratti di un modello non particolarmente aggiornato tecnologicamente o completo né di un qualcosa di particolarmente dirompente, vi è la curiosità di vedere come reagirà il pubblico a questo nuovo approccio e se il doppio schermo verrà ritenuto il futuro della telefonia mobile o un semplice esperimento.

In definitiva, lo Yotaphone sicuramente non sarà una Ferrari, al massimo potrà essere una comoda utilitaria con qualche innovativo accessorio.

Il blogger dissidente Aleksej Navalny resta libero, ma rischia ancora cinque anni di carcere

Aleksej Navalny di ritorno a Mosca (Vasily Maximov, Afp)
Aleksej Navalny, il blogger russo dissidente e perseguitato dal regime, ha ottenuto un rinvio della pena dal tribunale di Kirov. Dopo essere tornato a Mosca, Navalny ha dichiarato che “il verdetto non è una vittoria, perché la condanna resta”; il politico russo, infatti, rischia ancora cinque anni di carcere a causa di un presunto furto di legname ai danni dello Stato. Qualora la pena dovesse essere confermata, la sua partecipazione alle elezioni presidenziali del 2018 salterebbe.
Avvocato e appartenente alla middle-class, Navalny è uno dei pochi che da anni sfida apertamente il regime di Vladimir Putin: dopo essersi costruito una certa fama sui social network grazie al suo blog, le sue critiche al governo gli sono costate l’oscuramento dalle televisioni. Nonostante ciò, l’anno scorso Navalny ha sfidato il protetto di Putin nella corsa alla poltrona di sindaco di Mosca, alzando un gran polverone e attirando l’attenzione dei media di tutto il mondo su di lui.
Nonostante la sconfitta alle elezioni moscovite, Navalny è rimasto alla testa del movimento “anti-Putin” imputando la propria disfatta ai brogli elettorali. Sin da quando la sua figura è emersa, nel 2009, il blogger ha dovuto fare i conti con i numerosi tentativi della giustizia russa (finora tutti senza successo) di farlo sparire. Navalny è stato definito dal The Wall Street Journal “l’uomo che Vladimir Putin teme di più”: pur essendo un moderato (lui stesso si definisce un “democratico nazionalista”) la sua figura giovane, pulita e nuova sta infatti insidiando il dominio assoluto del presidente russo.
Se vorrà davvero spodestare lo “zar di Russia”, Navalny dovrà riuscire a conquistare consenso presso tutte le fasce sociali: pur famoso su internet ed amato dalla classe media ed intellettuale delle grandi città, l’avvocato-blogger ha ancora tanto da lavorare per guadagnarsi la fiducia delle enormi masse contadine ed operaie della Russia continentale. Il carattere illiberale della democrazia russa, il profondo radicamento del potere di Putin e le persecuzioni giudiziarie non lo aiutano certo a raggiungere il suo obiettivo.
Che riesca o no a prendere il potere, Navalny ha già archiviato un successo: è riuscito a mettere in difficoltà il meccanismo ben oliato del “sistema Putin”, attirando l’attenzione delle istituzioni internazionali sulle tremende violazioni che in Russia si perpetrano ai danni della pluralità politica.
Giovanni Zagarella

Attivisti di Greenpeace arrestati e accusati di pirateria dal governo di Mosca

Dopo essere stati arrestati in acque internazionali dalle autorità russe, adesso gli attivisti di Greenpeace rischiano grosso: i trenta militanti sono stati accusati dal governo di Mosca di pirateria, reato per il quale sono previsti fino a 15 anni di carcere. Ma la comunità internazionale non ci sta, e protesta affinché l’equipaggio dell’ “Artic Sunrise” venga liberato.
Greenpeace si batte da tempo contro lo sfruttamento petrolifero dell’Artico: secondo gli esperti dell’organizzazione, l’ecosistema polare sarebbe troppo fragile per sopportare le invasive tecniche d’estrazione delle compagnie petrolifere. La campagna di protesta era già iniziata nei mesi scorsi con alcuni gesti eclatanti, fra i quali il blitz avvenuto durante il Gran Premio del Belgio di Formula Uno (sponsorizzato dalla Shell) in agosto.

L’ultimo atto di protesta di Greenpeace è stato il tentativo di “arrembaggio” ad una piattaforma petrolifera della Gazprom che, entro fine anno, dovrebbe iniziare la trivellazione nell’Artico. I trenta attivisti (fra questi anche un italiano, il napoletano Cristian D’Alessandro), a bordo della rompighiacci “Artic Sunrise”, sono stati arrestati da una squadra speciale prima che potessero condurre qualsiasi azione di disturbo. Adesso le autorità li stanno trasferendo al vicino porto di Murmansk per accertamenti, ed il rischio che corrono è quello di una lunga detenzione.
Attraverso il suo sito ufficiale, Greenpeace ha difeso i suoi attivisti e ha sottolineato le numerose violazioni del diritto internazionale perpetrate dai Russi. “Il reato di pirateria, per definizione, può essere applicato soltanto ad atti violenti – non a proteste pacifiche”, si apprende dal comunicato dell’organizzazione, che aggiunge anche che il blitz russo è avvenuto in acque internazionali e non ha alcuna base legale. Negli ultimi giorni il web e le organizzazioni no-profit si sono mobilitate in massa, dando vita ad oltre 50 petizioni per la liberazione degli attivisti. Anche gli uffici diplomatici di molti governi si sono mossi a tutela dei loro cittadini e dei diritti dell’equipaggio di Greenpeace: in Italia Ermete Realacci, Presidente della Commissione Ambiente della Camera, ha chiesto al Ministero degli Esteri di “mettere in campo tutti gli strumenti di protezione diplomatica per il cittadino italiano e per tutti i membri dell’equipaggio della Sunrise”. Tuttavia il governo russo non cede di un millimetro.
La piattaforma petrolifera della Gazprom potrebbe essere soltanto la prima di una lunga serie di installazioni petrolifere nell’Artico: la regione contiene i più grandi giacimenti vergini di idrocarburi rimasti sulla Terra, e lo scioglimento dei ghiacci li sta rendendo man mano sempre più accessibili. Già da diversi anni il Consiglio Artico, composto dai ministri degli Esteri delle più grandi potenze della Terra (fra queste anche l’Italia), studia la situazione e i potenziali vantaggi economici derivanti dallo scioglimento dei ghiacci polari. Il rischio concreto è che la possibilità di nuovi introiti economici metta in secondo piano l’aspetto ambientale, offuscando l’immane disastro che deriverebbe dallo scioglimento dei ghiacci artici.

Giovanni Zagarella

Aggiornamenti dalla Siria: il giallo dei missili caduti in mare, la debolezza di Obama, la protesta dei soldati americani

Jewel Samad (Afp)
Il governo russo ha annunciato che i suoi sistemi di rilevazione hanno identificato due missili caduti in mare in prossimità della Siria, e lanciati poco prima da una luogo sconosciuto in Europa centrale. Il rapporto russo, che parla di “oggetti balistici non identificati”, è stato trasmesso dal Ministro degli esteri Sergeij Shoigu al presidente Vladimir Putin. Ma né l’ambasciata russa di Damasco, né il governo di Tel Aviv hanno dato riscontro dell’accaduto. È giallo, dunque, sulla caduta dei presunti missili; un giallo che non fa che aggravare la situazione di altissima tensione dovuta all’imminente attacco USA alla Siria.
Il governo di Mosca ha inviato nel luogo la nave di ricognizione Priazyovye, che si aggiungerà alla già nutrita flotta russa presente nella zona. Putin ha già “minacciato” gli Stati Uniti e i suoi alleati europei di ritorsioni in caso di attacco alla Siria, sostenendo che il regime di Assad non ha mai fatto uso di armi chimiche. “Tutte le prove e gli elementi dimostrano che sono stati i gruppi armati dell’opposizione ad usare armi chimiche in quell’attacco” ha dichiarato l’ambasciatore russo in Siria, Riad Haddad, affermando di avere prove tangibili (tra queste anche alcune foto) che dimostrano l’innocenza del regime. La Russia, principale partner strategico di Damasco, non è sola: anche la Cina si è dichiarata contraria all’attacco, e supporta attivamente la causa siriana sia in sede ONU che fuori. 
Nonostante ciò l’America si prepara ad attaccare, ma senza troppa convinzione. Il gesto di Barack Obama di affidarsi al Congresso è sintomatico dell’incertezza del leader e di tutta una nazione nell’attaccare il Paese mediorientale. L’inaspettata uscita di scena della Gran Bretagna, a causa del veto posto dalle Camere all’intervento militare, ha indebolito ulteriormente la posizione americana. Con Italia e Germania disposte ad intervenire solo sotto il mandato delle Nazioni Unite, Obama può contare (parzialmente) soltanto sull’aiuto francese. 
In queste ore la protesta più inaspettata è arrivata, curiosamente, dai soldati dell’esercito americano: alcuni di loro hanno protestato a volto coperto diffondendo le loro foto sui social network, asserendo di non essersi arruolati “per combattere a fianco di Al Qaeda nella guerra civile siriana”.

Giovanni Zagarella

Arte e totalitarismi: Andrej Zdanov e il realismo socialista

Dopo un quindicennio caratterizzato da una grande fermento culturale e artistico, dominato dalle figure di Vladimir Majakovskij e dal regista Sergej M. Eisenstein, la cultura sovietica cadde, al pari di altri aspetti della vita del paese, sotto la rigida disciplina del Partito comunista, che, a partire dal 1934, procedette direttamente a codificare le linee guida di quel realismo socialista che si sarebbe imposto uniformemente nell’arte e nella letteratura del paese.

Principale artefice della disciplina dell’attività artistica fu Andrej Zdanov, stretto collaboratore di Stalin e sostenitore di una pesante interferenza del partito nella vita scientifica, culturale ed artistica del paese. Zdanov spinse tutti gli artisti dell’epoca a sostenere e a glorificare la causa della rivoluzione, seguendo rigidamente i canoni del realismo socialista, che prevedevano che ogni opera d’arte presentasse un forte spirito nazionale, ispirasse devozione alla patria e coscienza di classe, legando a doppia mandata l’arte e il messaggio sociale, entità ormai fuse in quello che doveva essere il genere artistico comunista per eccellenza.

I criteri zdanoviani della produzione artistica si presentano in modo esemplare in questa statua, facente parte del gruppo scultoreo che sovrastava il padiglione sovietico all’esposizione universale parigina del 1937. I soggetti rappresentati sono un operaio e una contadina collettivizzata, eletti in tal modo a immagini simboliche della Russia comunista. L’incedere dei due personaggi suggerisce l’idea di un sicuro e fiero avanzamento del paese nella costruzione del socialismo. Infine gli strumenti del lavoro di ciascun personaggio, la falce e il martello affiancati, richiamano all’unità di operai e contadini nel comunismo, nonché il simbolo contenuto nella bandiera nazionale sovietica. Si tratta dunque di un piccolo capolavoro rappresentativo della retorica del realismo socialista.

Francesco Bitto