La Croazia entra nell’UE: Bruxelles diventa più grande, ma ha ancora tanti dilemmi da risolvere

(Ansa)

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Ora è ufficiale: la Croazia è diventata il ventottesimo membro dell’Unione Europea, dopo lunghissime trattative (durate dal 2005 al 2011) condotte con Bruxelles. L’ingresso era stato già deciso tempo fa, ma è diventato operativo solo oggi, 1 luglio 2013.

L’ammissione della Croazia riveste una grande importanza simbolica. È innanzitutto la certificazione della compiuta democratizzazione del Paese, processo travagliato e durato quasi 20 anni dopo la conquista dell’indipendenza; rappresenta una garanzia importante di tutela delle minoranze e della non modificabilità dei confini, due dogmi tutt’altro che scontati in un’area turbolenta e instabile come quella balcanica; infine, spiana la strada per gli ingressi futuri di altri Stati della medesima regione, come la Serbia, il Montenegro e la Macedonia.
Tuttavia, l’adesione croata non rappresenta un grande passo avanti dal punto di vista economico e geopolitico per l’Unione Europea: la prolungata crisi economica che ha sfiancato Zagabria ha spinto alcune ambasciate europee, prima fra tutte quella francese, ad osteggiare l’ingresso dello Stato balcanico nell’UE. Altri Stati hanno invece appoggiato la candidatura, come la Germania, che nella Croazia ha uno storico alleato politico-economico.
Permangono alcuni dubbi sulla reazione non entusiastica del popolo croato all’entrata nell’UE: è stata registrata un’astensione del 79% alle elezioni europee, e del 57% al referendum interno sull’adesione. I cittadini sono in larga parte convinti che questo passo non rappresenterà un miglioramento delle condizioni economiche, condividendo così – pur stando dall’altra parte della barricata – le stesse preoccupazioni francesi. Come se non bastasse, si dice che Bruxelles abbia già avviato un procedimento a carico di Zagabria per deficit eccessivo: non il miglior biglietto da visita, specialmente per un popolo che sta attraversando un momento durissimo.
(Lapresse)
L’area balcanica – un tempo dispregiativamente definita la “polveriera d’Europa”, a causa della sua grande instabilità – si appresta dunque ad entrare nell’Unione. Ma restano tanti dubbi sul futuro e sull’identità stessa dell’UE: i recenti avvenimenti, specie quelli ungheresi e turchi, pongono seri dilemmi sulle effettive capacità europee di controllare politicamente la regione, e di arginare le possibili derive estremistiche. Dal punto di vista economico, inoltre, l’eurozona sta vivendo la peggiore crisi della sua storia, e le fila dei suoi detrattori, così come quelle dei sostenitori del ritorno alle monete nazionali, si ingrossano. Urge un cambio di rotta, l’Europa è ad un bivio: da una parte c’è la prospettiva di una politica monetaria e fiscale più unita, assieme ad una banca centrale con poteri di intervento maggiori; dall’altra, c’è la dissoluzione della moneta unica e degli sforzi compiuti nell’ultimo decennio, con un sostanziale passo indietro nel graduale processo di unificazione tra le potenze nazionali. 
È di vitale importanza che gli interessi nazionali interni all’Unione imparino a mettersi da parte: il governo di Bruxelles deve incarnare una vera autorità sovranazionale, dotata di un potere capace di mettere in secondo piano le volontà individuali dei singoli Stati. Di fondamentale importanza è anche il rafforzamento della “periferia” europea (di cui adesso fa parte anche la Croazia), che da sempre paga la presenza di un nucleo centrale robusto, guidato dalla Germania. “La gente si illude che l’Unione europea sia grande, super e che l’erba sia più verde laggiù. Ma in realtà, credo che l’erba sia gialla così come qui” dice Mane Valovic, abitante di Zagabria: è compito dell’Unione Europea trasformarsi e rafforzarsi affinché lui, come tanti altri, si ricreda e torni a sperare nel sogno europeo.

Giovanni Zagarella


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