I naufragi fotografati da John Gibson

Il National Maritime Museum di Londra ha recentemente acquisito una collezione fotografica che mostra diversi disastri navali durante il diciannovesimo e ventesimo secolo.

John Gibson (1827–1920), l’autore di questa collana, iniziò, alla fine del 1860, quello che sarebbe diventato un vero e proprio business fotografico per lui e la sua famiglia. La sua prima fotografia raffigurante un naufragio, risale al 1869.

Grazie all’insegnamento del padre, i suoi due figli, Alexander and Herbert, catturarono alcune delle immagini più evocative nella storia delle tragedie del mare. L’archivio delle immagini di Gibson fu costruito foto dopo foto in ben 125 anni (1872 to 1997), da quattro generazioni della famiglia.

Le immagini mostrate, Clicca qui per vedere l’archivio di Gibson, anche se narrano di un argomento tragico e ad oggi ancora attuale, sono un chiaro esempio dell’immenso potere della fotografia nel raccontare la storia, con emozioni, dolori, gioie e l’insieme di sensazioni che solo un breve istante “congelato per sempre” può trasmettere.
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Homeless: 50 ritratti di Lee Jeffries in mostra fino al 12 gennaio 2014 al Museo di Roma in Transtevere

L’affermazione “il volto è lo specchio dell’anima” potrebbe essere adeguata per rappresentare la serie di foto di Lee Jeffries.
I ritratti frontali (in bianco e nero, spesso con sfondi monocromatici scuri) in cui si gioca con le luci e con le ombre rappresentano gli incontri intensi e commoventi con un altro essere umano. “Per me, la luce e le ombre plasmano l’atmosfera. L’atmosfera creata dalla luce è più importante di qualsiasi altro elemento delle mie foto” – dice Lee Jeffries.
Le sue immagini immortalano persone senza fissa dimora, emarginati, uomini e donne con storie personali drammatiche, gente che si può incontrare per le strade di qualsiasi città europea e statunitense. “Cerco di raccontare la loro storia in maniera tale che il pubblico non possa rimanere indifferente. Le mie fotografie sono intime e piene di emozioni” – ha dichiarato il fotografo.
Jeffries, inoltre, ammette che, per avere un’immagine autentica che mostri l’anima di una persona, cerca di avvicinarsi ai suoi modelli e di fare amicizia con loro senza anteporvi l’urgenza di ritrarli. Così, venendo a contatto con la loro sofferenza, accade che “il primo intento etico è quello di «urlare l’ingiustizia» con la semplice speranza di scattare un fotogramma che abbia alla fine il potere di influenzare […] di rendere l’attenzione dello spettatore abbastanza forte per voler conoscere e fare di più”. Il più grande ostacolo che Jeffries ha incontrato nel corso della sua attività è stato il tempo, avendo avuto a volte soltanto un paio di secondi per lo scatto: i modelli, infatti, si annoiavano rapidamente o all’improvviso cambiavano idea e si rifiutavano di posare.
Lee Jeffries vive a Manchester, nel Regno Unito, è un autodidatta e ha iniziato la sua carriera come fotografo sportivo. Tutto è cambiato il giorno che ha incontrato una ragazza senzatetto londinese. “Stava rannicchiata in un sacco a pelo tra scatole vuote di cibo cinese” – racconta Jeffries – “Ho deciso di farle una foto, ma lei non voleva e ha cominciato a gridare contro di me. Ero terribilmente imbarazzato. Avevo due possibilità: potevo scappare o andare da lei e chiederle scusa. Ho scelto la seconda e lei mi ha raccontato la sua storia. Questo incidente mi ha insegnato ad essere rispettoso e a non rubare le immagini senza autorizzazione. Quando ho cominciato a scattare le foto sapevo già che da quel momento mi sarei occupato di fotografia di strada.
Cinquanta scatti del fotografo rimarranno esposti fino al 12 gennaio 2014 presso il Museo di Roma in Transtevere. Il titolo della mostra è “Homeless”, e secondo le intenzioni dell’autore dovrebbe trasmettere ai visitatori un messaggio sociale di ingiustizia e sofferenza.

Reportage fotografico: La battaglia che non abbiamo scelto, la lotta di mia moglie contro il cancro al seno

Cinque mesi dopo il matrimonio del fotografo americano Angelo Merendino, i medici hanno diagnosticato un cancro al seno a sua moglie. Da quel giorno Angelo si è messo a documentare la battaglia contro la malattia: “Le mie fotografie mostrano le sfide, le difficoltà, la paura, la tristezza, la solitudine, ma la cosa più importante dimostrano il nostro amore” – dice il fotografo. 
Quando Angelo Merendino vide per la prima volta Jennifer, capì che sarebbe stata lei la donna della sua vita. Soltanto dopo sei mesi di conoscenza si sono fidanzati, e dopo altri sei mesi si sono sposati. La diagnosi di Jennifer ha stravolto la vita dei coniugi. “La gente, pensa che con la terapia si aggiusta tutto e la vita tornerà alla normalità, ma non esiste uno standard quando lotti contro il cancro“.
A Jennifer non disturbava la mia macchina fotografica, capiva il significato di quello che stavo facendo. Sapeva anche che lei era sempre stata la priorità non la macchina fotografica. Jennifer si fidava di me, sapeva che non avrei usato la fotocamera nei momenti inopportuni. Ci siamo sostenuti a vicenda“.
Per me, le fotografie sono di interesse terapeutico. Mi aiutano a ricordare quanto era forte Jennifer, perché ci sono molti dettagli che dimenticherei se non fossero sulle immagini” – afferma Angelo Merendino. 
Dopo la morte della moglie Angelo ha istituito la fondazione “The Love You Share” la cui missione è quella di fornire un sostegno finanziario alle donne malate di cancro al seno. Alla fondazione viene fornito il ricavato delle vendite dell’album fotografico della lotta di Jennifer.. 
Maggiori informazioni sul progetto sono disponibili all’indirizzo: 
o sulla pagina Facebook: 

Concorso fotografico ‘Il Ritratto in Bianco e Nero’ dal 29 Ottobre al 30 Novembre

Per inaugurare il nuovo giornale, o per meglio dire il suo rinnovamento (redazione quasi completamente rinnovata e in fase di ampliamento), Epì Paidèia ha deciso di lanciare un concorso fotografico dedicato alla fotografia di ritratto in bianco e nero!
PER PARTECIPARE
Ogni utente potrà postare una foto ed una soltanto caricandola direttamente sulla bacheca della fanpage del sito, la trovate a questo link: Epì Paidèia – Fanpage.
Durata del concorso fotografico a tema “Il Ritratto in Bianco e Nero”: dal 29 Ottobre al 30 Novembre
Alla tipica domanda sul metro di giudizio usato per la valutazione delle foto rispondo citando Bresson: “Occhio, Mente e Cuore”.
IL PREMIO
Le prime tre foto vincitrici verranno presentate tramite un articolo sul nostro giornale a tutta la comunità fotografica, sfruttando anche i canali social del blog fotografico di Marco Crupi.

The Artist: il rinnovato fascino del cinema muto

Dai suoi albori fino alla fine degli anni ’20 il cinema è ancora cinema muto: i film non contengono alcun effetto sonoro e anche la colonna sonora, come abbiamo visto, è costituita da un accompagnamento musicale non sincronizzato con le immagini proiettate.
Dal 1925 alcune case cinematografiche (prima fra tutte la Warner Bros.) cominciano a diffondere a scopo commerciale le prime produzioni con inclusa traccia sonora, registrata allora su disco fonografico.
Grazie a questa innovazione, in quegli anni si assisté ad una vera e propria rivoluzione del linguaggio e dei mezzi di comunicazione allora in voga. Nello stesso tempo si inferse una brusca battuta d’arresto a un mondo che, dal 1895 fino a quel momento, non aveva conosciuto altro che la recitazione muta, e che fu pertanto costretto a “riciclarsi”, a convertirsi al nuovo gusto del pubblico, che amava sentire finalmente le voci dei suoi divi più celebrati.
Un intero sistema di fare cinema, che aveva basato la comunicazione del messaggio e del senso artistico solo attraverso la mimica, la gestualità, l’espressività dei volti, la tensione dei corpi, veniva ora a cadere, divenendo antiquato, non più “alla moda”, essendo stato sostituito da un modello comunicativo istantaneo, che avvicinava notevolmente i sistemi narrativi del cinema alla vita reale, dove il suono e la parola accompagnano costantemente lo svolgersi delle cose.
Proprio di questa svolta parla il film The Artist (2011), vincitore nel 2012 di ben cinque Premi Oscar: Miglior film, Miglior regia, Miglior attore protagonista, Miglior costume e Miglior colonna sonora.
Un film che celebra e ricorda un momento fondamentale della storia del cinema, ma che compie anche una riflessione profonda sul significato che noi conferiamo alla cinematografia (e più specificatamente alla recitazione) in quanto arte.

La storia, in breve, racconta di George Valentin (Jean Dujardin), una stella del cinema muto che, con l’avvento del sonoro, in disaccordo con il suo regista decide caparbiamente di continuare a produrre film muti per suo conto, mantenendo lo stile e le modalità che lo hanno consacrato e portato al successo. Ma in seguito al boom del cinema sonoro egli cade in rovina (il contesto è quello del crollo di Wall Street) e solo grazie all’intervento di una sua collega attrice, Peppy Miller (Bérénice Bejo), con cui intreccia una relazione amorosa, riesce a ritornare alla ribalta, mettendo da parte l’orgoglio e accettando questa grande trasformazione del suo mondo.

Una trama semplice, sviluppata con equilibrio e con la giusta drammaticità (straordinaria l’interpretazione di Jean Dujardin nei panni del protagonista), per un film girato con estrema cura e con una volontà di ricostruzione quasi documentaristica dello stile cinematografico degli anni ’20, di cui si rispettano fino in fondo tutte le caratteristiche, dalle didascalie alle musiche, dalla fotografia (ovviamente B/N) al montaggio.
Ma perché fare oggi, nell’era digitale, un film come questo? Un film che non solo elegge il cinema muto a soggetto e fulcro della trama, ma che utilizza le sue tecniche, i suoi stilemi, la sua messa in scena tipica, le sue atmosfere, quasi con l’intento di far rivivere un’intera stagione della storia del cinema.
Dalla nostra prospettiva contemporanea questa scelta di rivolgere lo sguardo al passato e di celebrarne le glorie può essere letta sotto due diversi punti di vista: da un lato come rievocazione nostalgica, che insiste sull’aspetto malinconico insito in ogni progresso, cioè l’abbandono di vecchie consuetudini e modi di essere, a vantaggio di condizioni più moderne e perfezionate (aspetto che viene ancora più efficacemente descritto dalla storia individuale del protagonista George Valentin).
Dall’altro come rivalutazione degli aspetti indiscutibilmente positivi che il cinema muto presenta, innanzitutto la capacità di comunicare emozioni in maniera estremamente efficace, anzi spesso più efficace di quanto non faccia il cinema cui siamo oggigiorno abituati. Pur disponendo di strumenti meno sofisticati di oggi, anzi forse proprio per la penuria di mezzi tecnologici, il cinema pre–sonoro riusciva (e riesce ancora adesso) a trasmettere, a volte con una certa ingenuità (l’ingenuità che possono avere dei pionieri), l’anima dell’uomo e del suo mondo, a sublimare la realtà e presentarla al pubblico.
L’assenza di un copione che registrasse e prestabilisse ogni singola battuta dei personaggi, i cui dialoghi erano a stento evocati dalle didascalie, era un elemento che certamente stimolava negli spettatori la creatività, lasciava spazio alla fantasia e all’immaginazione e rendeva la fruizione di un film molto più attiva e consapevole di quanto non facciano i film odierni, in cui spesso c’è un tale sovraccarico di linee di dialogo superflue che il prodotto finale risulta ridondante e complesso, senza per questo essere qualitativamente superiore.
In molti casi, un film moderno viene “subìto” dall’osservatore, che deve districarsi in trame sempre più accuratamente architettate, ma che sembrano perdere di vista il punto fondamentale.
I film di una volta, anche se estremamente lineari – anzi spesso stereotipati, proprio perché non “spiattellavano” ogni più insignificante scambio di battute, consentivano un margine di interpretazione e rendevano l’osservatore un “partecipante” attivo.
Se a ciò si aggiunge il fatto che a quei tempi il cinema non era ancora un prodotto massificato e strumentalizzato come oggi e che, in quanto arte “giovane”, convogliava in sé tutta la freschezza e l’entusiasmo degli “anni ruggenti”, si potrà comprendere perché un film come The Artist, che riporta alla luce e fa rivivere tutto ciò, rivesti un’importanza tanto grande.
La geniale trovata del film sta nell’immaginare che il mondo in cui vive il protagonista sia realmente un mondo senza sonoro, come dimostra la scena del sogno, in cui Valentin si accorge di vivere in una realtà diventata improvvisamente “rumorosa”, in cui solo la sua voce non riesce a farsi sentire.

Altro tocco di originalità è la scena finale, in cui il grande attore, l’Artista, finalmente convinto di seguire la nuova moda del sonoro, risponde al regista, che vuole girare un altro ciak, con l’unica sua battuta: “With pleasure!”.

È il momento della svolta epocale, il momento in cui il cinema (e la realtà che il cinema rappresenta) diventa suono, diventa rumore, diventa parola.

Giorgio Todesco