Il mito dell’inversione del tempo nell’immaginario e nell’arte

La tragedia del suicida è che, appena fatto il salto dalla finestra, tra il settimo e il sesto piano ci ripensa: “Oh, se potessi tornare indietro!” Niente. Mai successo. Splash. Invece [la videoscrittura] è indulgente, ti permette la resipiscenza, potrei ancora riavere il mio testo scomparso se decidessi in tempo e premessi il tasto di recupero. Che sollievo. Solo a sapere che, volendo, potrei ricordare, dimentico subito. […]
Fiat Lux, Big Bang, sette giorni, sette minuti, sette secondi, e ti nasce davanti agli occhi un universo in perenne liquefazione, dove non esistono neppure linee cosmologiche ben precise e vincoli temporali, altro che numerus Clausius, qui si va indietro anche nel tempo, i caratteri sorgono e riaffiorano con aria indolente, fan capolino dal nulla e docili vi ritornano, e quando richiami, connetti, cancelli, si dissolvono e riectoplasmano nel loro luogo naturale, è una sinfonia sottomarina di allacciamenti e fratture molli, una danza gelatinosa di comete autofaghe, come il luccio di Yellow Submarine, premi il polpastrello e l’irreparabile incomincia a scivolare all’indietro verso una parola vorace e scompare nelle sue fauci, essa succhia e swrrrlurp, buio, se non ti arresti si mangia da sola e s’ingrassa del suo nulla, buco nero del Cheshire.

Così scrive Umberto Eco nel Pendolo di Foucault, compiendo una riflessione sull’impatto che la videoscrittura (e in generale la possibilità di “annullare” un’operazione senza lasciar traccia su un qualsivoglia supporto, offerta dall’avvento dell’informatica e del computer) ha avuto sull’immaginario.
Ma la questione semiotica e tecnica non è che un pretesto per una disamina più completa e profonda e le implicazioni potremmo dire filosofiche che questo discorso tira in ballo sono molteplici e affascinanti.
Eco cita il secondo enunciato del Secondo Principio della Termodinamica (di Rudolf Clausius), che ha come corollario la distinzione tra trasformazioni reversibili e trasformazioni irreversibili, ovvero non tutto in natura può essere riportato alla fase precedente come in un documento Word (è l’esempio di Eco), ma spesso siamo di fronte a delle trasformazioni – meccaniche, termodinamiche, chimiche – che non possono essere in alcun modo ripetute all’inverso. Direttamente da questa affermazione deriva il principio dell’entropia, ovvero il principio dell’espansione casuale, disordinata e irreversibile del cosmo, dallo scioglimento dei ghiacciai alla decomposizione dei corpi organici, dall’eruzione di un vulcano all’espansione dell’universo.
È questo un principio al quale l’essere umano, nonostante nel corso della sua storia abbia tentato di ritardarne gli esiti con le deboli barriere dell’antropizzazione, non può sottrarsi, è il principio regolatore della natura delle cose.

A pensarci bene, l’entropia e la sua irreversibilità sono legate a doppio filo al concetto di tempo, in quanto successione cronologica di eventi. Sappiamo tutti che, per quello che la scienza conosce allo stato attuale, non esiste alcun modo di rallentare o invertire la progressione cronologica.

Eppure l’immaginario collettivo è stato spesso accarezzato da questa ipotesi, probabilmente anche in funzione esorcizzante nei confronti della morte e dell’ineluttabilità della fine di tutto.
Troviamo numerosi esempi sia nella letteratura (La macchina del tempo di H. G. Wells, le opere di Isaac Asimov) che nel cinema e nella televisione di fantascienza (Ritorno al futuro, L’uomo che visse nel futuro e il suo remake The Time Machine, Star Trek, etc..) di “viaggio nel tempo”, concetto che di per sé implicherebbe l’“inversione del tempo” e il suo scorrere a ritroso, pur senza coglierne le conseguenze sul piano fisico-quantistico, e cioè di reversibilità del fenomeno naturale.
In questa accezione (oltre a richiamare la storia individuale de Il curioso caso di Benjamin Button e la straordinaria apoteosi di 2001: Odissea nello spazio) rimandiamo a un film di pochi anni fa, Mr. Nobody, che concentra la sua riflessione su un possibile sovvertimento dell’entropia in sintropia e dell’espansione disordinata e casuale in un processo di reintegrazione dell’ordine naturale.

Abbiamo visto come il linguaggio digitale dei computer sfidi questa fondamentale regola, ma prima ancora dell’informatica è stata l’invenzione del cinema a produrre gli effetti più sconvolgenti a riguardo: la conformazione stessa del supporto cinematografico, la pellicola, si presta alla reversibilità e al “riavvolgimento” del tempo.

Sui nostri telecomandi è il tasto “rewind” (“riavvolgi”) a produrre l’effetto di inversione del procedere cronologico delle immagini, impossibile in natura, ma più che normale nella realtà fittizia dell’immagine su pellicola.
Come si può vedere, ancora una volta il cinema si rivela non solo per le sue caratteristiche di arte d’intrattenimento, ma per l’enorme portata teorica e filosofica della sua invenzione, ancora oggi suggestiva e attuale.
Giorgio Todesco
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