Kurt Cobain, l’alieno a fumetti

When I was an alien cultures weren’t opinions” gridava l’inizio di Territorial Pissings in Nevermind. Questo in parte spiega il titolo di “Kurt Cobain – Quando ero un alieno“, la graphic novel che ha preso vita dall’idea di Danilo Deninotti e Toni Bruno e che ci propone un’immagine insolita del frontman dei Nirvana, nelle librerie dal 14 novembre.

Al posto del capellone spettinato con la camicia a quadri c’è un bambino biondo pieno di fantasia che, come suggerisce il titolo, crede di essere un alieno e che, prima o poi, volerà in luoghi lontani con un’astronave.
In una serie di immagini sui toni del grigio, quella che sembrava essere la pura fantasia di un bambino si rivela sempre più reale. L’adolescenza, l’avvicinarsi alla musica, l’incontro con i futuri compagni di avventura Dave Grohl e Krist Novoselic, oltre a quello con storici gruppi come Melvins e Sonic Youth che segneranno per sempre la sua creatività: questo è il percorso di Kurt che intanto inizia a perdersi, a diventare, appunto, l’alieno che noi conosciamo.
La storia ripercorre la vita di Kurt Cobain, quindi, prima del successo, prima di diventare un idolo per qualcuno, o semplicemente l’ennesimo rocker depresso e drogato per qualcun altro.

Potrebbe sembrare riduttivo leggere nella fretta di qualche tavola l’esistenza di un personaggio di così grande importanza per la storia del rock: lungi dall’accostamento con le più impegnative biografie che tentano di ricostruire la storia del mito, in questo libro si ritrova la più sensibile vita di un ragazzo difficile, alieno e alienato, che fa a botte con il mondo, come ogni adolescente. Un Kurt molto più vicino al nostro pianeta di quanto non pensasse egli stesso.

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Il grunge è nato con i Nirvana?

Quante volte, seduti sulle vostre sedie, tranquilli e beati, avete visto condividere su facebook “Smells like teen spirits” da qualche sedicente sedicenne rocker con accompagnato il commento “Hanno inventato un genere”?

Ebbene sì, parliamone. Vi preavviso subito che questa NON è una critica ai Nirvana, gruppo che ritengo valido e importantissimo.
In questo articolo, al contrario, cerco di far conoscere ai più un’altra band fondamentale e spesso lasciata abbandonata a se stessa negli ambienti più underground e “musicofili”: il grunge non nasce negli anni ’90. Come tutti i generi e i movimenti musicali moderni ha tantissimi precursori. Tra questi, il gruppo che ha stabilito le basi in maniera più accurata e canonizzante sono stati senza dubbio i Dinosaur Jr.

Attivi dal 1983, i Dinosaur Jr pubblicano nel 1985 il loro primo album, “Dinosaur”. La decadenza adolescenziale, il suono corrotto e il senso di vuoto, tipiche caratteristiche del movimento novantino, appaiono già ben chiare dalla prima traccia di questo manifesto, “Forget the swans”. Tuttavia le influenze puramente hardcore punk e noise sono ancora troppo evidenti perché si possa definire questo album (comunque interessante e importante) come il “natale del Grunge”. Ad essere effettivamente un’indiscutibile genesi del genere sarà, infatti, il loro secondo album, “You’re living all over me” (1987) L’importanza e l’avanguardia di questo album, manifesto di un genere quanto di tutto il malessere che lo precede, portano i Dinosaur Jr ad essere un dei gruppi più importanti degli ultimi 30 anni. Cavalcando delusioni adolescenziali con la delicatezza distorta che sarà tòpos del sound grunge seattliano (grazie soprattutto alle sperimentazioni volute dal chitarrista, Mascis), i Dinosaur Jr con grande anticipo colgono il disagio giovanile tipico che sarebbe stato percepito da un’intera generazione negli anni ’90.

Spesso inseriti tra i gruppi più importanti del noise e dell’indie anni ’80, bastano pochi ascolti riflessivi per capire quanto i suoni di “You’re living all over me” abbiano in realtà influenzato e anticipato la scena seattloniana, cavalcata poi da gruppi come i Nirvana. Consiglio profondamente a tutti i lettori di dare una chance a questa band. Inserisco qui sotto uno dei pezzi più rappresentativi.

Alter Bridge, la fortezza post-grunge torna a colpire con ‘Fortress’ – Recensione disco

A 3 anni di distanza dal loro ultimo lavoro, “AB III” (2010, Roadrunner Records), gli Alter Bridge tornano sulla scena della musica mondiale con “Fortress”.
Nel tempo che ha diviso queste due ultime prove, le perplessità destate dagli altri progetti dei membri più in rilievo della band (Mark Tremonti ha lavorato su un progetto solista mentre Myles Kennedy si è concentrato molto nel suo progetto con il chitarrista ex-Guns n’ Roses, Slash) avevano preoccupato tantissimi fan.

Le tonalità cupe, il pessimismo nei riff e l’oscurità di Fortress rendono l’ascoltatore subito consapevole di una realtà: gli Alter Bridge di Blackbird, ancora giovani e fiduciosi per un futuro migliore (si vedano brani come Rise Today), non torneranno mai più.
Parentesi grunge come Lover si amalgamano tra sfuriate rapide e complessi riff metal che, timidamente, fanno l’occhiolino addirittura a ritmiche di stampo djent e, in alcuni tratti, metalcore (The Uninvited).
Le influenze musicali in “Fortress” sono del tutto rinnovate, ma il marchio di fabbrica AB non smette di comparire e, anzi, si solidifica in una realtà musicale ben coordinata e pensata. Ogni brano racconta di esperienze di dolore, di errori e di rimpianti in una tracklist che presenta anche pezzi coraggiosi e dalla lunga durata (la stessa title track “Fortress”). Al contrario di quanto si tendeva a temere prima dell’uscita dell’album, Fortress è una prova tutt’altro che forzata e commerciale. È, invece, evidente la maturazione di una band che, in questo caso, ha quasi abbandonato totalmente i toni commerciali e conformisti che erano soliti caratterizzare, in almeno 2 o 3 momenti, i vecchi lavori.

Non ci troviamo di fronte a un long-playing perfetto né al capolavoro della band. In alcuni tratti, infatti, il cd tende a svilupparsi con troppa lentezza (tra Calm the Fire e Farther Than The Sun). Tuttavia si può assolutamente affermare con certezza che gli Alter Bridge, per la quarta volta di seguito, non deludono i loro fan, si evolvono e dimostrano di essere una tra le più interessanti band che, negli ultimi anni, ha cavalcato il panorama del rock/metal più mainstream.
Addicted to Pain, il primo singolo dell’album, uscito il 12 Agosto in Europa e il 20 Agosto negli Stati Uniti.

Duff McKagan afferma: ‘Gli Stone Temple Pilots hanno fatto quello che dovevano fare licenziando Scott Weiland’

Il celebre bassista Duff McKagan, ex compagno di band di Scott Weiland nei Velvet Revolver, ha parlato di lui e del suo licenziamento da parte degli Stone Temple Pilots, band di cui Scott era frontman e cofondatore, al programma radiofonico “Standard Ass Rock Show” su 101.5 KFLY ad Eugene, Oregon.
Alla domanda se crede che Weiland faccia ancora uso di droghe Duff risponde: “Non direi mai una cosa del genere pubbicamente, davvero….So che ha dei bambini e gli auguro il meglio perchè ho visto la sua parte buona”
Duff continua: “I ragazzi degli Stone Temple Pilots hanno fatto quello che dovevano. Capisco perfettamente quello che hanno dovuto fare. Penso che hanno ricevuto un sacco di critiche dai fan degli STP, ma cosa dovevano fare? Hanno fatto la cosa giusta per loro – sono ragazzi puliti e brave persone, ragazzi per cui fareste il tifo se li conosceste e sapeste quello che hanno passato. Ho vissuto la stessa situazione con il loro cantante ed è davvero frustrante. E’ davvero frustrante quando le cose vanno bene e uno della band le rallenta. O le fa andare di traverso…di traverso….direi di traverso
I Velvet Revolver licenziarono Weiland nell’Aprile 2008, ma non hanno ancora trovato un nuovo cantante.
Gli Stone Temple Pilots hanno invece già trovato un sostituto in Chester Bennington, cantante dei Linkin Park con cui rilasceranno un nuovo EP questo autunno.
Weiland ha dichiarato che lui e Bennington erano buoni amici prima che tutto ciò accadesse, ma non vede la mossa di Bennington come un tradimento. “Si, voglio dire, conosco Chester da tanto tempo” disse. “Eravamo molto uniti al tempo del Faily Values tour. Non penso che Chester l’abbia fatto con cattiveria. I fratelli DeLeo (Dean chitarrista, Robert bassista) possono essere molto persuasivi.
Weiland recentemente ha intrapreso un nuova avventura. Un tour solista che è cominciato il 2 Agosto a Los Angeles. Come i suoi precedenti show di quest’anno Weiland sta suonando materiale dei primi due album degli STP, “Core” e “Purple“, come anche alcune cover.
L’uso di Weiland delle canzoni degli STP nei suoi show da solista a quanto si dice è una delle ragioni per il quale la band ha deciso di licenziarlo e poi citarlo in giudizio. I membri della band sostengono che questo, insieme al suo comportamento incostante e al suo abuso di sostanze stupefacenti abbia danneggiato la sua carriera.
A seguire per chi mastica un po’ d’inglese, l’intervista originale di Duff alla radio.

Marco Barone