Lo Hobbit: La desolazione di Smaug – Recensione Film

Arriva il periodo natalizio e Peter Jackson ci offre il nuovo capitolo di Lo Hobbit. Solo trecento pagine di libro e siamo già a un totale di sei ore di film. Inutile dirvi quel che vi hanno già detto: Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien è liberamente interpretato dal disadattato australiano con tanto di aggiunta di elfo femmina dai rossi capelli che non solo vanta la corte di Legolas figlio di Thranduil (che è già un’eresia punibile con la pena capitale), ma addirittura ha una love story con un nano. Roba da far morire sul colpo intere generazioni di lettori fantasy, giocatori di ruolo e nerd convinti. Aldilà delle aberrazioni di trama, anche la regia di Jackson perde un po’ di colpi rispetto al mastodontico “il Signore degli Anelli”, così come la scelta dei collaboratori.

Si fa notare, e non in positivo, il nuovo tocco di Ann Maskery; con le buone intenzioni di rendere il vestiario di Gandalf più fedele alla descrizione del libro, ha liberamente interpretato la ‘sciarpa argentea’ per donare allo stregone un’adorabile pashmina con pailettes.
Peter! Richiama Ngila Dickson e Richard Taylor, ti prego! Offrigli più soldi, alloggi più comodi, la virtù di Orlando Bloom, ma falli tornare!

Nonostante tutto la Terra di Mezzo rimane la Terra di Mezzo, così come la colonna sonora del divino Howard Shore. Il main theme finale, da sempre interpretato da voci femminili, ne Lo Hobbit è interpretato da un uomo: Neil Finn. Altro punto a favore è Thranduil, sulla cui corona di rami e bacche rosse soprassiederò (Ann, stupida Ann, dove sono le bacche rosse?), interpretato da Lee Pace che si nobilita dopo alcuni scivoloni cinematografici (come prendere parte alla saga di Twilight) e regala un’interpretazione misurata e profonda del Re. Così, con una mano sul cuore, ci si da l’arrivederci alla terza e ultima (speriamo) puntata di Lo Hobbit, incatenati alla fidelis a Jackson ma tramortiti dall’infedeltà al libro e alle emozioni e atmosfere più giocose di quella che è una favola per ragazzi.

Il Sud è Niente – Recensione Film

Il Sud è niente, l’opera prima di Fabio Mollo, stupisce e gratifica un Sud dove ancora tutto può accadere. Dopo essere stato presentato in anteprima al Toronto Film festival, il 5 Dicembre è arrivato anche nelle sale italiane il film che vede protagonisti Vinicio Marchioni, Valentina Lodovini, Miriam Karikvist, Alessandra Costanzo e Andrea Bellisario. Il film di Mollo si presenta con una grande impronta autoriale: il regista reggino parte dalla sua terra per mostrare la sua idea di cinema e lo fa con una sorta di realismo magico, una realtà estrema definita dal silenzio, che è l’arma più violenta. L’omertà, nel film viene vista quasi come un credo, una scelta di vita o l’unica via d’uscita; a questa cruda verità si contrappone la via di fuga che ha il volto di Miriam Karlkvist , attrice reggina, che nel film ha il ruolo di Grazia. Una ragazza di 17 anni, incapace di vivere la sua vita a pieno, donna incapace di vivere persino la sua femminilità: indossa, infatti, indumenti maschili (quasi voglia ricordare la figura del fratello scomparso), non ha amicizie e nessuna legame con il padre. Il silenzio è il vero protagonista del film, un silenzio dai toni scuri che però fa rumore, esplode nell’esasperazione di Grazie, vogliosa di ricercare, conoscere, affrontare la realtà e la verità.

La sua ricerca inizia e finisce con il mare, che corrisponde nel film ad un magico grembo materno dalle cui profondità emergono fantasie, paure, ricordi, colpe e le rimanti speranze dei personaggi. Il film non nasce come ispirazione, ma vera e propria necessità: il bisogno di operare una sorta di rottura con la mentalità di rassegnazione e silenzio che ancora caratterizza gran parte del Sud e che ha messo a tacere più di una generazione.

Il ruolo di Cristiano, padre di Grazie nel film, interpretato da Vinicio Marchioni, può essere definito quasi come un non ruolo, un padre che vuole scomparire da tutto, che vorrebbe immergersi nell’acqua quasi per non sentire. Il Film  non è solo una storia che parla di illegalità, ma è un film emozionale che punta sulla vita e i rapporti tra le persone, un film che rappresenta il grido di tutti i giovani che hanno voglia di riscattarsi, provare a mettersi in gioco, abbattendo quel muro di omertà che ha conseguenze sulla vita sociale, privata ed emotiva.

Avevamo parlato di Il Sud è niente anche qui.

Voto 8/10
 Stefania Sammarro

Hunger Games: La ragazza di fuoco – Recensione film

E’ nelle sale cinematografiche dal 27 Novembre 2013 la seconda parte della saga di Hunger Games (tratto dall’omonimo libro della serie di Suzanne Collins) , ma questa volta è firmata Francis Lawrence ( Costantine, Io sono leggenda ) . 
E’ passato un anno da quando Katniss (Jennifer Lawrence) e Peeta (Josh Hutcherson) hanno partecipato agli hunger games e sono tornati, vincitori, al distretto 12. Nonostante i due ragazzi cerchino disperatamente di tornare alla normalità, il messaggio di speranza lanciato da Katniss un anno prima è ancora vivido nella mente dei popoli assoggettati; questo genera non pochi problemi al presidente Snow (Donald Sutherland) il quale, per liberarsi della ragazza, decide infine di indire i 75° Hunger Games in cui i concorrenti saranno i vincitori delle edizioni passate.
La nostra protagonista dovrà, questa volta, fronteggiare situazioni di gran lunga più pericolose e concorrenti assai preparati ed assetati di sangue, nell’ostinata speranza di riportare a casa la pelle; in più, questa volta, Katniss scoprirà uno sconvolgente segreto, che rimetterà in discussione tutte le sue certezze ( e anche le nostre!). 
I personaggi che siamo abituati a conoscere (e la curiosità di vedere come va a finire!) rendono il tutto piacevolmente familiare , ma si legge tra le righe una coscienza diversa. 
Ingredienti principali, come nel primo episodio, sono l’azione e la suspense, e, di sicuro, non mancano i colpi di scena, sempre ben orchestrati ed al momento giusto. Il plot tende a farsi macchinoso, forse un po’ incoerentemente (ma questo è forse il rischio più grande quando si decide di maneggiare una trilogia), oscurando, per certi versi, i tratti dei protagonisti.
Seymour  Hoffman

Katniss e Peeta sono davvero innamorati? No ed è questo che sembra chiarirsi, oserei dire con delusione, proprio all’inizio del film, quando ricompare Gale (Liam Hemsworth), amico di infanzia di Katniss; ma il triangolo amoroso torna, più ambiguo che mai, alla fine, quando Peeta e Katniss si riscoprono nel pericolo e nelle avversità ( o almeno così pare!) . 

Anche questa volta Katniss sarà costretta a giocare una partita manovrata fin dal principio, ma cambiano le modalità, gli intenti e persino gli strateghi della situazione. 
Una new entry degna di nota è quella di Philip Seymour Hoffman (nel ruolo del tributo Plutarch Heavensbee) che “buca” lo schermo e garantisce un tocco di solennità all’intero film. 

Il regista segue in generale la linea del film precedente, tanto che lo stacco tra l’uno e l’altro è quasi impercettibile, e La ragazza di fuoco rappresenta bene, aldilà di tutto, il naturale seguito di Hunger Games.

Consigliato.

DOVE ACQUISTARE HUNGER GAMES AL MIGLIOR PREZZO


SE VUOI ACQUISTARE ALTRI DVD CERCALI SU AMAZON!

Calvino e l’insanabile dissidio dell’uomo contemporaneo

Il visconte Medardo di Terralba parte per una guerra tra cristiani e turchi dove, in seguito ad uno scontro svoltosi in Boemia, viene letteralmente “dimezzato” da una palla di cannone. Il visconte che fa ritorno al suo castello ed alle sue terre è, ora, un “essere a metà”, alla ricerca della sua parte mancante: ha inizio così questa fiaba densa di fantasiose allegorie di Italo Calvino, prima della trilogia “I nostri antenati”, comprendente anche “Il barone rampante” e “Il cavaliere inesistente”. Il nostro “Don Chisciotte malvagio”, che lotta prima di tutto con se stesso per ritrovarsi, inizia a compiere una serie di azioni deplorevoli, rivolte contro parenti, sudditi e popolazioni limitrofe. 

Ma Medardo il Buono, parte complementare del visconte dimezzato, è inaspettatamente sopravvissuto alla guerra. Costui si rivela tanto buono e virtuoso quanto l’altra parte, invece, crudele e spietata. Entrambi, profondamente innamorati della giovane Pamela, finiscono, inevitabilmente, per sfidarsi a duello e, dopo essersi vicendevolmente feriti, vengono riuniti in un unico essere dal dottor Trelawney: solo così Medardo può, finalmente, aspirare ad esistere in una nuova completezza… 
Con una scrittura originale e frizzante, sempre all’insegna di una modernità fresca e leggera, Calvino ci consegna una storia tanto divertente quanto coinvolgente che, giocando sui contrasti e sugli effetti di sorpresa, porta alla ribalta un tema significativo, tanto più se contestualizzato nell’ambiguità della realtà contemporanea: infatti, “tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti, tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l’altra”. 
È il problema dell’uomo contemporaneo dimezzato, dell’intellettuale “alienato” da se stesso e dal contesto sociale che interessa al nostro autore, non la banalità dello scontro bene-male; quest’ultimo è solo uno strumento creativo, il procedimento narrativo di cui egli si serve nel tentativo di mostrare che l’equilibrio ritrovato, forse, è la sola possibile felicità “in questo nostro mondo pieno di responsabilità e di fuochi fatui”.

DOVE TROVARE “IL VISCONTE DIMEZZATO” AL MIGLIOR PREZZO

SE VUOI ACQUISTARE ALTRI LIBRI CERCALI SU AMAZON

La mafia uccide solo d’estate – Recensione Film

Se in Italia fare un film che parli dettagliatamente di mafia non è facile, fare un film ironico e leggero che parli di mafia, mettendo d’accordo praticamente tutti è quasi impossibile. Non a caso questo è il paese dove l’opinione pubblica preferisce tapparsi gli occhi fino all’ultimissimo momento disponibile pur di non accettare la realtà…e questo Pif lo sa bene. Onore quindi al coraggio dell’ex iena, che ha deciso di affrontare in chiave verosimilmente autobiografica la tematica delle tematiche riguardante la Sicilia e i suoi abitanti, intraprendendo la via più difficile per portare al cinema l’italiano medio nel periodo natalizio, svincolandosi dal solito format cinepanettonico puro e nobile (vedi Zalone, che a conti fatti si eleva del minimo sindacale rispetto allo schema vanziniano) per produrre una pellicola che nel bene o nel male, quando arriva il momento di alzarsi dalla poltrona ed i titoli di coda cominciano a scorrere, lascia qualcosa su cui riflettere.


“La mafia uccide solo d’estate” è il racconto in prima persona della vita di Arturo, un siciliano onesto come tanti che vive fin dall’infanzia il dramma di una società avvelenata dalla violenza mafiosa, che scandisce come un metronomo la sua esistenza oscillante tra la beata illusione di uno “stato buono” (impersonato da Andreotti, politico che il giovane Arturo idolatra) e quella di una mafia distante, innocua, di cui i siciliani per bene non devono preoccuparsi (emblematica la frase del padre, che nel tentativo di tranquillizzare Arturo afferma che “La mafia uccide solo d’estate, tranquillo siamo in inverno”).

Ma quello di Pif è un racconto originale, agrodolce, in cui le figure dei boss mafiosi sono dipinte tra il buffo e il grottesco e a tratti sono ridicolizzate, cozzando volutamente ed in maniera molto forte con la realtà storica di quegli anni di sangue e stragi. Lo Stato è assente (se non connivente) e gli uomini che decidono di contrastare l’ascesa di Riina sono lasciati soli (la prefettura è vuota, tanto che il protagonista riesce ad arrivare nello studio di Dalla Chiesa) e la popolazione di Palermo tenta fino alla fine di negare l’esistenza del problema mafioso. E l’esistenza stessa del singolo non è che un triste contorno alla vicenda storica e politica degli anni settanta ed ottanta in Sicilia, che risultano a conti fatti i veri protagonisti del film!

La fatica di Pif è quindi annoverabile tra i capolavori del cinema italiano? L’impegno civile basta a far oltrepassare la barriera della sufficienza all’ex iena? Certamente no, e “La mafia uccide solo d’estate” resta quindi solo un buon film pieno zeppo di difetti. Primo tra tutti la recitazione, che essendo messa in mano ad attori non professionisti (Pif) e a bambini per oltre la metà della durata della pellicola, risulta tremendamente stopposa e pesante da digerire (anche perchè una delle poche attrici professioniste, per così dire, è la Capotondi, che non eleva di un gran che l’asticella). Altro grande limite della pellicola è l’eccessivo “carico retorico” di cui è infarcita: se non è facile fare un film di mafia è ancora più difficile fare un film contro la mafia visto che gioco forza si scade, inevitabilmente, nella retorica e nei luoghi comuni.

L’impressione è quella di assistere ad un lavoro scolastico, di quelli fatti dai bambini delle medie che cominciano i temi con frasi del tipo :”la mafia è una cosa molto brutta”. Buona la sceneggiatura, in grado spesso di strappare qualche risata. Ottima la ricostruzione storica e politica della Palermo anni 70/80, senza dubbio la cosa migliore della pellicola. Limitata e a tratti poco credibile la storia in sé, che soffre di una mal riuscita rincorsa ad un verghiano “verosimile”, a tratti forzato ed inutile. Forti i riferimenti ad “Il Divo” di Sorrentino e al “Testimone” dello stesso Pif, da cui eredita la dinamicità nelle riprese e quella forte pulsione verso la narrazione-verità. In definitiva l’esordio di Pif alla regia è positivo ma…non aspettatevi troppo!

Francesco Bitto

Blue Jasmine di Woody Allen: Recensione film

Jasmine è sull’orlo del baratro. Separata, senza un soldo, senza un lavoro. Brancola nel buio della sua vita, aggrappata con le unghie alle uniche cose che ama: i vestiti firmati, i gioielli importanti, il suo disprezzo per tutto ciò che non è “classy“. Inclusa sua sorella, che è l’unica, nonostante tutto, che la accoglie dopo la caduta.
Woody Allen costruisce una commedia isterica sui suoi pilastri fondamentali, che sono diventati un po’ noiosi, a dirla tutta: il tradimento, la frustrazione, New York, l’opposizione della virtù all’egocentrismo.
La trama non è niente di speciale, così come i colpi di scena che tanto “colpi”, poi in fondo, non sono (possono essere definibili piuttosto come lievi scosse all’andamento di un film piacevole e divertente). Ma quello che è innegabile e grandissimo è l’interpretazione magnifica di Cate Blanchett. Signori e signore, sono rimasto esterrefatto e allibito davanti alla performance di un’attrice che sapevo di talento, ma non credevo così tanto. Da standing ovation.
Il dolce e austero elfo di Peter Jackson si scompone in urlo di Munch, isterica, forte, sprezzante, folle, arpia. In quegli occhi azzurro intenso, frutto dei “geni giusti”, si anima e fonda l’intera storia che si alimenta di un’interpretazione che vale l’intero film e il costo del biglietto.
L’Oscar come Migliore Attrice protagonista quest’anno è suo.
Le ho già consegnato la statuetta ieri sera.