Storia e filosofia: la ricerca delle origini e delle cause

Possiamo rintracciare in un primo stadio un uomo che, non essendo dotato ancora della tecnica necessaria, garantista di un sicuro sostentamento, matura tutto il suo interesse su di un piano pragmatico (identificheremo questo come – Stadio della necessità), poi lo stadio in cui l’uomo avendo già affinato la tecnica sposta l’attenzione al miglioramento della qualità intellettuali. Inizia così la maturazione del pensiero filosofico: poi pian piano con l’eccessiva stabilizzazione del benessere assistiamo ad un forte regresso, ecco che l’uomo non si diletta più nella cura della persona ma alla cura di sistemi che in una società di tipo commerciale permettono l’acquisizione di potere (Potere economico).
Ma com’è possibile che lo stesso benessere che abbia portato alla nascita della filosofia sia stato la stessa causa del suo indebolimento? Innanzitutto in un breve preambolo collochiamo per ragioni logistiche la nascita della filosofia a Mileto nel VII sec. a.C. secondo la più diffusa tesi Occidentalistica, in contrapposizione alla tesi Orientalistica che vuole la nascita della filosofia in India in un periodo precedente a quello previsto dalla prima tesi che si colloca circa intorno al 1300 a.C. Parliamo naturalmente di una filosofia primordiale se così possiamo definirla, ancora grezza nella sua essenzialità e molto debole: essa non faceva altro che analizzare fenomeni allora sconosciuti come una pioggia, un tramonto o un qualsiasi altro evento capace di interferire favorevolmente o sfavorevolmente con l’attività dell’ uomo. Ma questa fu la prima di numerose tappe, infatti la filosofia nel corso della sua evoluzione mutò campo d’applicazione, oggetto, metodo d’indagine, spaziando in campi che vanno dalla pedagogia, al diritto e ancora alla matematica fino a giungere anche alla medicina.
Sta di fatto che l’uomo, ancor prima dell’affermazione di un metodo d’indagine scientifico, considerava la filosofia unico strumento capace di spiegare tutto e sempre. La matematica, la chimica, l’astronomia che adesso godono d’autonomia propria  non erano altro che rami della filosofia. La filosofia ha una grande qualità:quella di rafforzare il pensiero, sviluppare il ragionamento, per il resto oramai ha perso ogni attitudine alla spiegazione fenomenica empirica.Ma quanto l’abbandono della filosofia può giovare? Quando si può prescindere da essa ai giorni nostri? La nostra organizzazione sociale è di gran lunga diversa dalla oramai lontana “Poleis“, i sistemi politici sono molto più complessi ma non direi efficienti, il commercio e l’economia prescindono dal bene materiale e si muovono in astratto su mercati finanziari, ma uno è il dato preoccupante. Il sistema complesso andatosi creando ormai ha atrofizzato il pensiero e la riflessione,è troppo frenetico e caotico per permettere all’uomo di pensare.Bisogna agire,mai pensare.Chi pensa non solo resta indietro ma si autoesclude dal sistema. Parliamo di un mondo il nostro che non presenta più le caratteristiche del sistema democratico per come è stato concepito,si è troppo lontani dal potere per interagire con esso, per partecipare,per intervenire;l’apparato burocratico della politica e dei mercati finanziari rendono l’uomo non più motore del economia ma oggetto che l’economia muove, il sistema è impenetrabile.
Quando il sistema politico come quello della “Poleis” era strutturato in modo che quei pochi soggetti non avessero bisogno di scavalcare muri burocratici per interloquire col potere era solo allora che la democrazia poteva dire di essere tale. Ritengo che la nostra democrazia detta rappresentativa per mezzo parlamentare, tutto sia tranne che una democrazia, chiamiamola con un altro termine, perché non è potere del popolo ma potere di quei pochi che rappresentano il popolo. La vera forza e efficienza del sistema democratico sta nel numero. Maggiore è la distanza tra il centro e la periferia, e più difficile sarà il verificarsi di un sistema veramente democratico.
Adesso, la filosofia che da tempo ha fatto posto ad esigenze politico-economiche potrebbe giovare a migliorare la nostra vita? La risposta è sì. La politica è fatta da scelte figlie di compromessi sociali e la filosofia potrebbe aiutare questa a non essere schiava del compromesso bensì figlia del “Dover essere”; la struttura sociale va guidata dal diritto e non dalla legge, va guidata dalla giusto e non dalla giustizia, essa deve essere guidata da un diritto riconosciuto da tutti, un diritto ideale che rispecchia fino in fondo l’ideale sociale. Il diritto non si serve della coercizione affinché sia rispettato ma occorre che esso sia sentito e percepito come giusto, vecco che allora il grande sistema sociale risulterà pienamente efficiente. La  sanzione non restituisce lo status quo ante, non rende giustizia. Diritto è quella legge mai violata perché solo senza il reato esiste la giustizia.

La madre che vede il figlio ucciso non avrà giustizia se al colpevole verrà somministrata un sanzione sia essa più o meno esemplare, ma giustizia è che la madre nn sia mai privata del figlio, la sanzione non restaurerà la situazione iniziale. Ma come si fa quindi a seguire un diritto non legiferato? Ecco a cosa serve la filosofia, solo l’uomo colto, l’uomo che pensa, l’uomo che riflette è in grado di costruire regole che in astratto, senza che siano scritte, risultino più vincolanti della legge scritta.

Dico questo in riferimento alla concezione platonica della filosofia, egli infatti nel quinto libro della Repubblica afferma che il filosofo è amico della saggezza,esso non è un opinionista, il filosofo deve raggiungere gli estremi (bene-male;giusto sbagliato), esso solo se ricerca la perfezione degli estremi è un filosofo altrimenti non sarebbe considerato tale, bensì: Amico delle opinioni. È un discorso, quello di Platone, molto profondo che orienta la filosofia verso la certezza più che l’incertezza, verso la verità piuttosto che la bugia, solo con la ricerca della certezza e della verità la filosofia può servire da guida sociale, può senza coercizione e senza apparati burocratici creare sana e giusta autogestione verso la perfezione e l’armonia della convivenza.
Ora mi chiedo: com’è possibile che Platone, un uomo che visse 2.500 anni fa, riesca ad elaborare pensieri così intrisi di significato e così profondamente marcati da diventare i capisaldi dell’intero sistema filosofico da allora per l’avvenire, e 200.000 anni prima l’uomo riusciva a stento solo a cacciare e coprirsi di pelli? Come nasce un sistema? Quando soprattutto nasce un sistema?
E ancora; com’è possibile che la nascita dell’ uomo venne datata a 2 milioni  e mezzo di anni fa e la comparsa dell’ Homo Sapiens solo a 200,000 anni fa?

Se analizziamo questi dati ci rendiamo conto che per 2 milioni 300 mila anni l’uomo è come se avesse avuto una crescita lenta e stagnante, in relazione invece all’evoluzione del Sapiens, con ciò voglio dire: ma cosa accadde di così straordinario e stravolgente 200.000 anni fa? Questi dubbi esistenziali da sempre hanno turbato l’animo umano e non c’è da stupirsi, perché effettivamente esistono tasselli evolutivi della storia del nostro genere e vuoti cognitivi legati all’esistenza  che non sono stati ancora inseriti correttamente nel grande puzzle.
Ripercorrendo tappe storiche possiamo notare che da sempre il nodo cruciale del Dubbio si origina intorno al perché dell’esistenza umana, e come attratte da un polo magnetico opposto, le domande vanno tutte a convergere in un unico grande insieme: la nostra è solo una transizione? La vita non è fine a se stessa ma essa è prodromica a qualcos’altro, l’Ade, il paradiso e l’inferno, la reincarnazione?.
Ma perché la creazione di questa inesistenza per giustificare l’esistenza stessa originale e tangibile; vivere è la cosa più pragmatica e più vera che l’uno possa fare. Il fatto che le potenzialità del nostro intelletto creino nel nostro immaginario questa voragine di angosce e di dubbi non deve permettere che all’uomo venga rubata quella gioia di vivere, unica cosa certa, meccanica e inconfutabile.

La filosofia dovrebbe operare secondo legami orizzontali e non verticali, essa dovrebbe aiutare le relazioni e i rapporti instaurabili tra individui inseriti in contesti sociali, e non può negarsi che l’unica vera filosofia praticabile, unitaria ed ininterrotta che si è mantenuta tale sin dalle origini è proprio questa; tutte le altre che fondavano tesi su elementi non empirici non solo non hanno portato un giovamento al genere umano ma sono state da sempre e continuamente confutate, fatte a pezzi e ricostruite, tutti si sono sentiti in dovere di dover obbligatoriamente parlare di trascendenza, di prendere le idee altrui, smontarle, passare una mano di vernice e riproporle come se fossero luce irradiante la tartarica ignoranza.

Questa mia dissertazione non vuole precludere di per se un sistema di speranza, la speranza infatti è uno strumento a cui l’uomo ha sempre ricorso perché la sofferenza psicologica è difficile da superare se non con la speranza, ma sarebbe giusto creare una speranza anche che si muove sul piano sostanziale .
E per riuscire meglio a spiegare questo mio concetto di speranza finalistica è utile innanzitutto ricollegarsi alla filosofia di tipo teleologica e poi di fermare il legame che intercorre tra la finalità dell’agire umano e la morte come atto inevitabile e incontrollato.
L’esistenza di un principio organizzativo sia esso di tipo trascendente che immanente è un elemento tipico della teologia, il quale viene a regolare attività volontarie e involontarie dell’uomo al fine del raggiungimento di uno scopo tipico.

Possiamo per prima cosa escludere il principio organizzativo di tipo trascendente visto che nella nostra analisi non potrà essere supportato da fonti certe e passiamo al secondo: cosa in natura potrebbe considerarsi principio organizzativo? Non è una definizione facile da dare visto che sarebbe quasi istintivo attribuire a questo principio una valenza prevalentemente trascendente.
Il principio organizzativo immanente è la conservazione della specie e l’esigenza che c’è nell’uomo di vivere. Il fine dell’uomo certo e antropologicamente documentabile è la vita, unico elemento certo e saldo nel sistema. Il perché l’uomo vuole vivere non va esaminato alla luce di un sistema irrazionale che giustifichi la vita stessa ma partendo dal presupposto che la vita va vissuta perché l’uomo è uomo se vive e contrariamente andrebbe contro alla sua stessa natura: la vita.

Quando si vive si esiste, quando si muore non si vive. Sembrerà lapalissiana questa affermazione ma sarei pronto a giurare che nessuno saprebbe dare una spiegazione più esaustiva della vita e della morte stessa. Sono rimasto sempre affascinato dalle religioni e sono riuscito a trovare in esse quasi sempre un filo conduttore. Oserei identificare la religione secondo tre punti cruciali: il contatto, il messaggio, la speranza. Analizzando il primo punto possiamo affermare che la religione inizia con il contatto, intendiamo con questo l’inizio di un legame tra l’uomo e la divinità, Dio si è fatto uomo nella religione cristiana, Dio ha parlato al profeta nella religione islamica. La seconda tappa è il messaggio, ovvero il mezzo della perpetrazione dell’atto primo, la riunione, la preghiera, l’ascolto del messaggio dalle scritture sono elementi idonei a produrre la forza del sistema. A questo punto è quasi scontato il riferimento a Kant ma trovo in questo punto cruciale della sua filosofia la vera essenza della religiosità.

Egli non condivideva affatto la deviazione che la struttura ecclesiastica avesse creato del messaggio di Dio e da qui elaborò la sua teoria sulla chiesa visibile ed invisibile. Ed ecco che voglio ricollegarmi alla mia tesi iniziale sul diritto. La legge sta alla chiesa visibile come il diritto sta alla chiesa invisibile. Volontariamente o no, la struttura ecclesiastica ha portato secondo il filosofo ad una profonda discrasia tra l’operato della chiesa stessa e il messaggio puro e vero principale di Dio. Kant può essere non condiviso ma sta di fatto che per primo egli ha voluto evidenziare come ciò che nasce per essere giusto nel applicazione pratica non è detto che si tramuti in giustizia. Questo spostamento dell occhio dell osservatore dall’uomo ad un entità ipoteticamente estranea al nostro sistema è ciò che ha indistintamente segnato ogni giurista,ogni pittore,ogni letterato,ogni poeta,ma è giunto il momento che un altro tipo di filosofia si sviluppi: una filosofia sociale. Questo è il compito oserei dire essenziale della filosofia moderna: non vivere per filosofare ma filosofa per vivere meglio!

Giovanni Cosentino
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Amore platonico: cos’è veramente?

Per amore platonico si definisce comunemente un amore che non comprende la dimensione sessuale e spesso nemmeno il contatto; un sentimento non manifesto, che si nutre delle qualità interiori dell’oggetto. Tuttavia, come spesso accade, questa definizione nel tempo è mutata; oggi è lontana da quella originale, e si tende ad abusare dell’espressione “amore platonico” per indicare una semplice cottarella non dichiarata o un rapporto che non prevede atto sessuale. Facciamo un po’ di chiarezza.

Sarebbe davvero bello poter parlare in modo approfondito dei due dialoghi in cui Platone parla di amore: il Simposio e il Fedro. Tuttavia sarò costretta a riassumere brevemente. Nel Simposio Socrate delinea la figura di Eros: figlio di Poros (Espediente) e Penìa (Miseria, Bisogno), a metà tra divino e umano (e perciò un demone), partecipa della natura di entrambi i genitori. A causa della madre è sempre alla ricerca di qualcosa, bisognoso e privo di risorse; ma grazie al padre riesce a cavarsela. Eros è un’entità di mezzo: “Innanzitutto è sempre povero, ed è molto lontano dall’essere delicato e bello, come pensano in molti, ma anzi è duro, squallido, scalzo, peregrino, uso a dormire nudo e frusto per terra, sulle soglie delle case e per le strade, le notti all’addiaccio; perché conforme alla natura della madre, ha sempre la miseria in casa. Ma da parte del padre è insidiatore dei belli e dei nobili, coraggioso, audace e risoluto, cacciatore tremendo, sempre a escogitar machiavelli d’ogni tipo e curiosissimo di intendere, ricco di trappole, intento tutta la vita a filosofare, e terribile ciurmatore, stregone e sofista. E sortí una natura né immortale né mortale, ma a volte, se gli va dritta, fiorisce e vive nello stesso giorno, a volte invece muore e poi risuscita, grazie alla natura del padre; ciò che acquista sempre gli scorre via dalle mani, cosí che Amore non è mai né povero né ricco.

Amore è un’entità imperfetta: non è un dio, non è bello, non è ricco, non ha grazia. Ciò che può fare, in quanto a metà strada tra divino e mortale, è mediare tra queste due sfere: attraverso Amore si può giungere al divino. Ma come? Un uomo, secondo Platone, per mezzo della bellezza e dell’amore verso qualcuno può trascendere la realtà e arrivare al mondo perfetto delle Idee, più precisamente all’Idea del Bello (l’Idea suprema). Questo processo non è immediato: attraverso una lenta “scalata”, che parte dalla bellezza esteriore (e questo si deve sottolineare) per poi arrivare ad apprezzare quella interiore, l’uomo trascende il mondo delle apparenze (e quindi l’apparenza stessa). Questo tipo di sentimento può anche non comprendere la sfera sessuale e il contatto per un motivo prettamente storico e sociale: ai tempi di Platone l’amore (tra le classi alte) era anche e soprattutto omosessuale, e questo era considerato più puro di quello eterosessuale in quanto non mirava alla procreazione e all’appagamento di istinti.

Quello che succede tra gli innamorati (ma che al momento non giova alla nostra definizione) è invece spiegato nel Fedro (leggi Fenomenologia d’amore-Platone). Amore platonico è quindi un amore che, attraverso la bellezza estetica, raggiunge le qualità interiori per innamorarsene: e, come si pensava in Grecia, era un amore univoco e unilaterale. Uno ama, l’altro è semplicemente amato. Ma non importa, se il fine ultimo è arrivare addirittura a ciò che è divino e perfetto! L’amore (omosessuale in primis) era visto a scopo paideutico (di insegnamento e trasmissione della cultura, ma anche di valori), oltre ad essere il sentimento che tutti conosciamo. Cosa che, purtroppo, oggi si è persa.

Giulia Bitto