Anche le fiabe diventano grandi: le rivisitazioni moderne di Angela Carter

Chi da bambino non ha ascoltato, magari rannicchiato sotto le coperte, le fiabe popolari? Cappuccetto Rosso, Barbablù, Pollicino, Biancaneve, e via dicendo?
Proprio di queste storie si è occupata Angela Carter (1940 –1992), giornalista e scrittrice inglese. Una grande parte della sua produzione letteraria si lega infatti alle fiabe classiche, che l’autrice amava non solo tradurre (in particolare quelle di Perrault dal francese), ma anche riscrivere e reinterpretare in chiave a volte femminista, a volte erotica, altre semplicemente moderna. I racconti della scrittrice – storie non più soltanto per bambini, ma indirizzate più che altro ad un pubblico adulto – riprendono costantemente i temi a lei più cari: l’identità, sempre in continua evoluzione; la femminilità, che trionfa sul maschilismo in una nuova inversione delle parti (siamo negli anni Settanta); e la bestialità, che si può associare a molti dei personaggi da lei creati. Inoltre, una caratteristica portante delle opere dell’autrice inglese è il fatto di ritrovarsi continuamente al limite di due categorie: i suoi personaggi oscillano tra l’uomo e la donna, tra l’umano e l’animale, tra la realtà e l’illusione e, soprattutto, tra copia e originale, fiaba popolare e sua rielaborazione.


L’opera più conosciuta di Angela Carter è probabilmente la raccolta di racconti La camera di sangue (1979), il cui titolo fa riferimento all’omonimo componimento, il primo e più lungo di tutta la serie. Il libro comprende dieci brevi storie – ispirate alle fiabe più famose – scritte in modo ibrido, con strutture e toni differenti che passano dal comico al fantastico. Il genere letterario di queste opere non è quindi del tutto definibile in quanto spazia dal realismo magico al gotico, dalla fantascienza al genere erotico. Lo scopo di questi racconti “moderni” non è quello di rappresentare una riscrittura per adulti dei componimenti per bambini, ma di far uscire dalle fiabe popolari il loro contenuto latente, generalmente ignorato.

I dieci racconti presenti nella raccolta sono La camera di sangue, ispirato a Barbablù; La corte di Mr. Lyon e La sposa della tigre, rivisitazioni della fiaba tradizionale de La Bella e la Bestia; Il gatto con gli stivali, una versione piuttosto comica dell’omonima fiaba; Il re degli elfi, che si lega alle fiabe folkloristiche; La bambina di neve, una breve variante dark e misteriosa di Biancaneve; La signora della casa dell’amore, liberamente ispirata a La Bella Addormentata nel bosco, ma con un risvolto più vampiresco; Il lupo mannaro, dove la fiaba di Cappuccetto Rosso viene stravolta e la nonna viene trasformata nel principale nemico; La compagnia di lupi, una versione di Cappuccetto Rosso in cui il lupo diventa uno dei personaggi più importanti ed enigmatici; e Lupo-Alice, un racconto che si ispira a Cappuccetto Rosso, Alice nel Paese delle Meraviglie e Il libro della giungla.


La storia che chiude la raccolta è appunto Wolf-Alice, Lupo-Alice. La favola narra di una bambina, chiamata Lupo-Alice, che crede di essere un lupo: è infatti cresciuta allo stato brado con questi animali e si ritiene quindi parte della loro specie. Un giorno però viene ritrovata da degli esseri umani in una tana ed è così salvata e portata in un convento, dove delle suore decidono di accudirla. Lupo-Alice non ha però nulla di umano: le sue tutrici cercano di educarla ed umanizzarla, ma le uniche azioni che riesce ad imparare sono sedersi, nutrirsi e occuparsi della propria igiene personale. Dati gli scarsi risultati ottenuti nella formazione della piccola, questa viene trasferita nella casa di un Duca dai tratti vampireschi (dorme infatti di giorno e si nutre di cadaveri durante la notte) il quale è totalmente indifferente alla presenza della bambina. La protagonista sembra assumere dei tratti vagamente umani solo quando, una volta avuto il primo ciclo mestruale, inizia a porsi delle domande e ad imparare lo scorrere del tempo: l’eterno presente in cui Lupo-Alice viveva diventa a questo punto un tempo ciclico, che è in grado di riconoscere e con cui familiarizza. Un oggetto complice della crescita della ragazza è lo specchio: inizialmente la protagonista vede in esso soltanto la figura di un’insolita amica con cui giocare ma, successivamente, osservando i propri cambiamenti fisici, comprende quale sia la sua vera funzione e impara a riconoscere la propria immagine riflessa. Il totale distacco della bambina dal mondo animale avviene quando, trovato un vecchio abito bianco appartenuto alla nonna del Duca, lo indossa e si osserva allo specchio; in questo modo Lupo-Alice riesce a comprendere in modo definitivo quale sia la sua reale identità, umana e femminile, e lo fa non attraverso un’istruzione morale, ma in completa autonomia. 

Quando un giorno il Duca viene ferito da un colpo di fucile, si instaura tra i due personaggi un primo vero rapporto. La ragazza si prende infatti cura di lui, probabilmente vedendo nell’uomo qualcosa di molto simile a lei: il Duca ferito viene infatti paragonato ad un lupo intrappolato in una tagliola e ad una donna in travaglio sanguinante, condividendo in questo modo con Lupo-Alice l’animalità e la femminilità. Comprendendo il dolore dell’uomo, la ragazza lecca le ferite del Duca, mentre lo specchio posto davanti a loro riflette soltanto l’immagine di lei. Ma, mentre la ragazza lecca affettuosamente i tagli dell’uomo cercando di placare la sua sofferenza, il riflesso di lui comincia pian piano ad apparire, come riportato in vita dalle attenzioni amorevoli di lei. Lo specchio è quindi l’oggetto chiave che riconduce i due personaggi al mondo umano: Lupo-Alice riesce attraverso di esso a riconoscere la propria immagine e a prendere coscienza della propria femminilità, mentre il Duca appare nello specchio solo nel momento in cui si rende conto che il suo corpo è degno di essere amato, ed è quindi a tutti gli effetti umano. Proprio guardando verso lo specchio il racconto si chiude, descrivendo il viso del Duca che vi appare pian piano.
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“Alla ricerca del tempo perduto” e i suoi cent’anni di difficoltà

Compie cent’anni Du côté de chez Swann, il primo volume dei sette che compongono À la recherche du temps perdu, il capolavoro di Marcel Proust (1871-1922) pubblicato proprio nel novembre del 1913. Nonostante oggi sia una delle maggiori opere della letteratura francese, il romanzo non ebbe inizialmente un grande successo. Completato nel 1912 – e successivamente modificato più volte dallo scrittore – il dattiloscritto fu sottoposto con scarsi risultati a due editori, Fasquelle e la Nouvelle Revue Française, fondata dal premio Nobel André Gide. E’ proprio quest’ultimo a incaricarsi della lettura dell’opera e a darne un giudizio negativo, rifiutandone la pubblicazione. Proust temeva che Gide non avesse nemmeno letto il suo scritto a causa dell’antipatia tra i due: l’editore leggeva spesso gli articoli pubblicati da Proust su Le Figaro e lo considerava uno snob privo di talento. 

L’autore della Recherche si affidò così ad altri editori, ma la risposta fu sempre la stessa: un totale rifiuto, tanto che Alfred Humblot, direttore di una casa editrice, disse riguardo al libro: “Sarò forse uno sciocco ma davvero non riesco a capacitarmi del fatto che un tizio possa impiegare ben trenta pagine per descrivere come si giri e rigiri nel letto prima di addormentarsi”. Proust tuttavia sapeva di aver creato l’opera che da almeno vent’anni sognava di scrivere e, aiutato dalle sue buone condizioni economiche, decise di mettere in commercio il libro (facendosi carico di ogni spesa di pubblicazione) tramite l’editore Bernard Grasset, che nemmeno lo aveva letto. 
Una volta divulgata l’opera, Gide, incuriosito, decise di leggerla con più attenzione e si rese conto del terribile sbaglio commesso, fino ad arrivare a scrivere a quello che considerava un avversario: “Da qualche giorno non lascio più il vostro libro; me ne sazio con diletto, mi ci sprofondo. Ahimè, perché deve essermi così doloroso amarlo tanto? Aver rifiutato questo libro rimarrà il più grave errore della Nouvelle Revue Francaise e, poiché ho la vergogna di esserne in gran parte responsabile, uno dei rimpianti, dei rimorsi più cocenti della mia vita”. Lo scrittore chiese così a Proust di abbandonare il suo editore e di pubblicare i volumi seguenti con lui; tuttavia, a causa della guerra, il volume successivo, All’ombra delle fanciulle in fiore, uscì solo nell’anno 1919. 
Il grande successo dell’opera è oggi dato per scontato ma, cent’anni fa, non fu per niente facile per Proust affermarsi. Il pubblico della Recherche era inizialmente scosso e per certi aspetti anche annoiato dall’opera dello scrittore francese: avendo letto soltanto la prima piccola parte di un ciclo di romanzi molto ampio, non era ancora chiara la piega che l’intero lavoro avrebbe preso, lasciando quindi forti dubbi in chi leggeva. Lo scrittore, consapevole delle difficoltà provenienti dal suo libro, aveva rilasciato un’intervista sul giornale Le Temps pochi giorni prima della pubblicazione, cercando di mettere sulla buona strada gli ipotetici lettori. Sottolineò quindi come Dalla parte di Swann fosse solo la prima parte di una lunga opera, nella quale i personaggi sarebbero cambiati di libro in libro, evolvendosi. Nonostante queste avvertenze fornite dall’autore, molti lessero il romanzo solo in parte e con scarsa attenzione; tra questi la maggior parte ne rimase disorientata e annoiata fin dalle prime pagine. Henri Ghéon, un critico letterario dell’epoca, scrisse in un articolo sull’opera: “Quell’organica soddisfazione che ci procura un’opera di cui abbracciamo con uno sguardo tutte le membra e la forma, Proust ce la rifiuta ostinatamente. Il tempo che un altro avrebbe impiegato a fare luce in questa foresta, a misurare lo spazio, a aprirvi delle prospettive, lo impiega a contare gli alberi, le diverse specie di essenze, le foglie sugli alberi e quelle che sono cadute. E ogni foglia la descriverà come diversa dalle altre, nervatura per nervatura e il dritto e il rovescio. Ecco il suo divertimento e la sua civetteria. Scrive dei ‘pezzi’. Mette il suo orgoglio nel ‘pezzo’: cosa dico? nella singola frase.” Non mancano però le recensioni positive, come quelle di Rainer Maria Rilke o Jacques Rivière, che scrisse infatti che il romanzo di Proust è così profondo da non riuscire a staccarsene nemmeno per un istante. 

L’incomprensione iniziale – dovuta sia alla difficoltà della prosa ricca, sia ai temi piuttosto innovativi per l’epoca come l’introspezione, l’analisi psicologica e la memoria involontaria (tra cui il celebre episodio della madeleine col the) – non ha però impedito il grande successo letterario di quest’opera che, a distanza di cento anni, viene ancora considerata una delle più importanti del Novecento. Sono molte le iniziative che festeggiano questo importante compleanno, ma non soltanto in Francia: a New York, alla Morgan Library and Museum, è stata infatti allestita una mostra, intitolata “Marcel Proust and Swann’s Way”, in cui sono presenti alcune lettere e quaderni su cui l’autore scrisse la sua più famosa opera, compresi di numerose correzioni, schizzi e revisioni.