Profili Rap: Ghemon

Di corsa, lungo le strade delle nostre città senza anima, rincorriamo ritmi impossibili, miti fallaci ed inerte materia: Aspetta un minuto, fermati, rifletti! In questo frenetico turbinio caotico chiamato “mondo moderno” c’è ancora un piccolo spazio per ricercare noi stessi? Per riflettere sul senso più profondo della vita e sulla spiritualità che l’uomo sembra aver smarrito?

In una scena rap sempre più incollata ad una crosta di materialismo e superficialità, Ghemon sembra distaccarsi (ormai da qualche anno) dalla massa, con un mixtape (“Aspetta un minuto”) che punta su contenuti spessi, su beat delicati e su metriche assolutamente originali. Insomma… un lavoro completamente in controtendenza per il rapper di Avellino, che ci ha piacevolmente abituati ad uno spessore tematico decisamente sopra la media.
L’amore è trattato con assoluta delicatezza, lontano dai soliti clichè e dalle ipocrisie stereotipate a cui molti rapper ci hanno tristemente abituati, e anche le riflessioni sulle storture e sulle problematiche che attanagliano il nostro tempo e la nostra società, risultano assolutamente prive di qualsiasi costrutto e di quel sentore di “già sentito” di cui ormai profumano il 90% dei testi italiani.
Il nuovo lavoro di Ghemon, attualmente disponibile sul suo sito ufficiale, farà d’apristrada per il suo nuovo disco ufficiale, atteso a breve, e per una serie di attesissimi live. In attesa di nuovi pezzi proponiamo una selezione dei migliori pezzi del rapper di Avellino.

Francesco Bitto

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Hurricane Mixtape – Recensione disco

Questa è la storia di Hurricane, questa è la storia di un uomo che stoico e imperturbabile sa di essere nel giusto, resistendo sul ring di un incontro chiamato “vita” a colpi bassi e montanti allo stomaco, senza una smorfia di dolore, senza mai cedere un passo. E mai ci sarà gloria più grande di quella dei giusti, poiché fanno della loro coerenza un ponte verso la verità. Solo (o quasi) contro tutti, scalpitante in questa gabbia di matti chiamata “Rap italiano”, Mezzosangue è tornato più potente che mai, attorniato da quelli che lui reputa i più meritevoli rapper della scena underground. Una carica di cavalleria, un placcaggio sulla mediana, una palla di cannone. Il rap del romano non dà scampo e si abbatte sulle orecchie senza esitazioni, aprendosi la via verso le porte della mente, parlando direttamente alla nostra coscienza. 
La nostra analisi di Hurricane Mixtape parte dal fondo, dall’ultima traccia: “Soliloquio”. L’ultima opera di Mezzosangue va oltre la classica analisi socio-civile del nostro tempo, andando a ricercare i motivi che hanno condotto l’uomo moderno (come singolo) verso un baratro che sembra inesorabile e che si riflette sulla collettività, puntando la lente di ingrandimento non sul plurale ma sul particolare. Le debolezze, le paure, le contraddizioni di ognuno di noi diventano una preghiera verso il nulla (un soliloquio), alla ricerca disperata di un pezzettino di Io ancora in vita, mentre pochi coraggiosi si oppongono ad un fuggi fuggi generale e generalizzato (fuggono gli amici, le donne amate, i padri e perfino Dio) dalle responsabilità e dagli affetti. 
Frasco, fottuto amico mio, manco hai detto addio, 
sei scomparso come ha fatto Dio
come il padre che m’ha messo al mondo, bastardo 
dove caz*o stavi quando il buco in pancia si faceva largo?

Hurricane Mixtape è il grido disperato di una generazione di uomini ed artisti. I rapper radunati da Mezzosangue, quasi tutti giovani ed emergenti, mettono in mostra la loro rabbia multiforme: rabbia verso la società, verso i propri padri, verso i loro stessi coetanei. Quel che colpisce di questo gruppo di giovani è la profonda disillusione che sembra averli già svuotati e conquistati, lasciando loro soltanto la possibilità di esprimere il loro sdegno attraverso la loro arte: il rap

“Vi siete bevuti tutto / Ogni sogno per la mia generazione è stato distrutto!” grida 16 barre nel ritornello dell’aggressiva “R.I.Peaces”. Gli fa eco il Nibbio, in “Tra i dimenticati”, dove è quella stessa generazione perduta ad appellarsi come tale (“Siamo la gente da evitare / Il cancro di un sistema cresciuto nel malaffare”), ripetendo così il mantra dei vecchi che parlano di generazione bruciata, perduta, priva dei vecchi valori. 
È proprio il contrasto coi padri uno dei fili conduttori del mixtape, esplorato anche da Remmy nell’intensissima “Annegare”, che in mezzo a tanto richiami poetici e ad una base quasi intima sussurra: “E vorrei tanto sentirmi appagato / Ma sono come Adamo, ripudiato e cacciato da ciò che mi ha creato”. E la generazione bruciata ripudia anche il sistema in cui vive, creato dai propri vecchi a loro immagine e basato sul compromesso morale. “L’abuso è semplice, lo trovi in ogni angolo, è un accordo tacito col mondo e col suo sporco abito”, accusa MarkSwan in “Il contante”. 
La colpa, tuttavia, non è solo di chi ci ha preceduto. In “Degeneration”, tra atmosfere cupe e oniriche Desto lancia un attacco feroce alla sua generazione, “messa da una parte in castigo” dai grandi, reputata dal rapper incapace di reagire e stordita dalle droghe: “La mia generazione si è persa, non pensa / Butta soldi in porri, è sconnessa”. 
In mezzo a tutto questo resta solo l’arte. Un’arte tormentata, che arriva sotto forma di un dono non voluto dall’artista. “Volevo essere uno forte, una mente semplice, normale / Ma le idee sono contorte, mi fanno sempre stare male” denunciano gli eccezionali Sottotorchio ne “L’anello debole”, facendo riferimento allo stesso concetto del “rappare per necessità” già introdotto da Mezzosangue nel suo Musica Cicatrene. “Raccontarti la mia storia a me non cambia niente”, dice WhiteBoy in “La essenza”, constatando tuttavia che “un micro” è l’unica cosa che gli permette di “salvarmi e star lontano da sta feccia”
Fuori contesto appaiono le tracce di Primo e Lucci, i due “big” in mezzo a tanti giovani. Nei loro testi non si avverte quell’intensa disperazione di chi non ce l’ha ancora fatta, che accomuna invece gli altri artisti coinvolti nel progetto. 
La generazione perduta, pur denunciando le storture del mondo in cui vive, sembra rassegnata all’impossibilità di cambiarlo. In questo senso manca quel dinamismo, quella certezza di cambiamento della generazione sessantottina animata dalla musica di Bob Dylan. Al suo posto c’è solo consapevolezza e una gran rabbia.

Dal punto di vista tecnico/stilistico osserviamo una complessiva crescita di Mezzosangue, che lo vede abbandonare un eccesso un po’ Old Style di rime baciate a favore di un maggiore utilizzo di allitterazioni, inversioni ed assonanze. Il flow non è sempre scorrevolissimo, ma le pause e le rime non chiuse aiutano a creare degli “spazi liberi” di pensiero che danno all’ascoltatore l’opportunità di soffermarsi meglio sui concetti cruciali espressi dal rapper. Tra gli altri una particolare menzione meritano Sottotorchio, Remmy e Desto, autori di tre tracce ben strutturate e che hanno messo in luce un buon bagaglio tecnico. Buona prova anche di Big Johnny, seppur afflitta da uno stile a tratti troppo old.

Un discorso a parte meritano le basi, che risultano più dolci e riflessive dei precedenti lavori, fungendo da chiave d’accesso preferenziale con cui i rapper entrano direttamente in contatto con la parte “istintuale” dell’ascoltatore, che viene ipnotizzato dalle melodie quasi psichedeliche (riferimento al progressive anni ‘70?) dei pezzi. In definitiva questo Hurricane Mixtape è un’opera davvero ben pensata e ben rappata, che potrà mettere in luce e pubblicizzare un gruppo di rapper molto promettente. Inoltre il mixtape mette in mostra un Mezzosangue in crescita, cosa che fa davvero ben sperare in vista dell’uscita del suo primo disco ufficiale.

Giovanni Zagarella e Francesco Bitto

Figuraccia di Emis Killa ai BET Awards. L’occasione mancata del rap italiano

Parliamoci chiaramente: quella dei Bet Awards era un’occasione importantissima per l’Hip Hop, perchè per la prima volta oltre oceano si è voluto premiare un momento importante per tutto il rap italiano (mai così in alto nelle vendite e mai così presente sulla scena musicale), dandogli uno degli spazi più ambiti in questo genere (i BET awards sono La Mecca dell’ Hip Hop internazionale).

Niente da fare. Come sempre abbiamo sprecato questa grande opportunità, offrendola ad un rappresentante di questo genere decisamente non all’altezza. Infatti il rapper Emis Killa si è fatto sì portavoce del rap italiano… Ma di quello sbagliato, costruito, scadente e esasperatamente commerciale. Dopotutto la differenza tra un rapper con delle basi solide e un prodotto dello show business si vede soprattutto in queste occasioni, dove gli altri rapper spaccano il mondo sulla base mentre il nostro Emis è insicuro, molle, quasi spaesato. Propone rime presenti nel suo repertorio davvero scadenti. Il flow è un miraggio ed in generale il rap del rappresentante italiano resta quasi sempre slegato dal beat.
Non sorprende quindi il commento di Ed Lover, vera e propria leggenda vivente di questo genere, che contro il rapper italiano va giù durissimo :“Emis Killa dall’Italia: naaah ragazzo. Hanno messo i sottotitoli sullo schermo ed oltre la metà di quello che hai detto non era in rima, e secondo me e non era nemmeno granché. Tornatene in Italia con queste cazzate. Vai a mangiare spaghetti, lasagne e pasta. Queste cazzate possono piacere in Italia, non qui.”
Insomma, non siamo in grado di proporre personalità decenti neanche nella musica. Allegria!

Francesco Bitto

Se non rischi non vinci! La pericolosa deriva del rap italiano

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I suoni? Sempre gli stessi! Le parole? Non cambiano mai più di tanto! Le tematiche? Quasi sempre amorose! Ancora oggi, nel 2013, il 99% dei cantanti, compresi quelli emergenti, propongono lo stesso schema di 30 anni fa. Sempre innamorati, sempre depressi, come se fossero stati appena lasciati. Tutti maledettamente uguali, i cantanti di questo paese, cristallizzato e immobile da più di 3 decenni in questo come in altri campi.

Nel panorama musicale melodico italiano nessuno rischia, ed il rischio è un aspetto fondamentale nell’arte, perché se non si ha il coraggio di provare non può esistere cambiamento, e senza cambiamento non può esistere progresso. Pensate a John  Lennon, che nel 1972 ebbe il coraggio di proporre, all’apice della sua carriera, un brano come Woman is a Nigger of the world, un pezzo assolutamente rivoluzionario per quei tempi, provocatorio, irriverente, che pur non scalando la classifica dimostrò al mondo il coraggio e la ricerca del cambiamento di questo straordinario cantautore.

E se fino a ieri questa pericolosa tendenza riguardava solo la musica leggera, oggi l’assenza cronica di rischio sembra aver pian piano contagiato alcuni rapper. Prendiamo una base dubstep, due orecchini, la faccia introspettiva e maledetta, un cappellino e via… il successo è garantito! Ok, fino a qui niente di male, per carità: il successo di un rapper fa bene a tutti, fa bene soprattutto al movimento perché fa avvicinare nuove persone all’Hip Hop (e questo può essere fatto solo con pezzi leggeri e commerciali), e allora qual è il problema? Semplice… Quando ci si ferma solo a questo! Quando in un disco i pezzi commerciali sono più dei pezzi con un contenuto, quando l’unico pubblico a cui ci si rivolge è quello under 15!

E quindi non fa ormai notizia l’ennesimo scempio di Guè Pequeno, che con “bravo ragazzo” si conferma al top del suo flop, con un disco intriso sempre delle stesse tematiche “mondane” accompagnate qui e lì da 2-3 pezzi di storie marce d’amori andati a male… Una sorta di Ligabue del rap nostrano, che tenta di riproporre il modello anche su altri rapper da lui prodotti (vedi Fedez), che ultimamente sembrano aver abbandonato il rap con un senso e un messaggio a favore di quello tutto fica e bella vita. Preoccupante.

Francesco Bitto