Hunger Games, quando la violenza si fa spettacolo – Recensione film

Tratto dall’omonimo romanzo di Suzanne Collins, Hunger Games è ambientato nella contea senza età di Panem in un periodo storico indefinito. La contea è suddivisa in 12 Distretti e ciascuno di essi è schiavo di un forte regime totalitario.  
Come monito della propria potenza e ferocia, il governo centrale organizza ogni anno dei “giochi”, gli hunger games, ai quali partecipano solitamente un ragazzo ed una ragazza per ogni distretto (24 “tributi”). I concorrenti devono affrontare delle vere e proprie prove di sopravvivenza, ma lo scopo finale del gioco è uccidere tutti gli altri : il vincitore può essere uno soltanto

Il personaggio principale è Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) che, per salvare la sorella, decide di offrirsi volontaria per i 74° Hunger Games. Il film è un viaggio nella più sadica e feroce parte della natura umana ma la cosa entusiasmante è che tale percorso è rivisitato attraverso gli occhi di Katniss, una giovane fresca ed ingenua. 

Un mondo costretto a vivere sotto l’egemonia di moderni totalitarismi non è un concetto nuovo al cinema : a tal proposito mi viene in mente 1984 (tratto dall’omonimo romanzo di George Orwell) o il più recente e celebre V Per vendetta ; però è in Hunger Games che la violenza diventa, quasi come un passaggio necessario, spettacolo e reality.

La sensazione è quella di sentirsi catapultati, insieme alla protagonista, in qualcosa di surreale e bizzarro ma, nonostante tutto, possibile e con una sua logica : quella del potere . Come infatti afferma anche il presidente Snow, interpretato da Donald Sutherland (che fa sempre la differenza e , quelle poche volte che appare, si sente!) , gli Hunger games servono a fomentare la paura, senza la quale sarebbe impossibile assoggettare i popoli.

Cosa dire del personaggio di Katniss? 
Piace (questo è sicuro), non perchè uccide e vince, ma perchè è forte nell’animo e negli affetti. 
Eroe non è chi riesce a sopravvivere, uccidendo per gioco, ma chi , memore di se stesso e della propria umanità, è pronto a sacrificarsi pur di non sottostare alle regole di un gioco brutale.

Katniss e il suo compagno Peeta (Josh Hutcherson) rappresentano, per tutti questi motivi, la speranza che le cose possano cambiare. Ed è esattamente questo che arriva allo spettatore: un fortissimo senso di ammirazione che induce a sostenere inevitabilmente e con naturalezza i due protagonisti fino alla fine. Non esiste ambiguità di sorta, ma solo un confine definito tra umanità e disumanità.
Gary Ross ci regala due ore e venti minuti di azione e suspense e lo fa senza mantenere un registro preciso : certe parti risultano vivaci, a tratti quasi divertenti ed altre più lente ed introspettive. Questo non ci dispiace affatto e, nonostante la proverbiale difficoltà di rappresentare cinematograficamente un romanzo, il risultato è, questa volta, molto buono.
Potremmo dire lo stesso del sequel Hunger Games – La ragazza di fuoco? Lo speriamo.


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Rap e politica: Moreno alla festa del PD

Rap e potere: da sempre un rapporto complicato. Non a caso l’ultimo album di Tupac si intitola “Killuminati“, non a caso uno dei più grandi gruppi della storia di questo genere si chiamava “Public Enemy“, non a caso il “sistema” e le sue logiche sono spesso un tema centrale in questa musica. Se da un lato, però, alcuni artisti denunciano e mettono in luce le storture e le contraddizioni dei poteri forti che dominano il mondo, altri vengono usati e manipolati da essi. Il potere ed i potenti conoscono bene l’importanza della musica e sanno quanto sia fondamentale controllarla per deviare le masse, per svuotarle, addolcirle ed addomesticarle!

Il rischio, allora, è che alcuni rapper vengano costruiti a tavolino da programmi televisivi, che li spingono economicamente e materialmente, aiutandoli a giungere ad un gran numero di persone che altrimenti non avrebbero mai raggiunto! Il prezzo da pagare? Chiaramente quello di essere burattini nelle loro mani, proponendo testi vuoti, confusi e distorti. Insomma, da qualche mese a questa parte stiamo assistendo ad una vera e propria aggressione nei confronti dell’Hip Hop da parte dei poteri forti di questo paese, che vogliono svilire il messaggio di questo movimento per garantire la sopravvivenza dell’andazzo culturale degli ultimi anni.
Non sorprende quindi che un rapper mediocre e semisconosciuto come Moreno, discreto freestyler apprezzato in qualche contest più o meno importante, abbia scalato le classifiche musicali e radiofoniche con un disco orrendo, assolutamente privo di contenuti, flow e rime qualitativamente accettabili. Tutto inizia qualche mese fa, quando Maria de Filippi, attratta dalle potenzialità di quello che oggi è sicuramente il genere più popolare tra i giovani, sceglie di inserire la categoria Rap nel talent Show di canale 5 (rete di Berlusconi). Il successo del rapper è da subito evidente, ed il pubblico lo spinge fino alla vittoria del programma. Da qui un’inarrestabile ascesa musicale, che culmina con la pubblicazione di “Stecca”, il disco Rap (per così dire) più venduto dell’anno.
E la vicenda assume tinte ancora più misteriose quando Renzi (il cui spin doctor, una sorta di stratega politico, è Giorgio Gori, ex direttore di canale 5), insiste per avere Moreno sul palco della festa del PD nel prossimo Settembre. Berlusconi -Canale 5 – Gori-Renzi – Moreno, dietrologia direte voi, ma in questo paese, purtroppo, a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca. In definitiva la strategia di aggressione del potere nei confronti dell’Hip Hop sembra ormai essere compiuta… Non ci resta che resistere! Che confusione!

Francesco Bitto