Amore platonico: cos’è veramente?

Per amore platonico si definisce comunemente un amore che non comprende la dimensione sessuale e spesso nemmeno il contatto; un sentimento non manifesto, che si nutre delle qualità interiori dell’oggetto. Tuttavia, come spesso accade, questa definizione nel tempo è mutata; oggi è lontana da quella originale, e si tende ad abusare dell’espressione “amore platonico” per indicare una semplice cottarella non dichiarata o un rapporto che non prevede atto sessuale. Facciamo un po’ di chiarezza.

Sarebbe davvero bello poter parlare in modo approfondito dei due dialoghi in cui Platone parla di amore: il Simposio e il Fedro. Tuttavia sarò costretta a riassumere brevemente. Nel Simposio Socrate delinea la figura di Eros: figlio di Poros (Espediente) e Penìa (Miseria, Bisogno), a metà tra divino e umano (e perciò un demone), partecipa della natura di entrambi i genitori. A causa della madre è sempre alla ricerca di qualcosa, bisognoso e privo di risorse; ma grazie al padre riesce a cavarsela. Eros è un’entità di mezzo: “Innanzitutto è sempre povero, ed è molto lontano dall’essere delicato e bello, come pensano in molti, ma anzi è duro, squallido, scalzo, peregrino, uso a dormire nudo e frusto per terra, sulle soglie delle case e per le strade, le notti all’addiaccio; perché conforme alla natura della madre, ha sempre la miseria in casa. Ma da parte del padre è insidiatore dei belli e dei nobili, coraggioso, audace e risoluto, cacciatore tremendo, sempre a escogitar machiavelli d’ogni tipo e curiosissimo di intendere, ricco di trappole, intento tutta la vita a filosofare, e terribile ciurmatore, stregone e sofista. E sortí una natura né immortale né mortale, ma a volte, se gli va dritta, fiorisce e vive nello stesso giorno, a volte invece muore e poi risuscita, grazie alla natura del padre; ciò che acquista sempre gli scorre via dalle mani, cosí che Amore non è mai né povero né ricco.

Amore è un’entità imperfetta: non è un dio, non è bello, non è ricco, non ha grazia. Ciò che può fare, in quanto a metà strada tra divino e mortale, è mediare tra queste due sfere: attraverso Amore si può giungere al divino. Ma come? Un uomo, secondo Platone, per mezzo della bellezza e dell’amore verso qualcuno può trascendere la realtà e arrivare al mondo perfetto delle Idee, più precisamente all’Idea del Bello (l’Idea suprema). Questo processo non è immediato: attraverso una lenta “scalata”, che parte dalla bellezza esteriore (e questo si deve sottolineare) per poi arrivare ad apprezzare quella interiore, l’uomo trascende il mondo delle apparenze (e quindi l’apparenza stessa). Questo tipo di sentimento può anche non comprendere la sfera sessuale e il contatto per un motivo prettamente storico e sociale: ai tempi di Platone l’amore (tra le classi alte) era anche e soprattutto omosessuale, e questo era considerato più puro di quello eterosessuale in quanto non mirava alla procreazione e all’appagamento di istinti.

Quello che succede tra gli innamorati (ma che al momento non giova alla nostra definizione) è invece spiegato nel Fedro (leggi Fenomenologia d’amore-Platone). Amore platonico è quindi un amore che, attraverso la bellezza estetica, raggiunge le qualità interiori per innamorarsene: e, come si pensava in Grecia, era un amore univoco e unilaterale. Uno ama, l’altro è semplicemente amato. Ma non importa, se il fine ultimo è arrivare addirittura a ciò che è divino e perfetto! L’amore (omosessuale in primis) era visto a scopo paideutico (di insegnamento e trasmissione della cultura, ma anche di valori), oltre ad essere il sentimento che tutti conosciamo. Cosa che, purtroppo, oggi si è persa.

Giulia Bitto