Steve McCurry: il colore dell’uomo

Afghan Girl, Peshawar, Pakistan, 1984

“La maggior parte dei miei scatti riguardano le persone. Cerco il momento svelato, l’attimo in cui l’anima ingenua fa capolino e l’esperienza s’imprime sul volto di una persona”.
Steve McCurry
Se c’è un fotografo di reportage che è emblema di quest’epoca quello è sicuramente Steve McCurry.
È sua la fotografia più nota, “Ragazza afgana“, scattata a Peshawar, in Afghanistan e copertina del numero di giugno del 1985 del National Geographic; ragazza che fino al 2002 nemmeno sapeva d’esser diventata famosa e che quando McCurry la ritrovò la descrisse con queste parole: “la sua pelle è segnata, ora ci sono le rughe, ma lei è straordinaria come tanti anni fa”.

Holi Festival, Rajasthan, India, 1996

Il colore si riversa nell’occhio di Steve McCurry che sapientemente riesce ad immortalarlo nel freddo attimo eterno della fotografia. Ricerca la condizione umana impressa sui volti dei suoi soggetti, nelle sue foto c’è sempre un attimo di sospensione e perfino le foto più crude mostrano la tempesta di emozioni che impervia nell’uomo. Sono rari quei fotografi in grado di leggere la realtà e di saperla tradurre a colori, perché seppur è vero che il bianco e nero è l’essenza stessa della fotografia il colore è la vibrazione dell’anima. Come se non bastasse le fotografie di McCurry non sono fotografie studiate ma bensì degli attimi di reportage in cui il momento e la situazione devono esser sfruttati al meglio.

“Il bianco e nero va sicuramente bene, e in generale tutto dipende dalle situazioni, però c’è da dire una cosa: la vita è a colori e per questo  la scelta del colore mi sembra più logica, molto naturale. Attraverso il colore restituisco la vita come appare.”
Steve McCurry

Steve McCurry, Weligama, Sri Lanka, 1995
Il 24 febbraio del 1950 nasceva a Filadelfia, in Pennsylvania, Steve McCurry. Si iscrisse alla Penn State Universty dove si appassionò alla fotografia lavorando per il quotidiano dell’università: The Daily Collegian, ed anche se inizialmente si interessò alla fotografia ed al cinema nel 1974 ottenne una laurea in teatro. Dopo due anni passati a lavorare per il Today’s Post presso il King of Prussia poté partire come fotografo freelance per l’India e fu lì che nacque l’artista che oggi noi tutti conosciamo.
“Già il solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse, procura gioia e dà una carica inesauribile”.
Steve McCurry

Rajasthan, India

McCurry ha fotografo i conflitti avvenuti in Iran-Iraq, a Beirut, in Cambogia, nelle Filippine, in Afghanistan e la Guerra del Golfo.Collabora con la rivista National Geographic Magazine e dal 1986 è membro della Magnum Photos.

Ha vinto numerosi premi tra cui il Robert Capa Gold Medal, (an award for best published photographic reporting from abroad requiring exceptional courage and enterprise) un premio conferito solamente a quei fotografi che si distinguono per coraggio e spirito d’intraprendenza, per il reportage sulla guerra in Afghanstan per il Time. Per fare il servizio si cammuffò con abiti tradizionali per attraversare il confine tra il Pakistan e l’Afghanistan mentre il territorio era ancora sotto controllo dei ribelli. Per avere la certezza di riportare indietro i rullini li cucì nei vestiti. Quelle immagini fecero il giro del mondo. È ritratto nel documentario “Il volto della condizione umana”, di Denis Delestrac, regista francese, prodotto nel 2003. Inoltre propone workshop di fotografia a New York o in Asia.

Dust storm, ­Rajasthan, 1983 
“Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità”.
Steve McCurry

Shaolin monks training, Zhengzhou, China, 2004
Lavorando sia in digitale che in analogico McCurry ha però ammesso di preferire la pellicola e di questa in particolare la Kodachrome e di fatti spettò a lui l’onore di utilizzare l’ultimo rullino prodotto nel luglio del 2010. Molte foto sono state pubblicate su internet dalla rivista “Vanity Fair”.

“Ho fotografato per 30 anni e ho centinaia di migliaia di immagini su Kodachrome nel mio archivio. Sto cercando di scattare 36 foto che agiscano come una sorta di conclusione, per celebrare la scomparsa di Kodachrome. È stata una pellicola meravigliosa.”
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Robert Capa, l’intervista ritrovata, parla di se stesso e di quello ‘scatto in trincea’

Se le vostre foto non sono abbastanza belle, allora non siete abbastanza vicini“. Queste le parole del famoso Robert Capa, lui vicino lo era davvero al momento della realizzazione del suo scatto più noto: “Il Miliziano colpito a morte” durante la guerra civile spagnola.

In un’intervista risalente agli anni ’40 (Clicca QUI per sentire la registrazione), recentemente scoperta, racconta come abbia ottenuto quell’immagine osannata ma allo stesso tempo screditata come scena riprodotta. “È probabilmente lo scatto migliore che abbia mai fatto, pur non potendolo mai vedere in macchina perchè la fotocamera si trovava al di sopra della mia testa“. Disse Capa durante lo show radiofonico dell’NBC “Hi! Jinx” di quegli anni (1947). Si trovava nella trincea assieme ai soldati che tentavano di espugnare una postazione di mitragliatrici, ma ogni volta che vi era una sortita venivano abbattuti.

Continua Capa: “andarono avanti così per almeno altre quattro volte, durante l’ultimo assalto ho sollevato la macchina fotografica sopra la testa e ho scattato alla cieca, ho poi spedito le foto per lo sviluppo“.

Rimasi in Spagna per tre mesi. Quando tornai ero un fotografo famoso, grazie a quello scatto perché riuscii a riprendere un soldato nel momento in cui veniva colpito“.

Fortunato a tornare a casa sano e salvo, Robert Capa rimase accidentalmente ucciso nel 1954 mentre documentava la guerra nel Sud-est Asiatico.

La registrazione del ’47 fu ritrovata dal curatore capo dell’International Center of Photography Brian Wallis e divulgata per il centenario della nascita di Robert Capa.

James Nachtwey, l’anima del reportage

Survivor of a Hutu death camp, © 1994 by James Nachtwey

“Per me, la forza della fotografia sta nella propria capacità di evocare un senso di umanità. Se la guerra è un tentativo di negare l’umanità, allora la fotografia può essere concepita come l’opposto della guerra, e se usata bene può essere un ingrediente potente nell’antidoto alla guerra”. 
James Nachtwey
È nel reportage che il vero fotografo si riconosce, in questa ricerca della conoscenza, della profondità e della varietà dell’animo umano, nella voglia d’avventura. In questo James Nachtwey si riconosce come artista d’elitè in una società in cui i valori di questo lavoro sono messi da parte a favore di un virtuosismo tecnico e plastico. Il suo non è solamente un impiego, ma un vero e proprio impegno personale che lo porta a conoscenze di realtà politiche estreme in cui l’uomo è solamente un oggetto e come tale viene trattato; punto forte del suo lavoro che riesce magistralmente a far emergere dai suoi scatti arditi e fieri.
“Sono stato un testimone e queste immagini sono la mia testimonianza. Gli eventi che ho registrato non dovrebbero essere dimenticati e non devono essere ripetuti”. 
James Nachtwey
Da uomo diviene memoria universale, attraverso il suo obbiettivo si fissa come immagine indelebile il suo sguardo che nuovamente porta a noi gli orrori riflessi negli occhi da lui immortalati.
Si avvicina alla ricerca fotografica grazie alla guerra nel Vietnam ed al movimento per i diritti civili. Lavora per la rivista Time ed è stato membro della Magnum Photos, nonché membro fondatore dell’Agenzia VII. Guatemala, Libano, Cisgiordania, Gaza, Israele, Indonesia, Thailandia, India, Sri Lanka, Afghanistan, Filippine, Corea del Sud, Somalia, Sudan, Rwanda, sono solo alcuni dei campi di battaglia in cui è stato. Tra i suoi premi spiccano il Robert Capa Gold Medal vinto ben cinque volte ed il World Press Photo Award di cui ha vinto due edizioni. Nel 2001 Christian Frei gira un film basato sulla sua vita intitolato “War Photographer“. È senza dubbio il miglior fotografo reportagista contemporaneo, capace di regalarci emozioni che non credevamo esistessero ancora nella nostra società.
James Nacthwey
“Anche nell’era della televisione, la fotografia mantiene una capacità unica di cogliere un attimo fuori dal caos della storia per conservarlo e tenererlo sotto i riflettori. Mette un volto umano su eventi che potrebbero altrimenti offuscarsi in astrazioni politiche e statistiche. Si dà voce a persone che altrimenti non ne avrebbero una. Se il giornalismo è la prima bozza della storia, allora la fotografia è ancora più difficile, perché per catturare un attimo non si dispone di una seconda possibilità”.  

Andrea Silva