Il cinema e le arti: la musica

Abbiamo già osservato gli aspetti che legano il cinema alla pittura, eppure come è noto la settima arte, in quanto utilizza un linguaggio intrinsecamente progressivo e ritmico, ha in sé anche qualità “crono-musicali”. I legami tra linguaggio visivo e linguaggio auditivo sono da sempre stati pressoché indissolubili e in moltissimi casi questi due registri comunicativi collaborano alla trasmissione di un messaggio, come nelle forme d’arte più evolute (ma anche più impure) quali il cinema, che si avvalgono della sinergia tra audio e video, tra immagine e suono.
Per questa sua caratteristica, cioè per la capacità di creare una “struttura quadridimensionale” (cioè una struttura che comprende e unifica le tre dimensioni geometriche [abc] e la dimensione dello scorrere del tempo [t]), il cinema riesce nell’intento di racchiudere in sé entrambe le categorie delle arti plastiche-spaziali (come la pittura) e progressive-temporali (come la musica), secondo la distinzione applicata dal filosofo Gotthold E. Lessing nel ’700.
Possiamo dire, con le parole dello studioso e critico cinematografico Dante Albanese, che il cinema crea uno spazio che si dinamizza nel tempo o un tempo che si appiattisce e si frammenta nello spazio [del fotogramma], costituendo insomma uno “spartito della visione”.

Ma al di là di queste considerazioni teoriche e concettuali, questa “doppia anima” della cinematografia ha sempre dotato le sue produzioni di infinite possibilità espressive, dando maggior rilievo ora alla qualità spaziale, curando con maggiore attenzione l’aspetto e la forma dei singoli fotogrammi, ora alla qualità temporale, curando in particolar modo il ritmo e la fluidità delle sequenze. 
Non devono essere intesi come aspetti contrapposti, giacché contribuiscono alla ricchezza ed efficacia del messaggio e rendono piacevole la sua fruizione. 
Ogni grande autore ha seguito e conciliato entrambe queste scuole, valorizzando fino in fondo le notevoli potenzialità del mezzo artistico.
In effetti fin dalle sue origini l’universo della cinematografia si è servito coscientemente del potente mezzo melodico, dapprima come “commento musicale”, spesso fornito da un pianoforte che accompagnava la proiezione del filmato, all’interno delle sale cinematografiche, in seguito con colonne sonore appositamente composte e dirette per il film.
In effetti l’invenzione della colonna sonora (1916), insieme alle prime pellicole con sonoro (1927), provocò un mutamento importante nell’immaginario collettivo, non meno significativo dell’invenzione dello stesso cinematografo (cfr. The Artist) : associare una traccia musicale (e in seguito le voci degli attori) alla sequenza visiva fu un vero e proprio colpo di genio in quanto permise la fruizione di opere “miste”, che utilizzavano contemporaneamente linguaggi diversi e “pervasivi” quali la musica e l’immagine, in costante dialogo tra loro.
Tale dialogo è dato, come si diceva, dal ritmo della colonna sonora che, accordandosi con l’azione, ne sottolinea i momenti di pathos, di suspense, i climax, i colpi di scena. A un determinato tema musicale può essere associato un personaggio, un luogo, una situazione, un sentimento, e tale “motivo conduttore” (leitmotiv) accompagna l’elemento in questione per tutta la durata del film, rendendolo così riconoscibile e familiare. Mutuato dall’opera lirica, il leitmotiv è generalmente costituito da una breve melodia orecchiabile, o anche soltanto da un accordo o da una cellula ritmica. Alcuni esempi classici sono le musiche di Via col vento, o dei film di Orson Welles (ad es. Il terzo uomo), ma anche Mary Poppins o, in tempi più recenti, i celebri temi musicali di John Williams per Star Wars e Indiana Jones o di Ennio Morricone per i film di Sergio Leone.
Spesso si è soliti associare ad alcuni famosi registi il nome di altrettanto celebri compositori: si diceva appunto John Williams, che ha spesso lavorato insieme a Steven Spielberg o George Lucas ed Ennio Morricone, “feticcio” di Sergio Leone e, negli ultimi anni, di Giuseppe Tornatore; ma anche Bernard Herrmann per Alfred Hitchcock, Nino Rota per Federico Fellini, Danny Elfman per Tim Burton, e si potrebbero fare molti altri esempi. È questa un’ulteriore prova dell’intesa necessaria tra la regia e lo svolgersi dell’azione e la trama musicale di un film.
La colonna sonora di un film può assumere, come la musica classica, funzioni ben precise: può essere musica descrittiva e perciò tendente a identificarsi con la situazione in atto (ad esempio una musica concitata e stridente si adatta particolarmente a scene angoscianti o terrificanti, basti pensare a Psycho); può al contrario contrapporsi totalmente all’atmosfera della scena che accompagna, dando così un effetto straniante e surreale all’intera sequenza. Un esempio immediatamente deducibile può essere rintracciato nel cinema di Stanley Kubrick: in Arancia meccanica, ad esempio, alle scene di violenza brutale sono accostati brani di musica classica (da Beethoven a Rossini a Elgar) che creano un distacco notevole tra il piano della recezione visiva e il piano della recezione auditiva, contribuendo così allo straniamento e al “coinvolgimento controllato” da parte dello spettatore nei confronti di ciò che viene mostrato.
Parlare del cinema di Kubrick ci consente di introdurre un altro fondamentale argomento: l’importanza della musica classica, sia come utilizzo diretto che come influenza esercitata nei confronti delle colonne sonore originali, che spesso adottano stilemi e canoni estetici caratteristici dello stile di alcuni celebri compositori.
Un esempio del primo caso è costituito, come accennato, dal cinema kubrickiano: per quasi tutti i suoi film questo geniale regista ha scelto brani classici di artisti come Ludwig Van Beethoven (che in Arancia meccanica riveste un’importanza assoluta anche ai fini della trama), Johann e Richard Strauss, György Ligeti, Dimitri Shostakovich, Henry Purcell, Hector Berlioz e moltissimi altri celebrati compositori. Scelta che, lungi dall’essere frutto della mancanza di originalità, rivela l’estrema profondità filosofica e l’intenzione di creare delle opere “eterne”, da collocare insieme alle Sinfonie di Beethoven e al Bel Danubio Blu di Johann Strauss nell’empireo delle grandi produzioni artistiche.
Per il secondo caso, invece, ovvero quando colonne sonore originali sono profondamente influenzate dallo stile e dal “corpus musicale” di compositori classici, possiamo affidarci più a delle supposizioni, dato che è impossibile far risalire la complessa personalità di un compositore moderno a un singolo modello. Quel che è certo è che, come per le altre forme d’arte, in musica tutto ciò che viene prodotto risente delle suggestioni e delle influenze di chi ci ha preceduto, pertanto nessuno è esente dall’atto più o meno consapevole del “copiare”, del trarre ispirazione dai grandi maestri del passato.
Alcuni esempi che possono essere facilmente colti sono forse la colonna sonora di Star Wars (specialmente il 4° episodio) di John Williams, in cui molti critici sentono forte l’influenza della musica possente e maestosa di Richard Wagner; oppure le musiche dei primi compositori Disney (Frank Churchill, Paul Smith) che ricordano per molti versi lo stile di Tchaikovsky, artista che Disney omaggerà ancora ne La Bella Addormentata nel Bosco.
Parlando di musica classica e cinema di animazione Disney non possiamo non pensare a una delle opere più straordinarie e originali del grande cineasta americano, che all’epoca (1940) destò un’ammirazione entusiastica e che porta alle estreme conseguenze la collaborazione tra immagine e suono di cui si parlava all’inizio: Fantasia.
Questa mastodontica opera di animazione si propone di trasporre, quasi di “tradurre in immagini” alcuni famosi e splendidi brani di musica classica, che comprendono una rosa di artisti eccelsi della storia della musica occidentale: dalla Toccata e Fuga di Bach alla Sinfonia Pastorale di Beethoven, dalla Sagra della Primavera di Igor Stravinsky a Una Notte Sul Montecalvo di Modest Mussorgsky.
 
Ciò che rende Fantasia un film-concerto assolutamente straordinario (e il suo “seguito” Fantasia 2000 non è da meno) è la capacità che gli artisti Disney hanno di rendere sul foglio il ritmo e la melodia di quella musica cosiddetta “assoluta”, cioè non corrispondente in alcun modo a un libretto o a un programma, il che significa concretizzare e spazializzare l’astratto e dare un volto visibile a una sequenza di suoni.
In questo modo l’invenzione disneyana realizza compiutamente ciò che teorizzavamo all’inizio: il disegno accompagna la musica e viceversa, in un connubio fantastico e magico, che fonde e valorizza al tempo stesso le due forme d’arte. 
Insomma, possiamo dire, parafrasando il grande Nietzsche: “Senza la musica il cinema sarebbe un errore.” 
Giorgio Todesco
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Mr. Nobody – Recensione Film

Tra le numerose produzioni straniere ignorate dalla distribuzione italiana, vogliamo qui segnalare un film del regista belga Jaco Van Dormael uscito nel 2009, Mr. Nobody.

Per il suo stile molto particolare e per i suoi contenuti filosofico – scientifici, può essere considerato quasi unico nel suo genere, essendo diventato negli ultimi anni, per una parte del pubblico e della critica, un vero e proprio film cult.

È intanto doveroso spendere qualche parola per la colonna sonora, composta da Pierre Van Dormael, fratello del regista e scomparso prematuramente prima dell’uscita del film. Alle tracce composte appositamente per l’opera, con un’orchestrazione che è stata definita minimalista e complessa al tempo stesso, sono affiancati brani di altri artisti, tutti estremamente piacevoli e adatti all’atmosfera della pellicola, tra cui più versioni di Mr. Sandman delle Chordettes, la Gymnopédie III di Erik Satie (musica ambient), Sweet Dreams degli Eurythmics, Where is my mind? dei Pixies, celebri brani di Buddy Holly, delle Andrews Sisters, di Ella Fitzgerald. Un mosaico musicale davvero ben assemblato, che conferisce alla colonna sonora un carattere delicato e riflessivo.
Lodevole la recitazione, specialmente l’interpretazione di Jared Leto, che per questo ruolo così complesso e atipico dà il suo meglio.
Altro aspetto degno di essere ricordato è la fotografia, curata fin nei minimi dettagli, anche a livello coloristico, per ottenere quell’effetto onirico, a volte quasi allucinato e confusionario, tipico del regista e in questo caso funzionale alla trama.

Ma veniamo ai contenuti.

Il film è innanzitutto caratterizzato da una narrazione destrutturata, che intreccia diversi piani non solo cronologici, ma anche “probabilistici”. Pertanto nel film diverse scene vengono presentate in più versioni, a seconda delle scelte del protagonista e dello svolgersi degli eventi che tali scelte condizionano. Per comprendere a fondo quest’aspetto dobbiamo soffermarci sul personaggio di Nemo Nobody, protagonista della storia, e sull’idea di fondo del film: la scelta.
Anno 2092. Nemo Nobody, a 117 anni, è l’ultimo uomo mortale sulla Terra; il resto dell’umanità ha conquistato l’immortalità del corpo grazie a un processo chiamato “telomerizzazione”. L’anziano Mr. Nobody è dunque soggetto all’attenzione mediatica della società del 2092 e sottoposto a sedute di analisi e a interviste che vogliono ricostruire la sua affascinante lunga vita. L’esistenza di Nemo è contrassegnata dalla sua capacità di vivere situazioni, momenti, intere fasi di vita, e poter poi scegliere di ripercorrere quel medesimo segmento temporale compiendo scelte differenti e cambiando il corso degli eventi rispetto al modo in cui li ha già sperimentati. Succede così che, in seguito al divorzio dei genitori Nemo resta a vivere sia con il padre che con la madre. Frammenti di questi due filoni temporali si intersecano continuamente per tutta la durata del film producendo conseguenze diverse e spesso contrastanti: in una versione Nemo muore annegato in seguito a un incidente d’auto, mentre in un altro “universo probabilistico” riesce a salvarsi; intrattiene relazioni con tre diverse amiche d’infanzia, a seconda se resta con la madre o col padre.
Da cosa dipende la volatilità del tempo e degli eventi? Come mai Mr. Nobody riesce a “resettare” la sua storia in questo modo, riscrivendo più volte il corso della propria vita?
Nemo racconta che la ragione di questa sua peculiarità risale al momento prima della sua nascita, quando i bambini conoscono già tutto quello che faranno nella loro vita. Normalmente gli Angeli dell’Oblio posano un dito sulle loro labbra e fanno dimenticare loro il destino che li attende, ma quel giorno gli Angeli non notarono il piccolo Nemo, che fu saltato, e non nacque dunque tabula rasa come tutti gli altri, ma già in grado di prefigurarsi il proprio futuro e di compiere delle scelte di conseguenza.
Il concetto della scelta di vita come strada che esclude tutte le altre possibilità, di kierkegaardiana memoria, fa delle numerose vite di Nemo una non-vita (il suo nome è del resto un senhal proprio di questa sua condizione di non-esistenza, in equilibrio tra le mille possibili).

Per trattare queste tematiche, il film fa riferimento ad alcune teorie proprie della meccanica quantistica, diffuse dagli anni ’60 da studiosi come Erwin Schrödinger o Hugh Everett, che contestavano l’interpretazione di Copenhagen e che ancora oggi sono considerate controverse se non addirittura fantascientifiche: la Many Worlds Interpretation (MWI), la teoria dei mondi paralleli e il concetto di Multiverso; la teoria del Caos, che comprende il cosiddetto “effetto farfalla”, cioè il fenomeno secondo cui, all’interno di un sistema complesso, da minime variazioni derivano conseguenze incommensurabili e in buona misura imprevedibili, di cui nella pellicola si danno diversi esempi (l’incontro tra i genitori di Nemo, la goccia di pioggia che cancella il numero di telefono di Anna, etc..).

Altra teoria molto suggestiva tirata in ballo dal film di Van Dormael è la teoria cosmologica del Big Crunch e le possibili ricadute sull’andamento cronologico dell’universo. Infatti secondo alcuni studi, ancora non comprovati dalla scienza ufficiale, un’inversione del processo di espansione dell’universo potrebbe provocare una sorta di “inversione del tempo”.
Nel film questo momento, cioè il momento di massima espansione dell’universo e l’apice del processo iniziato con il Big Bang, si verifica nell’attimo esatto in cui Nemo, ormai anziano e sotto i riflettori della società del futuro, dopo aver raccontato a un incredulo giornalista le sue diverse vite, spira tranquillo nel suo letto. In quel preciso istante l’“orologio del mondo” si ferma e l’universo torna sui suoi passi, rendendo reversibili la storia e la natura del cosmo.
Mr. Nobody si avvale di tutte queste affascinanti teorie per trattare fino in profondità, come si diceva, una tematica più che mai umana e centrale nella nostra esistenza quale quella della scelta. Anzi forse Nemo non esiste più o non è mai esistito in quanto uomo, proprio perché, a differenza degli uomini comuni ha avuto più possibilità, nel corso della sua vita, di cambiare rotta, imparando letteralmente dai suoi errori, potendoli pertanto prevenire, per poi incappare in nuovi vicoli ciechi, tornare indietro e ricominciare tutto.
Questo ciclo infinito stravolge l’essenza dell’uomo, essere per natura limitato, fallibile, inesorabilmente legato all’ebbrezza della scelta irripetibile e definitiva, all’aut-aut, avrebbe detto Kierkegaard, che lo rende infelice, ma che fa diventare allo stesso tempo unico e speciale ogni momento della sua esistenza.
Noi esseri umani erriamo, non solo in quanto cadiamo nell’errore e nell’illusione, ma anche, nel significato di vagabondaggio esistenziale, perché vaghiamo senza meta prestabilita.
Ecco perché alla nascita dimentichiamo ciò che ci aspetta: il nostro destino è quello di tracciare il nostro cammino con le nostre forze, senza avere una strada tracciata dinnanzi.
Ed ecco perché con Mr. Nobody, l’uomo che non esiste perché non ha scelto, finisce la storia e ricomincia a ritroso un nuovo ciclo di vita, morte e rinnovamento.
Giorgio Todesco

Il castello errante di Howl – Recensione Film

Sophie, una dolce ragazza che lavora in un negozio di cappelli, viene salvata dalle angherie di due soldati dall’affascinante mago Howl, che prova immediatamente una grande simpatia nei suoi confronti. Appena tornata in negozio, però, subisce una terribile maledizione da parte della Strega delle Lande, gelosa dello stesso mago, di cui è innamorata da molto tempo, che trasforma Sophie in una donna anziana, privandola della sua giovinezza. La ragazza, in preda al panico, scappa via, rifiutandosi di rivelare la sua storia a genitori ed amici. Cercando rifugio, si imbatte nel castello errante dello stesso Howl, dove incontra il “demone del fuoco” Calcifer, uno spiritello che custodisce il castello stesso, consentendo il suo movimento. Sophie, per ringraziare Calcifer dell’ospitalità, lo ricambierà ripulendo il fatiscente castello e presentandosi allo stesso Howl, che non la riconosce a causa della maledizione, come nuova “donna delle pulizie”. A questo punto le storie di Sophie, di Calcifer e di Howl stesso si intrecciano in uno scenario che vede lo scoppio di una terrificante guerra tra regni, per cui lo stesso Howl è costretto a combattere contro forze ostili, fino a mettere a repentaglio la propria vita, e in cui Sophie, sempre più legata sentimentalmente al mago, si prenderà cura di lui, stremato e logorato dagli estenuanti combattimenti. Tra i due nascerà una fortissima storia d’amore, fortemente osteggiata dalla strega delle Lande, ma che alla fine consentirà mago e a Sophie di liberarsi  dalle proprie maledizioni, e di poter finalmente coronare il loro sogno d’amore.

La pellicola di Miyazaki è un melò raffinatissimo e mai banale, un fenomenale ibrido tra il classico Magic fantasy e lo Steampunk, in grado di affascinare ed attrarre costantemente il pubblico grazie alla spiccata capacità dell’animatore di Tokyo di creare una costante frenesia emotiva dovuta sia alle vicende ed al carattere dei personaggi (tutti azzeccatissimi) sia, come accennato, ai tumultuosi avvenimenti in cui i personaggi stessi si muovono. Uno dei più grandi punti di forza dell’opera di Miyazaki è quindi l’ambientazione storica, verosimilmente ispirata all’Europa del primo novecento, alle prese con il primo conflitto mondiale (lo si intuisce dai vestiti e dalle uniformi dei soldati, dall’urbanistica delle città che ricorda l’Alsazia, e da vicende storiche presenti nella pellicola e realmente accadute come il volantinaggio aereo da parte di D’Annunzio e l’affondamento in prossimità del porto della corazzata austriaca Santo Stefano) che conferisce alla vicenda una sorta di malinconica atmosfera retrò, arricchita di fascino dalla veridicità di alcuni avvenimenti storici ripresi nella pellicola.
Al fascino dell’ambientazione si aggiunge anche quello dei personaggi, di difficile lettura, sempre scostanti, sempre diversi nelle manifestazioni delle loro emotività, che risultano magnetici e intriganti, e rappresentano una continua sfida per l’osservatore che non sempre è in grado di leggere tutte le sfumature del loro carattere, sfumature che si riflettono sui disegni, che mutano al mutare degli sbalzi d’umore dei protagonisti (Sophie ringiovanisce ogni qual volta che si scopre innamorata del mago), che il disegnatore è quindi in grado di raffigurare magistralmente, esasperando talvolta persino le normali reazioni fisiologiche (vedi La strega delle lande che nel salire le scale del palazzo imperiale suda in maniera tanto copiosa da… sciogliersi). E così Howl è ora sicuro e pacato, ora in preda a crisi di panico, ora in uno stato catatonico (incarna il prototipo dell’intellettuale decadente in preda ad alcool o droghe?), e Sophie è insieme amante e madre dello stesso, in un’altalena emotiva appassionante e travolgente.

Forte anche la denuncia antimilitarista, che porta l’autore a rappresentare il castello errante stesso come  un dolce eremo, un rifugio dalla realtà e dalle atrocità della guerra, in cui Howl e Sophie cercano inutilmente di trovar riparo. Ma la guerra insegue gli uomini fino ai confini del mondo, fin dentro persino ad una realtà immaginaria, schiacciando Howl, i suoi desideri, le sue aspirazioni, fino a farlo diventare poca cosa di fronte alle atrocità del mondo, fino allo sfinimento (emblematica la scena del ritorno dai combattimenti aerei di Howl, che esausto torna al castello e si abbandona alle cure di Sophie). Un mondo che consuma gli individui, i loro amori, le loro passioni, spegnendo gradualmente la fiammella della loro umanità e trasformandoli in mostri. Ma i protagonisti trovano nell’amore la forza per vincere le avversità, facendo risorgere in un mondo devastato dall’orrore della guerra, un futuro di speranza.

Eccezionali i disegni (ma questa non è una novità), strepitose le scene di combattimento, le rappresentazioni delle città in preda alle fiamme e degli eserciti in lotta. Delicatissimi i ritratti dei protagonisti, che vengono rappresentati in tutte le sfumature del loro essere fino quasi alla caricatura. Ottima la sceneggiatura, frenetica e schizofrenica quanto basta per creare un’atmosfera velata e misteriosa. Menzione particolare per Hisaichi e Kimura, che compongono una delle colonne sonore più belle degli ultimi anni, che permette al Castello errante di Howl di stregare anche le orecchie, oltreché la vista. In definitiva la fatica di Miyazaki è annoverabile tra i capolavori del cinema di animazione, un’opera destinata a diventare un punto di riferimento per chiunque voglia approcciarsi al genere, un’opera destinata insomma, a fare epoca!

Francesco Bitto