Meroni, una fiction troppo finta per un campione troppo vero

È nata per piacere la fiction che Rai 1 ha dedicato a Gigi Meroni, indimenticato campione del Torino morto a soli 24 anni nel 1967. L’interpretazione di Alessandro Roja (il “Dandi” di Romanzo Criminale – La serie) è fantastica, la sua controparte femminile (Alexandra Dinu) è a tratti strappalacrime, i costumi perfetti, le scenografie gradevoli. E allora? Cosa vi sto venendo a raccontare? È che la fiction  su Gigi Meroni, cari lettori, dal poetico titolo La Farfalla Granata, è fin troppo bella per essere vera. Non ci racconta, insomma, nel grande pathos della storia d’amore tra il calciatore e la sua Cris, donna sposata ai tempi in cui non c’era il divorzio, l’estro, la fantasia, l’eccesso, il genio, la follia, l’eccentricità, la tragedia dell’uomo in scena.

Sembra quasi che Meroni facesse il calciatore per caso e per mestiere portasse le galline in giro o litigasse con gli allenatori: sono solo tre gli spezzoni d’epoca (più le immagini del funerale alla fine), poche le scene ambientate in campo, pochi i dialoghi che trasmettono il senso di tensione e scandalo che quello che è stato il George Best italiano ha portato nella società italiana degli anni ’60. Buoni sentimenti, situazioni melense, amicizie piatte e precostruite, personaggi la cui psicologia è ridotta all’osso. Guardare La farfalla granata è stato come guardare un’opera nata su un canovaccio morto: il ragazzo eccentrico e piacente, la ragazza innamorata ma promessa a un altro, la madre che ostacola l’amore, perfino il piccolo aiutante che tifa per il trionfo dei sentimenti  contro il gretto utilitarismo. 

E poi? Cosa ci dice di Gigi Meroni di differente rispetto agli stereotipati personaggi che tante volte abbiamo visto e rivisto? Insomma, piace perché non può non piacere, ma è stato come cucire la persona sull’abito e non il contrario.

Voglio provare io a raccontarvelo Gigi Meroni, non perché io l’abbia visto giocare o ne conosca ogni dettaglio della pur breve biografia, ma perché parlando di questo personaggio credo sia possibile tracciare un sommario bilancio di quelli che sono stati gli anni ’60, seppur parziale. Gigi Meroni era un fenomeno incontenibile in campo e fuori, giocava un calcio superiore e folle, a suo modo, in un’epoca dominata ancora dal provincialismo e dalle scuole difensive. 

Lo aveva capito Nereo Rocco, il “Paròn”, grande estimatore della Farfalla, che ne controllava e perdonava le stranezze fuori dal campo. Perché come correva sulla fascia il nostro Gigi Meroni correva anche nella vita: a 21 anni il Torino pagò 300 milioni di lire per strapparlo al Genoa, cifra enorme per l’epoca; era un ribelle, e non solo per i capelli lunghi o per l’abitudine di portare una gallina al guinzaglio, un beatnik semplice ma non ingenuo (come invece traspare dalla miniserie). Era un artista, stilista e pittore, il nostro Gigi Meroni, e non dipingeva solo la sua amatissima Cris ma tanto altro e talmente bene che lo stesso Guttuso, a quanto pare, apprezzò il suo stile. Era anche il lato progressista di un paese troppo indietro sul mondo, il cui andazzo, buono o cattivo che fosse, era stato invece intuito ed interiorizzato da quell’ala destra lombarda che sognava Parigi.
Murales dedicato a Gigi Meroni e alla sua famosa gallina al guinzaglio
E, a ben vedere, la produzione di Rai 1 non ci racconta neanche la morte di Gigi Meroni o, per meglio dire, ce la edulcora. Eccolo, Alessandro Roja saluta la sua amata e scende nel tunnel, non prima di aver dato la sua benedizione all’esordiente Agroppi: poi, una luce bianca si diffonde sullo schermo e il campione scompare alla vista sui titoli di coda. Fine. Applausi.

No, no e ancora no! Gigi Meroni morì in un incidente stradale mentre attraversava incautamente la strada, e per ironia della sorte a colpirlo fu un suo fan, che poi sarebbe diventato presidente del Torino portandolo al fallimento nei primi anni 2000. Che nella storia di Gigi Meroni non si abbia uno, un solo accenno alla beffarda vicenda di questo personaggio, Attilio Romero, è un torto al ricordo stesso del campione che con così bei propositi si voleva riproporre al grande pubblico, E, invece, il risultato è una storia strappalacrime ma, in sostanza, essenzialmente vuota e insoddisfacente. Vorrà dire che per capire Meroni stasera guarderò di nuovo “Best”….

Roberto Saglimbeni

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