Carpe diem: quello che molti non sanno

Magliette, borse, tatuaggi, collane, loghi, negozi: la frase carpe diem è universalmente conosciuta e usata. Il povero Orazio se, tornando in vita, venisse a conoscenza dell’uso improprio che oggi si fa di questo concetto, si suiciderebbe. Proprio così: carpe diem giunge dal poeta latino Orazio, vissuto nel I secolo a.C. E non è frase solitaria pronunciata da un edonista scansafatiche, bensì parte di un componimento poetico e frutto di riflessione filosofica.

CD del rapper Entics intitolato Carpe Diem
Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Vt melius, quidquid erit, pati,
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum! Sapias, uina liques et spatio breui
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit inuida
aetas. Carpe diem, quam minimum credula postero.
(Carmina, I, 11)
Tu non domandare – è un male saperlo – quale sia
l’ultimo giorno che gli dei, Leuconoe, hanno dato a te
ed a me, e non tentare gli oroscopi di Babilonia.
Quanto è meglio accettare qualunque cosa verrà!
Sia che sia questo inverno – che ora stanca il mare Tirreno
sulle opposte scogliere – l’ultimo che Giove ti ha concesso,
sia che te ne abbia concessi ancora parecchi, sii saggia,
filtra il vino e taglia speranze eccessive, perché breve
è il cammino che ci viene concesso.
Mentre parliamo, già sarà fuggito il tempo invidioso:
cogli il giorno presente, fidandoti il meno possibile del domani.
Leggendo il testo tutto diviene improvvisamente più chiaro: carpe diem non significa abbandonarsi al mero edonismo, sfruttando il momento che si vive per ottenere un piacere superficiale senza curarsi del futuro. Non significa vivere alla pazza gioia come se non esistesse un domani: carpe diem è un’esortazione a cercare la propria felicità e la tranquillità nell’immediato presente, poiché del futuro non possiamo conoscere nulla. Non si deve avere fretta di vivere, non si deve proiettare la propria esistenza in un tempo inaffidabile e incerto: piuttosto è meglio godere di ciò che la vita ci offre al momento.

Affiora in questa ode uno dei concetti cardine della produzione poetica oraziana: l’autàrkeia, l’autosufficienza, il sapersi accontentare e, in questo caso, vivere con gioia e partecipazione ogni momento della propria vita. Orazio non intende scoraggiare il lettore o dare un messaggio pessimistico sulla caducità dell’esistenza umana, vuole dare un consiglio: non vivete nell’attesa, nell’ansia per il futuro, per qualcosa che noi non possiamo decidere.
È triste talvolta constatare come concetti così profondi divengano motti sfruttati e tritati all’infinito, senza che quasi nessuno sappia la loro origine (e non si curi di saperla, nemmeno ai tempi di internet). L’ennesima prova, questa, che i classici brutti vecchi e morti in realtà non siano poi così distanti.

Giulia Bitto

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