Risposta di Activision in merito alla questione Crash Bandicoot

Nei giorni scorsi sono circolati parecchi rumor che davano per certa una vendita del brand di Crash Bandicoot da Activision a Sony, lasciandoci non pochi dubbi in merito.
Nella giornata di oggi, un redattore della rivista Videogamer.com ha espressamente chiesto al publisher di chiarire l’attuale situazione dell’eventuale trattativa. 
Activision ha risposto con un secco “no comment”, confermando in buona parte che i sospetti abbiano una qualche fondatezza e restituendo un accenno di sorriso ai fan del mitico marsupiale.
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L’arte ai tempi dell’ iPhone

Oggigiorno siamo così abituati a convivere con la tecnologia da non renderci conto che, iPad, iPhone, e Mac, hanno completamente preso possesso delle nostre vite. Ormai Instagram, Facebook, Twitter, sono il nostro pane quotidiano e per quanto la tecnologia possa essere utile, interessante e divertente, ha comunque cambiato in modo radicale i rapporti interpersonali.
Riflettendo sul peso che questi oggetti hanno avuto sulla società moderna, Kim Dong-Kyu, un artista Koreano, si è divertito ad inserire nei dipinti più famosi degli elementi di “disturbo”. Una sorta di esperimento artistico- sociologico.
Il risultato? Oltre ad essere davvero divertenti, queste opere attirano l’attenzione sul nostro rapporto con le nuove tecnologie e loro influenza sulla società. Confrontando le opere originali con i loro remake, emergono sensazioni di solitudine, alienazione e superficialità dei protagonisti, totalmente dipendenti e incatenati alle nuove tecnologie.
Kim Dong-Kyu con questo progetto, ha aperto una finestra su quelli che sono comportamenti propri della nostra era. Di certo la sua intenzione non era quella di muovere una critica contro la tecnologia e i suoi fruitori, ma semplicemente quella di far capire, in maniera simpatica e a tratti irriverente, che lasciare per qualche ora lo Smartphone in borsa o il computer spento, non può certo farci male.
“La ragazza con l’orecchino di perla”- Jan Vermeer

“L’urlo”- Edvard Munch

“Colazione sull’erba”- Édouard Manet

“A Sunday Afternoon on the Island of La Grande Jatte”- Georges Seurat

“Ritratto di  Marie Therese Walter”- Pablo Picasso

“I giocatori di carte”- Paul Cézanne

“Alphonsine Fournaise”- Auguste Renoir

“Uomo anziano nel dispiacere”- Vincent Van Gogh

“L’uomo al balcone”- Gustave Caillebotte

“Il viandante sul mare di nebbia” – C.D. Friedrich
Consuelo Renzetti

Fabio Volo nei Meridiani da gennaio?

Ebbene sì, lo ha annunciato ieri sera lo stesso Fabio Volo con un tweet rivolto ai suoi followers: << Da gennaio usciranno i miei romanzi nella collana Meridiani>>. Ora non sappiamo se sia una semplice boutade dell’autore o un’affermazione seria, sta di fatto che dal 2014 insieme a Proust, Joyce, Mann e a tantissimi altri nomi importanti della letteratura novecentesca troveremo nella raffinata e colta, nonché costosa, collana mondadoriana anche Fabio Bonetti, questo il vero nome dell’attore, scrittore, conduttore radiofonico e televisivo, doppiatore e sceneggiatore. Ultima fatica di Volo si intitola La strada verso casa edito appunto da Mondadori e presentato dallo stesso autore qualche settimana fa nella trasmissione di Rai Tre Che tempo che fa, condotta da Fabio Fazio.
Ora, non si tratta di critiche intellettualistiche o di chiusura in una turris eburnea letteraria, a cui il volgo profano non può e mai sarà in grado di accedere, ma si tratta a nostro avviso semplicemente di porre le debite distinzioni. Trovarsi nel catalogo mondadoriano un autore che il professore emerito dell’Università degli Studi di Milano, Vittorio Spinazzola, definirebbe paraletterario, ovvero collocato all’interno della letteratura ma entro spazi fruitivi e distributivi differenti, accanto a premi Nobel della Letteratura italiana novecentesca crediamo possa in qualche modo destabilizzare il lettore medio, che di fronte a questa miscellanea si ritrova spaesato e non sempre in grado di utilizzare la sua capacità critica.
Sicuramente i processi di democratizzazione e laicizzazione letteraria che hanno preso avvio fin dalla seconda metà dell’Ottocento hanno reso possibile che in letteratura ci sia certamente posto per tutti e non si debba affermare l’esistenza di una letteratura di serie A ed una di serie B, ma ciononostante entro questo ambito così vasto e apparentemente indifferenziato, è necessario porre delle catalogazione ed inserire i vari testi nelle caselle più appropriate. Il rischio è davvero di non dare a ciascuna opera il giusto valore e la debita importanza che merita.
Lucia Piemontesi

‘La famiglia omosessuale non ci piace, se i gay non sono d’accordo non comprino la nostra pasta’. Le dichiarazioni di Guido Barilla spaccano l’opinione pubblica

Non faremo pubblicità con omosessuali, perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri”.

Guido Barilla, presidente dell’omonima e celeberrima multinazionale della pasta, ha commentato così la questione dei matrimoni gay ai microfoni de La Zanzara, scatenando l’ira del web e di una buona fetta del mondo politico. Incalzato dal conduttore Giuseppe Cruciani, Barilla ha parlato di politica, famiglia e sessualità senza troppi peli sulla lingua: “Per noi il concetto di famiglia sacrale è uno dei valori fondamentali dell’azienda, come la salute e la famiglia, il concetto di famiglia unita. Non faremo pubblicità con omosessuali perché la nostra è una famiglia tradizionale […]Se ai gay piace la nostra pasta e la nostra comunicazione, la mangiano, se non gli piace quello che diciamo, faranno a meno di mangiarla e ne mangeranno un’altra”.

Come prevedibile, la reazione più violenta alle dichiarazioni di Barilla è arrivata dal mondo dell’associazionismo gay: il presidente dell’associazione omosessuale Equality Italia, Aurelio Mancuso, ha invitato al boicottaggio della marca di pasta tramite i social network. Reazioni inviperite sono arrivate anche da parte del deputato Alessandro Zan (SEL), anch’egli esponente del movimento gay e favorevole al boicottaggio dei prodotti della Barilla, e da Ivan Scalfarotto (PD), che ha sottolineato come sia “deprimente che un imprenditore abituato a fare affari e a vendere in tutto il mondo dica cose come quelle che ho sentito da Guido Barilla. La comunità degli affari in tutto il mondo sa che le persone LGBT producono e consumano come tutte le altre persone”.
Tuttavia, non tutti si sono trovati in disaccordo con Guido Barilla: alcuni esponenti politici di destra, come Eugenia Roccella (PDL) e Gianluca Buonanno (Lega,) hanno dichiarato il loro sostegno all’imprenditore perché difensore dell’ “immagine tradizionale della famiglia”. Non sono mancati gli accenni polemici alla legge contro l’omofobia, attualmente in discussione alla Camera e fortemente osteggiata proprio da PDL e Lega perché “lesiva della libertà d’espressione di ognuno”.
Barilla ha porto le sue scuse, dichiarando che non voleva offendere nessuno: “Mi scuso se le mie parole hanno generato fraintendimenti o polemiche, o se hanno urtato la sensibilità di alcune persone. Nell’intervista volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna all’interno della famiglia”. Ma la polemica è già esplosa. E ha fatto riemergere tutte le spaccature della società italiana in materia di diritti LGBT.

Giovanni Zagarella

Cinema – News e Recensioni Film, la pagina facebook per rimanere aggiornati sul mondo della cinematografia

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Dai nostri canali social sarete informati su tutte le più importanti novità del cinema italiano e straniero, inoltre pubblicheremo recensioni e curiosità sui film di ieri e di oggi!
Il nostro giornale online dedica due sezioni principali al mondo del cinema:
  1. Film in uscita – Rubrica Tutti al Cinema!
  2. Recensioni Film di ieri e di oggi

Amicizie, memes e fandom: uno sguardo al mondo e al linguaggio dei social network

Negli ultimi anni stiamo assistendo, tramite il fenomeno dei social network, ad un’imponente rivoluzione dei sistemi d’informazione e di fruizione della cultura. Quello che è avvenuto con la fondazione di Facebook, Twitter, MySpace, LinkedIn, Google+, Badoo, Netlog – e chi più ne ha più ne metta – non si limita a una trasformazione mediatica, ad una mera sostituzione del mezzo comunicativo, ma mette in atto delle modifiche strutturali nel nostro modo di pensare e di concepire il mondo e, di conseguenza, di esprimere tale trasformazione attraverso un nuovo linguaggio.
Il primo concetto a risultare alterato in questo meccanismo è quello di relazione sociale.
La definizione di “amico” è stata così irreparabilmente compromessa che oggi riesce difficile tracciare un confine chiaro tra l’amicizia vera e il semplice conoscersi di vista. Tra i valori amicali e affettivi su cui si basa un rapporto simmetrico e la frenesia del collezionismo isterico di persone rientranti nella cerchia degli “amici”.
Certo, spesso il social network diventa un modo per ritrovare vecchi conoscenti e riallacciare legami interrotti dal tempo, ma nella maggior parte dei casi all’amicizia sul web non corrisponde un background di esperienze e di affetti tra le due persone in questione. Nella maggior parte dei casi un’amicizia serve solo a fare numero, come se la quantità di amici su FB potesse sopperire la scarsa qualità delle relazioni con ognuno di loro.
Ecco perché nella nostra epoca il conformismo e la serialità vanno tanto di moda: una delle ragioni (ma anche dei sintomi) di questa tendenza sta proprio nel rendere l’uomo un prodotto seriale, dozzinale e perciò sostituibile.
Un altro aspetto preoccupante di questo fenomeno è indubbiamente la deriva linguistica, l’impoverimento e irrigidimento dei modi di dire, di adottare una visione del mondo e di concepire le esperienze personali.
In quest’ambito giocano un ruolo fondamentale i memes.
Il termine “meme” non ha origine dai social network, ma dall’epistemologia e da teorie socio-antropologiche degli anni ’60-’70.
Per “meme” si intende “un’unità di informazione residente nel cervello” che può influenzare l’ambiente in cui si trova e propagarsi, attraverso la trasmissione culturale, tra individui che ne fanno uso. In questa accezione generale ogni schema, ogni entità culturale replicabile da un supporto (come un libro, un film o un testo musicale) e non trasmissibile geneticamente è un meme.
Ora veniamo al significato che il meme riveste nell’universo di Internet: un Internet meme è sostanzialmente un fenomeno mediatico diffuso per imitazione attraverso la rete, che può riferirsi a dei contenuti specifici (ad esempio delle citazioni) o a dei modi di dire e di agire condivisi.
Il guaio è che il meme si fa spesso promotore di sterili etichette, che rientrano in quelle strategie della distinzione adottate dai gruppi subculturali, come le tendenze musicali o i fandom. Il risultato finale è un’infinita costellazione di microsocietà, che adottano un linguaggio proprio e che tendono a emarginare tutti coloro che non comprendono o non condividono le allusioni e le caratteristiche del loro mondo artificiale.
Anche quando il meme fa riferimento a un luogo comune diffuso esso è quasi sempre privo di contenuti reali, e adotta stereotipi che rischiano di proiettare forme ormai dominanti all’interno della pseudo-realtà dei social network nella vita quotidiana, mistificando e semplificando paurosamente il reale.
Oltretutto forme di comunicazione simili innescano loop concettuali a volte insolubili, perché autoreferenziali, che allontanano sempre più gli utenti dal mondo concreto e producono una pericolosissima confusione di reale e virtuale.
In questo modo, complice anche la massificazione di questi processi e l’estrema velocità con cui si diffondono e nello stesso modo si dissolvono, Internet e i social network stanno definitivamente completando quell’involuzione e regressione omologante e amalgamante del pensiero e dell’immaginario contro cui ci mettevano in guardia grandi intellettuali come Orwell o Pasolini.
Stiamo attenti a non sottovalutare gli insegnamenti di questi profeti della contemporaneità, testimoni di un pensiero debole sempre attuale, che ci ricorda tutte le storture della società in cui viviamo.
È chiaro che non tutto è da buttar via: da un lato i social network sono diventati spinte propulsive per il lavoro, l’informazione, la creatività; d’altro canto, raccogliendo le funzioni divulgative che un tempo erano proprie della scrittura cartacea, non si può fare a meno di utilizzarli, perfino con finalità critica nei confronti del sistema stesso (come sto facendo io in questo momento!), a patto di non cadere nel non-senso e nella banalità del linguaggio.
Facciamo pertanto attenzione a che questa nuova lingua non diventi una Neolingua (Orwell docet), che costringa l’uomo ad adottare stereotipi per interpretare il mondo, rifuggendo da una dimensione concettuale più profonda e riflessiva. Il rischio è alto, e il prezzo è l’imbarbarimento e la perdita di autonomia intellettuale. Siamo davvero disposti a pagarlo, pur di sentirci “connessi”?
Giorgio Todesco